Tra i migliori festival primaverili ed estivi in Italia c’è quello delle Tragedie Greche a Siracusa al Teatro Antico, un teatro che fa sembrare “adolescenti” molti dei monumenti romani.

I Siciliani sono orgogliosi della loro storia articolata. Sono stati invasi, catturati, infiltrati e inseminati da quasi ogni megalomane costruttore di imperi nella storia, e ogni volta sono risorti migliori. Forse una delle prime e meno temibili forze che ha portato la sua cultura nell’isola ha lasciato il segno più grande. I Greci arrivarono in Sicilia circa nel 700 a.C. e per i successivi 200 anni hanno costruito Siracusa che doveva primeggiare con Atene in dimensioni e importanza.

Non sorprende, quindi, che nelle cave vicino a una grande grotta hanno costruito un magnifico teatro che ha subito due modifiche con il tempo: i romani lo hanno convertito per i loro giochi e, più recentemente, il furto dei blocchi lapidei per altre costruzioni locali. Fortunatamente, l’orgoglio verso il loro patrimonio ha portato a tutelare questa area come un patrimonio dell’UNESCO. Il 2014 è stato il centenario della creazione nel 1914 dall’INDA-Istituto Nazionale del Dramma Antico e delle rappresentazioni delle tragedie classiche al Teatro Greco.

Le tragedie greche a Siracusa sono in italiano e iniziano al tramonto. Il palco è grande e completamente aperto e una grande pietra è posta come cancello di ingresso alle viscere del retro palco. Ci viene detto che, nei tempi passati, dal proprio posto sulle gradinate si poteva guardare la baia in lontananza, e le attività marine completavano lo sfondo sul palco ed erano parte dello spettacolo. Oggi lo spazio in primo piano è riempito dai grandi alberi di un parco, poco oltre passa una ferrovia vicino all’orizzonte del mare.

Arriviamo circa alle sei per un bicchiere di vino bianco locale e per guardare la varietà degli ospiti in arrivo. Al momento di prendere i nostri posti, che per fortuna sono con cuscini, è evidente che i posti sulla sinistra dell’anfiteatro, sotto il sole, sono vuoti. Diventiamo consapevoli delle conoscenze locali di come questi posti, forse un po’ meno costosi, si riempiono rapidamente solo quando le ombre del crepuscolo scendono sopra il teatro.

La tragedia? Agamennone è una storia abbastanza universale che non differisce troppo dalla vita normale, seppure con piccole eccezioni. Agamennone sacrifica la figlia agli dei per guadagnare fortuna nella guerra con Troia. Dopo dieci anni di duro lavoro torna vittorioso (con una signora in mano) dalla moglie Clitennestra che, nel frattempo, è diventata amara nel corso degli anni e si è impegnata in una sua “liason” e in suoi giochi di potere. Ha deciso che il suo futuro sarebbe stato con il nuovo amante e dispone la morte di Agamennone e della sua amante, mentre giustifica il suo delitto passionale a tutti gli altri.

Lo spettacolo è inframmezzato dai suoni della vita serale degli uccelli locali e dal fruscio morbido degli alberi con la brezza che viene dal mare. La performance supera la banalità della trama e la produzione è sorprendente con in più un insolito un coro maschile. Il ritorno di Agamennone è particolarmente suggestivo e sembra essere un ritorno da ‘morto’. Quasi in tempo con l’arrivo della notte, la tragedia è finita con un omaggio particolare a Clitennestra e al suo “bello”.

Per i visitatori stranieri, non temete la lingua italiana: lo spettacolo è nelle effusioni emotive degli attori.

Un ringraziamento alla fotografa Franca Centaro.


Gavin Tulloch

Scienziato e poeta. Ama la chimica, il vino, le donne e l’opera, ma non sappiamo in quale ordine