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Vibo Valentia, una perla medioevale della Costa degli Dei all’interno del Parco Marino Regionale Costa degli Dei nella punta della Calabria. Un intreccio intrigante di fascino e bellezza, un paesaggio che va dalle Montagne delle Serre Calabresi fino al porto passando attraverso vigneti, oliveti e la macchia mediterranea. E un profilo dominato dal castello normanno.

Un fascino nato anche da una storia di oltre 8.000 anni iniziato nel neolitico.

Brezzi, Locresi, Focesi, Fenici o Siculi: sono tante le ipotesi per la fondazione di una città in riva al mare e di una acropoli sulla collina vicina. 

Nel VII secolo sono arrivati i Greci di Locri che la chiamano Hipponium e si racconta di un sontuoso tempio con 300 colonne di granito di Numidia e arredi di argento e alabastro dedicato a Proserpina, simbolo della città che ha 8 mesi di estate e 4 di inverno. La leggenda narra che Proserpina era costretta a stare 4 mesi l’anno negli inferi con Plutone che la aveva rapita e 8 sulla calda e accogliente terra.

Anche sul nome Hipponium ci sono tantissime leggende: da quella che lo lega al nome del cavallo a quello che lo lega al paese al centro di una insenatura. Ma ci sono anche storie che la legano ad Ercole.

Hipponium era una città autonoma e con un notevole prestigio, e nel VI secolo sconfisse addirittura Crotone. In questo stesso periodo si unì ad altre città calabresi nella Lega Italiota contro il tiranno di Siracusa. Vinse Siracusa e Hipponium venne ceduta a Locri per poi essere conquistata dai Cartaginesi.

Nel 294 a.C. fu nuovamente conquistata da Siracusa che la fortificò e la fece diventare il punto di riferimento nel continente. I Romani arrivarono poco dopo ma non riuscirono subito a conquistarla per via dell’influsso cartaginese e solo nel 192 a.C. i Romani la faranno diventare una colonia e la rinominarono Valentia.

Anche per i Romani la città diventò il principale centro per il controllo della Calabria, grazie al porto e alla Via Popilia che partiva da Capua e arrivava fino a Reggio Calabria, e nell’89 a.C. la elessero a municipio e la chiamarono Vibo Valentia. 

Il porto era anche importante per trasportare il legname calabrese con cui venivano costruite le navi della potente flotta romana. A testimonianza del suo ruolo strategico, a Vibo Valentia sono passati Giulio Cesare, che aveva le sue navi nel porto durante la guerra civile, Ottaviano Augusto che vi abitò per un anno mentre combatteva Sesto Pompeo acquartierato in Sicilia, e il grande Cicerone. 

Con l’avvento del cristianesimo, la chiesa amministrò il territorio attraverso i vescovi e Vibo Valentia diventò la sede di una diocesi nel V secolo: il suo nome diventò Vibona. 

Con la caduta dell’impero romano, la popolazione abbandonò la zona marina e si rifugiò nella parte alta. Per un certo periodo questa parte della Calabria ha avuto l’influsso dei Bizantini che portarono il rito ortodosso e il culto di alcuni santi orientali.

I Bizantini furono fiaccati dai numerosi attacchi saraceni e la chiesa cattolica favorì l’arrivo dei Normanni che avevano anche il compito di reprimere il culto ortodosso a favore di quello latino. 

I Normanni la chiamano Monteleone e ancora una volta Vibo Valentia diventò un importante centro di arte e commercio. Ma Ruggero il Normanno è anche quello che prese i marmi dalla antica città e del tempio di Proserpina per utilizzarli a Mileto e per iniziare il nuovo castello di Vibo sulle rovine dell’antica acropoli.

Nella lotta fra potere temporale e spirituale, anche questa parte della Calabria venne conquistata dal grande imperatore Federico II di Svevia, Stupor Mundi, che divise la Calabria in due zone amministrative (Ulteriore e Citeriore). Gli Svevi ripopolarono e abbellirono la città rafforzando la costruzione del castello e Federico II la ribattezzò con il nome di Monteleone.

Ancora una volta la chiesa cattolica favorì l’arrivo di una potenza straniera, che aveva il compito di tutelare i suoi interessi, e così arrivò Carlo d’Angiò dalla Francia che sconfisse tutti gli Svevi e diede inizio al dominio Angioino.

Agli Angioini si deve il rafforzamento del castello che, nel 1289, prese una forma simile a quella attuale. Vibo Valentia divenne sede del Vicario Reale e venne data in feudo ai Caracciolo per poi diventare un comune libero.

Nel Quattrocento venne edificato il castello di Bivona nella parte marina bassa in difesa del porto. Il castello resterà in funzione fino al Seicento quando l’impaludamento della zona rese impossibile la vita nell’area.

Agli Angioini subentrarono poi gli Aragonesi di Spagna e, nel 1501, Vibo Valentia venne data in feudo ai Pignatelli. Nonostante una sommossa popolare che si opponeva al nuovo governo della città, i Pignatelli fecero molte opere di abbellimento in stile rinascimentale e pensarono allo sviluppo industriale dell’isola introducendo molte imprese di alto artigianato. Sono proprio loro a trasformare parte del castello in una residenza nobiliare. 

Il terribile terremoto del 1783 ha portato molti danni alla città, e per ragioni di sicurezza venne demolito il secondo piano del castello che oggi ospita il Museo Archeologico Nazionale. Nel museo si trova uno dei reperti più importanti della Calabria, un testo inciso su una sottile lanina d’oro del III secolo a.C. che illustra come l’anima di un defunto può raggiungere l’oltretomba.

L’arrivo di Napoleone portò alla fine del feudalesimo e ad una organizzazione amministrativa in cui Vibo Valentia divenne il capoluogo della Calabria Ultra. Con il nuovo ruolo di prestigio fu costruito un teatro, un convitto e tante imprese.

Quando i Borbone tornano sul trono a Napoli, la città perse la sua importanza e, forse per questo, quando Garibaldi passò per Vibo ottenne supporto e aiuti finanziari.

Con l’Unità d’Italia, però, sono nati i veri problemi per la Calabria e molti lasciarono queste terre in cerca di fortuna nelle Americhe. Molti calabresi hanno anche contribuito allo sviluppo industriale del nord Italia con la loro maestria e le loro capacità. 

Durante il periodo fascista, grazie al ministro Luigi Razza nato proprio a Vibo Valentia, il centro della città si arricchì di edifici in stile razionalista come il Palazzo del Municipio e la Prefettura. Nel 1927 la città tornò a prendere l’antico nome romano di Vibo Valentia.

Nel 1992, Vibo Valentia è diventata capoluogo di provincia.


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