Ai primi del Novecento si decide che la valle di Colleferro è perfetta per un primo stabilimento militare: vicina la ferrovia, una strada statale e un corso d’acqua.

Ma non c’era niente e occorre progettare tutto: improvvisamente con una fabbrica sarebbero arrivate centinaia o migliaia di persone che avevano bisogno di alloggi e servizi. Dove c’erano campi rigogliosi fino ad allora usati come il granaio di Roma doveva sorgere un insediamento umano.

Per un progettista si trattava di una occasione unica, forse paragonabile oggi alle città in costruzioni negli Emirati Arabi o in Asia. L’opportunità di dare il meglio di sé.

E questa ‘fortuna’ di progettista è capitata a due professionisti: prima l’architetto Michele Oddini e poi l’ingegnere Riccardo Morandi. Entrambi hanno colto questa occasione cercando di realizzare un insediamento che fosse non solo un modello urbanistico e architettonico, ma che entrasse negli aspetti sociali della vita quotidiana delle persone.

Il committente unico e una fabbrica a gestione familiare dei Bombrini Parodi Delfino ha permesso poi di accogliere le innovazioni e di mantenere l’unitarietà stilistica dell’insediamento fino ai primi anni ’80. In questo periodo subentra la SNIA, una società azionaria, e sia la proprietà industriale che il patrimonio edilizio vengono smembrati e venduti a singoli lotti.

Ma andiamo per ordine.

La Colleferro di Oddini dal 1910 

La filosofia della BPD è sempre stata quella di trattare bene i lavoratori: un lavoratore contento produce di più. Dobbiamo sempre rapportare quello che affermiamo ai parametri di quegli anni, e compararlo con i suoi contemporanei, ma questa filosofia si può ritrovare nelle scelte architettoniche delle abitazioni.

Secondo Bianca Coggi, che ha raccolto negli anni tantissimo materiale documentario sulla storia di Colleferro e che ha poi pubblicato in un libro:

“Già il primo nucleo urbanistico viene pensato secondo il modello della Città Giardino, che a Roma era stato sperimentato in alcuni quartieri come Monte Sacro e Parioli. Colleferro nasceva in una valle con un fiume e una ferrovia dove potevano essere ubicate le fabbriche mentre le abitazioni stavano in collina a circa 1 km. Tutto in analogia con la filosofia di Tony Garnier”.

Sin dal primo nucleo di fondazione, quindi, l’architettura e l’urbanistica erano state pensate a servizio delle esigenze dell’industria e del benessere dei suoi lavoratori. Alcuni concetti precorrono il modello di Adriano Olivetti e oggi sembrano un miraggio per molti lavoratori.

Ma cerchiamo di fare esempi concreti. Un lavoratore assunto dalla fabbrica aveva subito a disposizione un letto in una camerata dotata di tutti i servizi in attesa di avere una sua casa. La dimensione e la forma della casa dipendevano dal suo ruolo in fabbrica: abitazioni intensive per gli operai, palazzine per gli impiegati e ville per i dirigenti.

Allora le case operaie avevano i bagni in comune sui ballatoi ed esistevano delle lavanderie pubbliche (la lavatrice non era ancora stata inventata) e bagni pubblici. 

Per il benessere delle donne, poi, erano subito stati realizzati asili e scuole elementari. Per la salute c’era un centro medico. Per il sollievo dell’anima un tempietto poi diventato chiesetta e dedicato a Santa Barbara, la patrona del fuoco. Per il sollievo di tutti erano stati pensati locali e centri dopolavoro per lo svago.

L’unitarietà del progetto e il fatto che la proprietà fosse unica, ha fatto nascere l’esigenza di un Regolamento del Villaggio che dovessero seguire tutti gli affittuari. Leggendo gli articoli di questo regolamento si capisce l’estrema attualità delle innovazioni sociali volte ad una armonia. 

Ad esempio, si dovevano rispettare canoni estetici e i terreni dovevano essere coltivati ad orto o giardino, i panni si dovevano stendere non in vista, l’immondizia veniva raccolta ‘porta a porta’ e non si poteva modificare l’aspetto esterno delle abitazioni.

Se si rapporta tutto questo alle condizioni dell’epoca in altre parti d’Italia o del mondo si può comprendere l’estrema modernità di questa filosofia, e anche il perché ancora oggi è studiata. Una modernità che sarà ancora più accentuata dalle scelte dell’Ingegner Morandi e che poi ha portato al Premio Città della Cultura del Lazio del 2018.

