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Aeroporto di Berlino-Tegel, 15 luglio 1990.

Una pioggerellina insistente accompagna il nostro cammino incolonnato per raggiungere l’aeromobile che ci avrebbe portati a Palermo-Punta Raisi.

Raggiungo il mio posto numerato e trovo già sedute due donne: una giovane di circa 30 anni e un’altra decisamente anziana.

Saluto entrambe e dopo avere riposto nella cappelliera il mio bagaglio mi siedo accanto alla signora.

Durante la fase di decollo, stiamo tutti silenziosi con lo sguardo fisso davanti a noi poi, dopo che l’aereo si è stabilizzato, ha inizio un brusio rassicurante. L’anziana signora seduta accanto a me espresse il suo timore con una frase tipicamente siciliana:

“Cori di Gesù aiutani tu (Cuore di Gesù aiutaci)”.

Poi, subito mi chiese “Torni a la casuzza beddra meia (torni a casa bella mia)?”. “Si”.

La ragazza seduta accanto alla donna interviene lesta. “Nonna lascia stare la signora, forse non le và di parlare”. ”Non mi disturba, anzi, ascolto volentieri”.

“Siciliana si? (Siciliana sei)?

“Orgogliosa siciliana sono”.

“Accentu n’ai picca, un capisciu di quali paisi sini (Non hai accento e non capisco quale è il tuo paese)”.

”Sono di Sciacca”.

“Allura semu vicini: niatri semu di Caltabellotta (Allora siamo vicini, noi siamo di Caltabellotta)”.

La guardai e vidi i suoi occhi illuminarsi solo a nominare il suo paese.

La ragazza allungò la mano dicendo: “Sono Luisa e questa è mia nonna Pina, non vuole più vivere in Germania, vuole trascorrere il tempo che le resta al paese”.

“Vogghiu muriri a Cataviddrotta (Voglio morire a Caltabellotta)”.

La donna immediatamente cominciò a raccontare del suo amato paese descrivendolo come il luogo più bello del mondo ed iniziò uno strano monologo accompagnato di nostalgici sorrisi e lenti sospiri.

La nipote tentò, ancora una volta, di interromperla. “Nonna smettila, la signora conosce sicuramente il nostro paese”.

Inutile tentativo, la nonnina abbassò il tono della voce e continuò a parlare. Girai il capo, la guardai e pensai “chissà quante volte ha ripetuto le stesse frasi amorevoli raccontando la sua Caltabellotta”.

Per non ferire il suo orgoglio paesano dissi: “Non importa, lasciala raccontare, l’ascolto volentieri”.

Dopo alcuni minuti, non udii più le parole della donna perché̀ nella mia mente riaffiorarono episodi lontanissimi legati a Caltabellotta.

Svelta inforcai i miei Ray-Ban, socchiusi gli occhi e come in un vecchio e scolorito filmato rividi i luoghi dell’incanto di Caltabellotta.

Nella mia prima infanzia, durante i soggiorni caltabellottesi, ascoltavo volentieri i racconti della zia Virginia che amava narrare la storia dell’antica Triocala arricchendola di eroi, gran signori, belle dame, cavalieri, cortigiani e santi.

Nelle storie che raccontava riusciva a mescolare, con grande maestria, avvenimenti storici, avventure amorose e fenomeni mistici da fare invidia al grande William Shakespeare.

Caltabellotta sorge su di un pianoro roccioso e alle sue spalle si erge severo e solenne uno sperone di roccia conosciuto come “il pizzo o monte Castello”.

La cittadina è un immenso contenitore di ricchezze archeologiche, artistiche e storiche.

L’antica necropoli Sicana, la chiesa di Sant’Agostino, la chiesa del Carmine, la villa comunale, la Pietra e la Badia, sono sempre stati i luoghi della memoria, ma i luoghi del cuore sono e saranno sempre l’Eremo di San Pellegrino e la Chiesa Madre. L’eremo credo sia uno dei tanti posti più carichi di mistero e di fede che io abbia mai visitato.

