Palestrina - Mosaico del Nilo

Il Mosaico del Nilo di Palestrina nel documentario “il Nilo di pietra”

Il Mosaico del Nilo, uno dei maggiori capolavori dell’arte ellenista, è il protagonista del documentario ‘il Nilo di Pietra’ di Gian Luigi Rondi. Il mosaico si può ammirare nel Museo Archeologico Nazionale di Palestrina dove è arrivato dopo un lungo peregrinare fra guerre e restauri.

La storia del suo arrivo al museo è molto inusuale e ricca di colpi di scena. Molto probabilmente venne ritrovato tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo all’interno della cantina del vecchio Palazzo Vescovile.

Nel 1625 il Vescovo di Palestrina, resosi conto dell’importanza di quel mosaico, lo fece staccare dal pavimento, poi lo fece dividere in pezzi quadri e infine diede ordine di trasportarlo a Roma, in cambio di paramenti.

Quando il feudo di Palestrina fu acquistato dalla Famiglia Barberini nel 1630, il Cardinale Francesco Barberini, grande collezionista di opere d’arte, fece di tutto per entrare in possesso del Mosaico. Ci riuscì nel 1635 grazie allo zio materno, il Cardinale Lorenzo Magalotti, che a sua volta lo aveva ricevuto in dono dall’Abate Francesco Peretti.

Il Mosaico fu fatto restaurare da Battista Calandra, rinomato mosaicista e autore di alcuni mosaici della Basilica di San Pietro.

Nel 1640 l’opera restaurata fu riportata a Palestrina e collocata nella sua posizione originale, in una stanza che intanto era stata fatta restaurare dal Principe Taddeo Barberini.

Ma quella sistemazione non si dimostrò la migliore. L’oscurità e soprattutto l’umidità della stanza resero necessario un secondo restauro. Nel 1853 il Principe Francesco Barberini affidò l’incarico al Cavalier Giovanni Azzurri, architetto di casa Barberini, così il Mosaico del Nilo venne diviso in 27 lastre di varia grandezza e riportato a Roma per il restauro.

Tornate di nuovo a Palestrina, le lastre furono ricomposte su un piano leggermente inclinato in una delle sale del Palazzo Colonna Barberini.
Nel 1943, il Sovrintendente alle Antichità del Lazio, Salvatore Aurigemma, d’accordo con la Principessa Maria Barberini, decise di far trasportare il Mosaico di nuovo a Roma, per timore che gli eventi bellici potessero danneggiarlo.

Finita la Seconda Guerra Mondiale, il Mosaico del Nilo sarebbe dovuto tornare immediatamente a Palestrina. Non fu così. Secondo il Soprintendente Aurigemma la sua ricollocazione su quello stesso piano lievemente inclinato, dove era già stato posizionato tra il 1855 e il 1943, non era più accettabile.

Per ammirarlo in tutta la sua bellezza, era ora necessario posizionarlo in verticale, come un meraviglioso quadro da appendere alla parete. Ma per questo nuovo restauro era necessario un finanziamento rilevante, difficilmente reperibile dallo Stato, che in quel periodo era impegnato nella ricostruzione del Paese. Fu un contributo privato che permise la realizzazione di quest’impresa.

Nel 1952 la storica società cinematografica Ponti-De Laurentis, che in quell’anno produceva anche il primo film a colori girato in Italia, propose alla Sovrintendenza la realizzazione di un documentario a colori sul Mosaico di Palestrina per la regia di Gian Luigi Rondi, grande critico cinematografico e documentarista.

La proposta fu accettata da Aurigemma, ad una condizione: la società cinematografica si sarebbe dovuta fare carico di tutte le spese del restauro.

I lavori iniziarono nell’estate del 1952. Oltre a catturare la bellezza del Mosaico del Nilo, le telecamere ripresero anche le varie fasi del restauro. Il documentario, intitolato “Il Nilo di Pietra”, fu completato nel 1954.

Fu solo nel 1956 che il Mosaico del Nilo fu collocato all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Palestrina.

Nonostante i numerosi restauri, la grande scenografia del Mosaico del Nilo ha conservato una singolare delicatezza nei colori, illuminati da una sorprendente luce che accende e spegne rocce e figure, alberi e animali, una luce che sfiora le acque del Nilo e diventa il filo conduttore di tutta la rappresentazione.

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