La Colleferro di Morandi dal 1935

Nel periodo fra le due guerre le fabbriche di Colleferro crescono in modo esponenziale con un aumento conseguente del numero dei lavoratori. Tutte queste persone andavano in qualche modo alloggiate ed è in questo momento che Delfino Parodi incarica un giovane ingegnere talentuoso di progettare un nuovo nucleo abitativo.

E’ ancora la fabbrica che realizza tutto sui suoi terreni e per questo si può fare un disegno unitario e si può seguire una unica filosofia. Ancora una volta l’idea alla base era che un lavoratore felice produce di più, e la fabbrica doveva aumentare la sua produttività.

Morandi, quindi, prosegue il solco avviato da Oddini ma aggiunge un nuovo canone che esalta il tutto: la bellezza nell’innovazione.

“Riccardo Morandi porta una innovazione stilistica oltre quella sociale, un nuovo linguaggio reso possibile anche dall’uso del cemento armato. Era convinto del ruolo della bellezza e cercava di inserire le costruzioni nel territorio rispettando la morfologia del terreno. I suoi fabbricati si adagiano sulle curve di livello e le sfruttano per creare spazi inusuali”.

Con Morandi la città diventa ancora più umana e le innovazioni tecnologiche creano benessere ai residenti. Ad esempio ogni abitazione aveva la luce, l’impianto elettrico, il riscaldamento ed il bagno interno. All’esterno poi, un piccolo giardino permetteva di tenere occupate le persone nel dopolavoro ma di poter coltivare il necessario per la famiglia, in un modo che oggi definiremo biologico.

La modernità urbanistica/sociale si ha poi nella realizzazione di doppi percorsi: uno accessibile alle macchine ed uno ad uso esclusivo dei pedoni. Un concetto talmente moderno che è stato dimenticato per anni e ripreso solo in anni recenti dalla bioarchitettura.

La città operaia era quindi senza negozi, con casette singole con giardino che seguivano le curve di livello delle colline: quello che si fa oggi con i nuovi quartieri edilizi.

E il benessere delle persone non era confinato alle mura di casa ma doveva trovarsi in altri servizi che offriva la città. Ecco allora i circoli dopo lavoro (ancora una volta divisi fra operai, impiegati e dirigenti), la palestra, il campo sportivo, i campi da tennis, i campi da bocce.

E poi il mercato e il cinema, le scuole professionali e gli alberghi e, soprattutto, il cuore della città.

Infatti nel frattempo era nata Colleferro e bisogna realizzare le strutture politiche e amministrative di una città: la piazza principale con la casa del fascio (poi comune), la caserma e una grande chiesa.

In questo momento Colleferro diventa una ‘Città di Fondazione’ e la struttura del suo nucleo principale è ancora visibile in Piazza Italia con uno spazio rettangolare circondato da edifici con portici regolari che da una parte contrappone idealmente l’amministrazione della città e quella della sicurezza (comune e caserma dei Carabinieri) e sugli altri due lati negozi e bar con portici per favorire la vita sociale dei residenti.

Tutto questo sottolineato da uno stile architettonico pulito e dall’ardore della tecnica del cemento armato come nella costruzione della grande chiesa di Santa Barbara: un edificio tecnologicamente avanzato realizzato con la tecnica del cemento armato martellinato.

La Colleferro del dopoguerra

Negli anni del dopoguerra continua la sperimentazione tecnologica e in parte quella sociale: Morandi costruisce edifici innovativi come l’auditorium o alcune fabbriche e Passarelli realizza l’ospedale urbano. Viene rinnovato tutto il patrimonio edilizio con la realizzazione dei bagni interni alle abitazioni e impianti tecnologici.

Ma nel frattempo, fuori della proprietà della BPD, una serie di operatori privati iniziano le loro costruzioni seguendo gusti e criteri personali e mancando la creazione di una armonica unità che poi porta all’identità sociale.

Ma l’identità di Colleferro si può chiaramente ritrovare passeggiando nei primi nuclei urbanistici che per la loro particolarità sono stati ‘musealizzati’ dalla Regione Lazio e saranno sempre più studiati in libri di architettura, di urbanistica ma anche di sociologia per la modernità della loro concezione.

Per approfondimenti: Bianca Coggi, ‘Colleferro, città nuova del Novecento’, 2017 Milano, o sul sito www.cittamorandiana.it


Claudia Bettiol

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Ingegnere, futurista e fondatrice di Discoverplaces. Blogger specializzato nella sostenibilità e nella promozione culturale dei piccoli territori e delle piccole imprese. Ama i cavalli

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Engineeer, futurist, joint founder of Energitismo and founder of Discoverplaces. Blogger specialising in sustainability and in cultural promotion of small places and small enterprises. She loves horses