In nessun posto a Pechino

Di notte, Piazza Tienanmen è una grande distesa senza vita apparente, ma le arterie che si irraggiano verso il quartiere commerciale e dei ristorante sono illuminate come New York e animate da gente del posto e da turisti, tutti ugualmente benestanti.

Le principali vie dello shopping oggi sono chiuse alle auto e l’originario grande magazzino, fondato circa 50 anni fa, ha un sapore tipo di Gotham City. Ogni secondo varco c’è un ristorante, e se guardate attentamente, ce ne può essere anche uno sopra ogni negozio di moda.

Pechino è una versione più matura dello sviluppo della globalizzazione in tutta la Cina, un paese in cui c’è incongruenza nel modo in cui l’inglese-americano e l’arcaico inglese-britannico si intrecciano nelle insegne luminose – Imperial Mansions Executive Apartments – e l’individualità per questa città può essere ritrovata solo nelle scritte in cinese. Anche Costa Caffè abbonda a PEK – Pechino.

A meno di mezzo chilometro dalla piazza si erge un edificio orgoglioso dalla identità confusa. Ad ancor meno distanza dal vivace centro, c’è un mausoleo di eleganti ma sterili appartamenti, ciascuno con una cucina completamente attrezzata, fatta eccezione per le posate, stoviglie e pentole e padelle, tovaglie e salviette. Una enorme e profonda vasca si trova nel centro nel bagno, (in una costruzione cinese il cemento armato non viene risparmiato), una che può prendere una tonnellata di acqua per essere riempire.

Ma quando ho il coraggio di prendere il solitario ascensore al piano terra nessuno è in casa. Gli unici segni di vita sono una occasionale donna delle pulizie, che cerca disperatamente qualcosa da pulire o un pezzo di carta errante, proprio come gli spazzini diligenti, rischiando la vita ogni giorno sulle strade principali della Cina, per creare autostrade senza macchie.

In una disperazione calma, dopo una giornata trascorsa a comporre nell’appartamento, quello che mi ha lasciato apatico, mi avventuro a cercare il ristorante interno, e dopo aver vagato intorno ad una zona cavernosa, priva di qualsiasi forma di vita, lo trovo dietro a un angolo a sinistra e sono accolto, in silenzio e con un po’ di sorpresa, da tre camerieri in successione. Ho scelto di sedermi vicino alla porta ad un piccolo tavolo, di fronte al muro in modo che non debba conversare con gli altri ospiti attesi per riempire il ristorante.

Non ho bisogno di essere così riservato. La mia vista è quella di una modernizzazione di vetro, di color teak, di una scena tradizionale cinese in legno intagliato, e di due economici cuscini magenta, tutti insieme mi danno l’impressione che questo edificio sia stato costruito seguendo i costi e non le specifiche architettoniche.

Nascondendomi lì nel mio angolo consumo cavolo e pasta e una birra Tsingtao, e dopo aver finito, mi giro e mi rendo conto che non è entrato nessuno, io sono, per questo palazzo di appartamenti dirigenziali, il solo ospite a cena.

Sono nessuno in nessun luogo, o da qualche parte? L’unica prova della mia esistenza può essere una piccola riduzione della gran quantità di pasta in cucina.