Torre Cajetani- Nicola Paoloni (7)

Il passaggio di San Benedetto a Torre Cajetani e le sue tradizioni

Come molti paesi della nostra penisola anche il nostro ha le sue leggende e le sue tradizioni. Una delle leggende più affascinanti e che dà lustro al nostro paese è quella legata a San Benedetto a Torre Cajetani, una leggenda che è anche una testimonianza “storica”.

La tradizione infatti attesta l’esistenza del Castrum di Torre Cajetani già nel VI secolo d.C. proprio grazie alla notizia del viaggio che San Benedetto ha fatto nel 529 da Subiaco a Montecassino, dove ha fondato il monastero ed è poi morto.

Il Chronicon Sublacense, redatto da Cherubino Mirzio, narra che San Benedetto in una fredda giornata di gennaio sostò a Torre Cajetani per riposarsi e dal suo bastone da viaggio, piantato a terra germogliò un vero albero di leccio, che per secoli rese testimonianza a quel fatto prodigioso. Il prodigio fu avvalorato dal tipo e dal tempo diverso di fioritura rispetto agli altri lecci che crescono nella zona.

Per conservare la memoria del famoso viandante e del prodigio che operò, fu costruita una piccola chiesa con annesso un monastero per le monache, che prese il nome San Benedetto in onore del Patrono d’Europa.

Il monastero venne eretto in epoca imprecisata sulla costa del monte a circa 750 metri dall’abitato. Per la prima volta venne menzionato in un documento del 1243, edito da Toti nella sua trascrizione di 248 pergamene dell’Archivio della Cattedrale di Alatri.

Nel 1328 esisteva il procuratore del monastero, un certo Giovanni Cortese, e il monastero era obbligato a versare una rata di 34 soldi e 3 denari. Questa notizia si può desumere dalle Rationes decimarum delle diocesi del Lazio, compilate tra il XIII secolo e XIV secolo. Tali elenchi indicano anche il nome delle religiose dimoranti nel monastero di San Benedetto di Torre Cajetani.

Ad esempio: nel 1331 l’oblata Maria Cortese versò la somma di 11 soldi e 3 denari per la prima rata mentre la seconda rata della decima biennale 1331-1333 fu versata da Nicola di Giovanni di Gregorio di Alatri. Maria Cortese e altre due oblate conducevano vita contemplativa, Francesca e Guisula, e sono queste due religiose che versarono la prima rata della decima biennale 1333-1335.

Durante il suo breve pontificato Celestino V emanò il 16 settembre 1294 una bolla con cui decretò l’annessione del monastero di S. Benedetto de Turre al monastero di San Matteo di Ferentino, monastero in origine benedettino, poi passato alle monache clarisse.

Tale aggregazione è attesta nella Rubrichella comunale di Ferentino, elenco compilato nel 1869 dei documenti conservati nell’archivio comunale della cittadina ciociara. Purtroppo tale bolla è andata perduta ma la notizia dell’aggregazione dei due monasteri benedettini, operata dal pontefice, è registrata nel Catasto del Monastero di Santa Chiara di Ferentino, compilato nel 1684.

Conserviamo però una testimonianza probante di tale annessione: l’elenco delle decime, già precedentemente citato. Nell’elenco della decima annuale del 1328 relativa alla diocesi di Ferentino, il monastero di San Matteo di Ferentino nella prima rata (15 agosto 1328) versò 10 soldi per mano dell’oblata Maria e 10 soldi nella seconda rata (marzo 1329) per mano di Pietro Vita, abate di S. Maria dei Cavalieri Gaudenti.

L’estensore nell’elenco della seconda rata aggiunse in margine una notazione molto importante: il monastero di S. Benedetto di Torre, per mano di Giovanni Cortese, versò 11 soldi per due rate della decima. Tale annotazione conferma che i due monasteri ciociari erano uniti. La notizia è tanto più vera quanto più si pensa che fu incaricato un solo collettore di raccogliere le decime per la diocesi di Ferentino e Alatri.

Dopo il XIV si perde memoria storica del monastero. Cosa ne resta oggi? Un edificio monastico molto rimaneggiato che oggi è una abitazione privata e una chiesetta al suo fianco.

Negli anni è continuata e tutt’ora continua la tradizione di celebrare la Messa il 21 marzo presso la cappella con i bambini e tutti gli abitanti del paese. Per l’occasione per l’occasione vengono offerte ciambelle, dolci e torte. Proprio per celebrare al meglio l’arrivo della primavera nella seconda metà del ‘900 venne costruito un forno da parte dell’ultimo custode (Paolo Ascani) davanti la piccola Chiesa apposta per la cottura delle ciambelle.

Potrei aggiungere molto altro ma nessuna aggiunta o conclusione potrebbe esser mai all’altezza delle parole del Maestro Giulio Cesare Gerlini (a lui si deve molto sia per le notizie storiche che fotografiche del paese) che così lo descriveva in uno dei suoi tanti scritti dedicati a Torre Cajetani:

Al visitatore che scende al bivio di Torre Cajetani, si presenta subito allo sguardo un caseggiato, quasi addossato al pendio del monte roccioso. Un piccolo campanile posto sul tetto potrebbe far pensare ad una chiesa… in verità è un caseggiato adibito ad abitazione familiare in cui si può vedere ancora oggi una minuscola cappella.

Colpisce subito l’occhio una grossa tela rappresentante San Benedetto, che occupa quasi tutta la parte… al di sopra di un piccolo altare snello ed estetico, dono dei signori Franchi di Trivigliano (oggi il quadro non esiste più).

La cappellina raccolta e silente nella sua semplicità fa ottima impressione e di colpo trasporta l’animo del visitatore in un mondo di raccoglimento dove tace ogni rumore e tutto è pace. Sappiamo che ogni anno il 21 marzo, ricorrenza della festa del Santo Patriarca, celebrano nella detta cappella la Santa Messa i sacerdoti di Torre Cajetani e Trivigliano.

Nelle immediate adiacenze si vede ancora un’alta pianta … non sono così puerilmente ingenuo da voler dire che questa pianta sia ancora quella che la tradizione vuole sbocciata prodigiosamente dal bastone lasciato dal Santo, ma nulla impedisce ritenere che essa sia uno dei rampolli venuti fuori dalle radici della prima.

La costruzione di una chiesina dedicata a S. Benedetto e la costante tradizione del prodigio tramandata fino a noi è un fatto che nessuna argomentazione di critica storica può annullare.”

 

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