This post is also available in: Inglese

Anagni è un antico veliero ormeggiato su una collina.

È bello immaginarsela così le mattine d’inverno, quando la nebbia che sale dalla pianura lentamente la ammanta, e da lontano si scorge soltanto il campanile del Duomo. Un albero maestro di pietra bianca messo lì apposta per graffiare il cielo.

Quando i comignoli issati sui tetti delle antiche case ricominciano a borbottare, sbuffando intricati arabeschi di fumo grigio. Quando dai vicoli, ovattato, risale il metallico clangore delle cerniere dei portoni di legno che si aprono al nuovo giorno, mentre le finestre delle bifore medievali si spalancano cigolando.

I gatti randagi, ancora insonnoliti, osservano curiosi quell’umano brulichio, che a loro, spiriti liberi, deve apparire come una liturgia monotona e ripetitiva.

Ecco, Anagni è una nobile nave. E ora è pronta a salpare di nuovo.

Qualcuno, sotto le colonne di un vecchio porticato, tira su a fatica la pesante ancora di ferro. E la città dei Papi ricomincia a veleggiare, dondolando aggrappata a vaporosi flutti di nuvole vagabonde. Come per magia, vede dall’alto il suo riflesso terreno e naviga attraverso i secoli.

Da lassù, chiara, appare nel suo nitore tutta la sua storia. Si scorgono gli Ernici che costruiscono le sue mura, per farne una delle cinque città saturnie; ecco i Romani, adesso, che la conquistano e le danno dignità di municipio.

Poi, d’improvviso, appaiono colori festosi e sgargianti a riempire lo sguardo dei naviganti. Sono gli uomini e le donne del Duecento nei loro abiti alla moda, quando, sotto la signoria dei Caetani, Anagni diventa residenza pontificia e splendido esempio di città comunale.

Sembrano tanti puntini in movimento, che rimbalzano industriosi da una parte all’altra delle strade e delle piazze. “Eccoli!”, grida qualcuno dall’alto, affacciato alle paratie del vascello. E indica, lì sotto, i quattro papi anagnini. Bonifacio VIII, livido di rabbia per l’onta subìta da Filippo il Bello, passeggia nervosamente nei vialetti del suo Palazzo in attesa di fuggire.

Poi qualcun altro, incuriosito, punta il dito verso un uomo esile che cammina spedito. Ha uno strano berretto rosso a punta e un pesante volume di pelle sotto braccio. Scende a piedi dal Duomo verso Palazzo della Ragione e sembra assorto in mille pensieri. Ma è Dante! Sì, è proprio lui. Fanno appena in tempo a vederlo. Poi il veliero improvvisamente si piega.

Rolla, beccheggia, cigola. E fa rotta verso le campagne sottostanti, quelle che circondano le mura.

Vigneti, campi coltivati, prati verdi. Un baccanale di colori, di profumi. La natura urla la sua gioia, canta a squarciagola la sua gloria pagana e immortale.

E sotto il vascello, intanto, continuano a scorrere i secoli, pigri e indifferenti. Lentamente, si torna al nostro presente. Ora, ai naviganti, Anagni e le sue terre appaiono diverse. Le antiche pietre, però, sono ancora tutte lì.

A vegliare, a ricordarci chi siamo e da dove arriviamo. E a parlarci in silenzio delle nostre radici, profonde e floride. È tempo di rientrare in porto.

La nebbia del mattino si è diradata, e il sole ha cominciato a scivolare verso ovest, verso il tramonto. Il vascello si posa delicatamente sulla sua collina. Il campanile, davanti a un cielo di porpora, ammaina le sue vele.

L’Anagni di un tempo e quella di oggi tornano a essere una cosa sola. I suoi abitanti scendono da prua e tornano nelle loro case. Ma lo sanno già che domani si salperà di nuovo, perché un viaggio così dura tutta la vita.

Ed è bellissimo.

Top