La leggenda narra che San Pietro mandò il monaco Pellegrino in Sicilia affinché convertisse i pagani. Giunto a Triocala, il monaco Pellegrino si rese conto che la popolazione era terrorizzata da un drago che viveva in una grotta sul monte e che si nutriva di umani.

Pellegrino si recò sul monte e con il suo miracoloso bastone minacciò il drago che scivolò nelle viscere della terra. Il monaco liberò il paese dal drago e rimase a vivere nella grotta.

I caltabellottesi grati, scelsero San Pellegrino come loro protettore.

Un altro dei luoghi del cuore è la basilica, chiesa madre che sorge su un suggestivo pianoro solitaria e maestosa nel suo stile normanno.

Quella immensa spianata nei racconti della zia diveniva teatro di giostre, di incontri tra dame e cavalieri e soprattutto il luogo dove venivano accolti gli eroi.

Da ragazzina tornavo spesso nei due luoghi tanto amati e rimanevo ore intere a fantasticare con la mente, così, come aveva fatto la zia Virginia con me, anche io inventavo delle storie che poi raccontavo ai bimbi.

Al magnifico territorio caltabellottese oltre ai luoghi del cuore mi legano i ricordi del cuore, episodi che racchiudono odori, sapori, colori e sentimenti.

Voglio ricordarne uno dei tanti. Come ogni anno, la sera del 23 giugno, la vigilia di San Giovanni, nei quartieri di Caltabellotta, era usanza imbandire delle grandi tavole con buone pietanze cucinate dalle famiglie e con i prodotti dei loro orti.

Da bimba, con gli zii, partecipavo a queste feste dell’antica tradizione popolare. Lungo la strada per arrivare sul luogo della tavolata, tenevo lo sguardo in alto per vedere un filo di fumo innalzarsi sopra i tetti spioventi delle casette; quel fil di fumo mi faceva capire che la brace era già stata accesa.

I nostri amati ospiti Bastiano e Palma, come ogni anno, avevano apparecchiato nella loro strada una tavola strapiena di ottime pietanze: vascelle di ricotta, formaggi freschi e stagionati, frittate, verdure selvatiche cucinate e crude e una grande quantità di dolci e sempre mi ponevo il dilemma da cosa iniziare e cosa mangiare.

Riti antichi, sempre uguali che si ripetevano ogni anno. Vecchie tradizioni tramandate dalle famiglie che purtroppo sono andate scemando negli anni.

Caltabellotta è per me un insieme di eventi bellissimi e di persone speciali che avranno sempre un posto nel mio cuore.

Fu la voce della hostess che ci chiedeva di allacciare le cinture a distrarmi dai miei ricordi caltabellottesi. La donna mi guardò e disse: “Hai intisu quanti cosi qelli ti cuntai di lu me paisi? Mi riccumannu venimi a truvare. (Hai sentito quante cose belle ti ho raccontato del mio paese, vieni a trovarmi)”

“Certo lo farò, verrò”.

Sembra facile raccontare di Caltabellotta, ma non lo è!

Leggenda, storia, arte, tradizioni, fede e mistero avvolgono quello che per me è sempre stato il paese delle fate in estate ed il paese del presepe d’inverno.

Non trovo le parole giuste per raccontare i sentimenti che suscita la salita al Pizzo.

La vista del fumo che esce dal cratere dell’Etna quando il cielo è limpido; la passeggiata alla madrice nei luoghi dove hanno combattuto eroi e hanno amoreggiato dame e cavalieri. Rimanere in silenzio sotto l’eremo, dove viandanti santi hanno vissuto la misticità di San Pellegrino.

Caltabellotta non si può solo narrare, bisogna viverla.

Caltabellotta è simile ad un grosso diamante incastonato nella montagna, che ammiri nella sua immensa bellezza nelle magiche albe e nei romantici tramonti quando il sole la illumina mostrando le sue mille sfaccettature.

Dopo essere scese dall’aeromobile salutai le due donne e promisi loro che sarei tornata a Caltabellotta…

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