Ricordi del Risotto alla Milanese di mia nonna

Mio nonno, il Titin era il suo nomignolo, non l’ho mai conosciuto ma vive nei ricordi grazie ai racconti di famiglia. Personaggio particolare, un avventuriero, era soltanto un ragazzo del ‘900 quando lasciò l’Italia.

Imbarcato a Genova in cerca di fortuna oltre oceano, ha fatto di tutto il muratore, il cacciatore di pelli in Canada, e chissà cos’altro. Ma aveva sempre la testa sul suo Lago Maggiore, dove era nato, e amava la sua terra e le sue tradizioni. Tornato intorno a casa insieme alla Giuditta ha aperto ad Angera il Bettolino, bar trattoria del paese.

Grande cuoca la Giuditta! Memorabili i filetti di persico o di lavarello, la sua lepre in salmì poi… ma con i risotti dava tutta sé stessa.

La domenica, a mezzogiorno in punto cascasse il mondo, il risotto alla milanese era in tavola. Non erano ammessi ritardi, non si mangiava, il profumo dello zafferano è ancora fisso nella mia mente.

Una ricetta semplice a prima vista facilissima, ma che nasconde mille insidie. Una delle poche ricette ad avere una data di creazione: il 1574. Tutto ha inizio con il matrimonio di una figlia di un vetraio che lavorava alla costruzione del duomo, Valerio di Fiandra.

I suoi colleghi aggiunsero della polvere di zafferano, che era usata per colorare i vetri, al riso. Il riso allo zafferano era già noto nel medioevo ma da quel matrimonio divenne uno dei piatti tradizionali di Milano.


Ricetta del risotto alla milanese

Tutto inizia dal burro che usiamo per sciogliere la cipolla bianca in padella insieme ad un po’ di midollo (lo stesso dell’ossobuco per intenderci) che conferirà al risotto un aroma da Dio.

Aggiungiamo il riso Carnaroli o Vialone Nano, entrambi della zona fra Milano e Vercelli. Lasciate stare gli altri. Portiamolo a tostatura leggera, 1 o due minuti bastano, sfumiamo con il vino bianco e poi aggiungiamo il brodo di carne! Meglio se con i nervetti, i vegetariani non sono ammessi.

Aggiungiamo il brodo un mestolo alla volta e deve essere sempre bagnato. A ¾ di cottura mettiamo lo zafferano, quello dell’Aquila è il migliore ma ne ho assaggiato uno fantastico di Affile sui Monti Simbruini. Sciogliamo i pistilli in pochissima acqua tiepida, darà il colore dell’oro al risotto.

A fine cottura, a fuoco spento aggiungiamo una noce di burro freddo e il parmigiano. Mantechiamo velocemente e chiudiamo con il coperchio per un paio di minuti, poi serviamo.

È un piatto che non aspetta nessuno, va mangiato subito e se avanza fateci dei supplì.

Il Titin aveva la vigna vicino al suo Lago, produceva una grande Bonarda ed un Nebbiolo da urlo; ora qualcuno ha raccolto il testimone, provateli!