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Giovanni Michelucci: Architetto della Felicità

Nel mio primo incontro nel 1986, alla mia domanda su cosa doveva fare l’architetto, mi rispose quello che tutti vorremo sentire: “L’architetto deve lavorare per la felicità degli uomini. Io la chiesa ve la fo’, ma prima devo stare con voi, vedere le vostre case, capire la vostra terra”. Così disse Giovanni Michelucci, architetto di Fiesole al comitato che lo voleva incaricare del progetto della chiesa del nuovo quartiere di Arzignano in provincia di Vicenza. Questa affermazione, rimasta famosa, racchiude tutta la sostanza di questo grande uomo.

Giovanni Michelucci è stato un architetto che ha attraversato la nostra storia per quasi un secolo; non voleva fare l’architetto, ma nelle sue chiese è stato il più grande interprete di uno spirito religioso contemporaneo.

La chiesa più nota è certamente quella sull’Autostrada del Sole tra Firenze e Roma che è vista da migliaia di viaggiatori ogni anno. Da qui l’idea dei nomadi del deserto, così il popolo di Dio in perenne cammino porta al disegno di “alcuni pali con una tenda sopra”. Un rifugio temporaneo

Uomo in ritardo con i tempi o in anticipo sui tempi? Uomo di sofferenza, è stato pervaso dalla tensione della ricerca quotidiana di una fede che non è mai stata certezza o accettazione sofferta del mistero.

E il suo disegnare evidenzia questa “nervosità”. Le realizzazioni sono “Messi di disegni filamentosi che lasciano scorgere sempre, una dentro l’altra, più soluzioni possibili dello stesso problema”. Il progetto non nasce a tavolino, ma poco a poco dall’osservazione delle cose e dei luoghi, dallo stare in mezzo alla gente, dalle abitudini e storie carpite, dal comprendere le reali necessità degli uomini. La sua è un’architettura immaginata e creata intorno alle persone, non all’individuo, ma alla collettività.

Un disegnare del “non disegno” se per questo si intende immediata precisione e dettaglio. In questa sua ricerca in anticipo sui tempi, spesso Michelucci non è stato compreso subito come nella chiesa di Longarone, un comune distrutto dall’alluvione della diga del Vajont nel nord Italia negli anni ‘60. I cittadini si aspettavano una ricostruzione fedele e non una nuova identità con la tragedia che li aveva colpiti.

Invece Michelucci ha interiorizzato il dolore, ha realizzato un anfiteatro ellittico, una nuova forma per aiutare a ricostruire un senso di comunità. La tragedia immensa di questo paese distrutto ma contemporaneamente la natura meravigliosa gli fece venire l’idea di una chiesa che potesse rappresentare vita e morte.

“Allora in me cominciò a nascere un’idea che portasse all’esaltazione della vita: il Teatro! Ho pensato ad una chiesa fatta come un teatro”.


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