Avete presente quando girovagate per le campagne italiane (ma anche in molte altre parti del Mediterraneo) e incontrate lunghe linee di muretti fatti con sassi? Se prima pensavate che sono solo un modo per creare separazione fra confinanti ora c’è una novità che li riguarda.

Con un post dal suo profilo twitter l’UNESCO ha dichiarato “L’Arte dei muretti a secco” un elemento immateriale Patrimonio dell’Umanità. Come sappiamo l’UNESCO sta classificando il patrimonio dell’umanità, ossia quelle realizzazioni fatte dall’uomo che costituiscono una delle sue essenze e lo rappresentano.

Il patrimonio può essere sia materiale, quindi monumenti o costruzioni, che immateriale, ossia modi di essere, usanze, caratteristiche e anche ricette. Qualche anno fa aveva suscitato interesse l’arte della pizza dei pizzaioli napoletani e oggi tocca ai ‘muretti a secco’.

Nella motivazione del conferimento si legge: L’arte del dry stone walling riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra a secco.

Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese.

E’ una tradizione che unisce tutta la Penisola e ha i suoi punti forti nella Costiera amalfitana, a Pantelleria, alle Cinque Terre e in Puglia nel Salento e nella Valle d’Itria.

Ma la motivazione non riguarda solo l’Italia perché muretti e terrazzamenti in pietra si trovano in Grecia, Malta, Spagna e molti altri paesi dell’area mediterranea. Le strutture a secco sono sempre fatte in perfetta armonia con l’ambiente e la tecnica esemplifica una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura e sono diventate un elemento caratteristico del paesaggio.

La pratica viene trasmessa principalmente attraverso l’applicazione adattata alle particolari condizioni di ogni luogo in cui si trova. I muri a secco svolgono un ruolo vitale nella prevenzione delle slavine, delle alluvioni, delle valanghe, nel combattere l’erosione e la desertificazione delle terre, migliorando la biodiversità e creando le migliori condizioni microclimatiche per l’agricoltura.

L’arte dei muretti a secco è una tecnica millenaria il cui utilizzo varia da regione a regione in base alla diversa condizione morfologica dei terreni e al tipo di pietra che si incontra.

I muri a secco sono così comuni che spesso si dimentica la loro importanza storica e sociale. Quelli patrizi svolgevano il compito di delimitare tenute e poderi, quelli del volgo venivano costruiti dallo stesso contadino per delimitare la piccola proprietà.

In alcune regioni i muri a secco sono parte integrante delle tecniche agricole dei terrazzamenti perché servono a proteggere le porzioni di terreno ricavate dai pendii. In altre zone il muro a secco, specie sui litorali, serve a difesa delle colture dagli agenti atmosferici.

Ma i muri a secco stanno ormai scomparendo, a causa della mancanza di manodopera specializzata e poi perché l’agricoltura meccanizzata li vede come un ostacolo. La perdita dei muretti a secco vuol dire la cancellazione di una testimonianza della nostra storia e, soprattutto, incide negativamente sul paesaggio e sull’ambiente.

Lo spazio chiuso circondato dal muretto a secco è vitale per il microclima perché in esso sopravvive una ricca fauna e flora, oltre ad essere un elemento caratterizzante del paesaggio. Non è un caso che in molte aree dove si stanno recuperando le antiche colture si sta tornando alla preservazione dei muretti a secco.

E’ il caso dell’isola di Ponza e delle coltivazioni della vite. Il recupero di antichi vitigni e il loro conseguente valore commerciale ha spinto molti agricoltori a tornare a coltivare la vite nelle colline e a doversi servire dei terrazzamenti. Ed il successo è stato immediato: ecco quindi che il muretto assume un nuovo valore agricolo ma anche turistico.

Vi sono molti paesi nel Lazio che godono di paesaggi mutati da intricati terrazzamenti, come il borgo Ciociaro di Vallecorsa, che caratterizzano il territorio di questo piccolo Comune con le imponenti strutture, a testamento dell’antica tradizione contadina dell’olivicoltura locale.

Il riconoscimento a questa pratica agricola e rurale è stata celebrata anche dal ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio:

“Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli. I nostri prodotti agroalimentari, i nostri paesaggi, le nostre tradizioni e le nostre pratiche agricole sono elementi caratterizzanti della nostra Storia e della nostra cultura”.

Da oggi in poi dobbiamo stare attenti quando passeggiamo nelle nostre campagne: sono anche loro parte del patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.