Gli interessi commerciali della Repubblica di Venezia non avevano limiti. Ad esempio nel 1432 troviamo un nobile veneziano che con la sua nave in viaggio finì da qualche parte a nord del Circolo Artico (forse in cerca di vendere in Groenlandia?).

 Per puro caso naufragò nelle isole Lofoten e fu salvato dal popolo di Røst Island. Ci si può chiedere come sia potuto tornare a Venezia per raccontare la sua storia in quanto, ovviamente, all’epoca il servizio telefonico era praticamente inesistente. Ma dopo un anno ben speso tra le braccia e nelle cucine della gente del posto, ritornò a Venezia.

A parte il fatto di aver goduto del fascino della gente del posto, la sua più grande esperienza è stata quella di conoscere le loro abitudini alimentari, che sembravano consistere in una quotidiana dieta a base di pesce, apparentemente pescato l’anno precedente, poi essiccato e ‘mummificato’. Per resuscitare il ‘pesce’ lo picchiavano senza pietà e poi lo immergevano nell’acqua per giorni. Noi lo chiamiamo Stoccafisso. Magari è sostenibile, ma sicuramente non è elegante.

In ogni caso, avendo un vero spirito imprenditoriale, il veneziano decise che questa opportunità commerciale sarebbe stata meglio di niente e così caricò la sua nave di ritorno con i leggeri pesci essiccati. Come mummie egizie, i pesci potrebbero rimanere in questo stato indefinitamente, e la risurrezione richiede grande pazienza e abilità.

I saggi Veneziani respinsero la sua promozione, nonostante le sue doti di venditore, come ad esempio quella di presentare questo pesce come un cibo adatto ad un re, preferendo sempre il pesce fresco della laguna. Ma 50 km sono una grande distanza nelle caldi estate Veneziane, e non importava quanto un pesce fosse fresco nella laguna: poteva essere ancora mangiabile nel centro del Veneto solo se fosse stato trasportato vivo, una opzione non credibile e costosa.

Così per ben pasciuti cittadini del lontano Veneto centrale di Vicenza, qualsiasi pesce era meglio che nessun pesce e i nobili adottarono questo ‘vile’ pesce come il proprio. Molte simili iniziative di promozione di prodotti hanno avuto successo dove un articolo ordinario in una cultura è stato promosso come un pezzo d’elite di una società lontana.

Lo stoccafisso ordinario, il cui sapore ha molto poco in confronto al suo fratello merluzzo fresco, ha sviluppato il nome popolare di bacalà nella versione essiccata e di baccalà in quella salata. La differenza fonetica è comprensibile solo a chi ha molta dimestichezza con il dialetto locale.

Per il visitatore occasionale del Veneto, ci si potrebbe aspettare di trovare ristoranti nelle grandi città come Vicenza. Ma non è così quando, nascosto vicino alla strada verso Bassano del Grappa, un villaggio chiamato Sandrigo è la capitale del mondo del Bac(c)alà. La città è gemellata con Røst Island, ospita molti visitatori norvegesi e, alla fine di settembre, ospita la sagra annuale del Bacalà.

Questo è il vero banco di prova per l’affezionato. Bacalà per aperitivo, antipasto, zuppa, pasta, piatto principale con la polenta e dessert che mi ricorda il ristorante di carpe lungo il maggior lago del Montenegro.

Io credo che i norvegesi hanno avuto la meglio da questo commercio, ma chi può mettere nel conto il gusto?


Gavin Tulloch

Scienziato e poeta. Ama la chimica, il vino, le donne e l’opera, ma non sappiamo in quale ordine