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Andiamo all’Opera? 

Per far conoscere la Cina in un momento difficile in cui tutti hanno paura del contagio e aumentano le diffidenze, vogliamo raccontare le bellezze del Teatro Kunqu. Racconteremo la sua storia e poi potrete gustare uno spettacolo andando sul web.

Per fortuna che il mondo digitale ci aiuta a mantenere forte l’amicizia fra Italia e Cina e fra le persone. 

Ogni paese del mondo possiede una propria elegante e raffinata “Arte dello Spettacolo” che esprime in profondità lo spirito e il cuore della nazione. I greci hanno la tragedia antica, gli italiani l’opera lirica, i russi il balletto e gli inglesi i drammi di Shakespeare. Tutte queste arti sono fonte di orgoglio e sono riconosciute a livello internazionale e anche la Cina ha una sua forma artistica che da secoli emoziona milioni di persone.

Il Teatro Kūnqǔ

Il Teatro Kūnqǔ è un’opera tradizionale cinese così particolare che nel 2001 l’UNESCO l’ha inserita nell’elenco dei Patrimonio Immateriale del mondo.

Il termine Kūnqǔ è l’unione di due parole e deriva da “Kun” (ossia Kunshan) il distretto dell’attuale provincia di Jiangsu, e da “qu” che significa musica. Si tratta di una delle più antiche forme di opera cinese e ha avuto un’influenze di vasta portata, non solo sull’evoluzione del teatro cinese, ma anche sulla letteratura, sulla musica e sulla danza.

Il Kunqu ha una storia di oltre 600 anni e i suoi testi sono noti per la loro raffinata bellezza lirica. Opere come “Il Padiglione delle Peonie” (1598) di Tang Xianzu e “Il Palazzo di Lunga Vita” (1649) di Hong Sheng sono considerate capolavori della letteratura e della poesia cinese. Nello spettacolo, canto, recitazione, movimento, tecniche di arti marziali e esercizi acrobatici si fondono in un’unica esibizione dinamica, fluida e armoniosa.

Il Kunqu è infatti molto più di un semplice dramma musicale: è una combinazione di recitazione, opera, balletto, declamazione di poesie e commedia musicale. Inoltre, prende spunto da spettacoli teatrali ancora più antichi: mimo, farsa, esercizi acrobatici e ballate, alcuni dei quali risalgono al terzo secolo a.C. o anche prima. 

Nell’esecuzione dell’opera Kunqu parole, musica e danza lavorano simultaneamente e in armonia.

Il linguaggio del Kūnqǔ è unico: non è né cinese mandarino, né il dialetto del Kunshan. È un linguaggio artificiale, creato ad arte, una forma modificata di mandarino con degli apporti dialettali.

Il testo e la musica sono di due tipi diversi, facilmente distinguibili. Da un lato, ci sono le “arie” che vengono cantate con l’accompagnamento dell’orchestra. Sono veri e propri poemi di elevata qualità letteraria. Dall’altro lato, ci sono dei passaggi di prosa, cioè dei monologhi e dei dialoghi, che non sono né cantati né parlati, ma scanditi ritmicamente.

La musica è un elemento essenziale dell’opera Kunqu, ma al contrario di quanto succede da noi in Occidente, le musiche non sono composte appositamente per l’opera, ma vengono scelte dall’autore all’interno di un repertorio esistente e consolidato, secondo particolari convenzioni e i testi sono scritti in modo da adattarsi ad un gran numero di melodie. 

Esiste una delicata relazione tra parole e melodie: il cinese è un linguaggio tonale, ogni parola ha una “melodia”, per così dire, e l’aria musicale si sovrappone alla melodia della parola, senza interferire con essa.

Oltre alla musica e alle parole, c’è il terzo elemento: i movimenti della danza. 

Il ballo nel teatro Kunqu è diverso dal balletto occidentale: l’intero corpo è impegnato in un linguaggio intricato di gesti e movimenti. Il significato di alcuni movimenti è immediatamente comprensibile anche dagli spettatori non esperti e rende piacevole seguire la storia dello spettacolo, mentre altri movimenti sono stilizzati e seguono strutture convenzionali. 

I movimenti delle danze coinvolgono non solo il corpo ma anche il costume di scena, in particolare le maniche, e gli oggetti tenuti in mano dagli attori, come ad esempio i ventagli. 

Anche i costumi sono molto elaborati, seguono delle convenzioni che sono nate nel corso dei secoli e non sono proprio realistici. Ad esempio, in spettacoli di argomento storico, i costumi non seguono il periodo della trama, ma piuttosto si adattano e caratterizzano il ruolo del personaggio, soprattutto dal punto di vista del rango sociale. 

In fondo questo appare anche in alcune rappresentazioni di opere liriche italiane moderne dove registi/artisti decidono di dare interpretazioni personali della storia ambientandola in periodi diversi da quella dell’autore originario.

Gli attori non portano maschere, ma i loro visi sono truccati vistosamente, in modo da suggerire le qualità del personaggio. Anche la scenografia segue le convenzioni dell’opera cinese ed è quasi del tutto assente. In scena ci sono solo pochi oggetti reali, come un tavolo e una sedia, e oggetti simbolici che si richiamano nelle varie situazioni.

I personaggi delle storie sono divisi in varie categorie: Shēng (ruoli maschili), Dàn (ruoli femminili), Jìng (visi dipinti), Mò (uomini anziani) e Chǒu (clowns). Ed anche questo è un parallelismo con l’opera italiana in cui in genere alle diverse voci corrispondono ruoli particolari.

Oggi il Kūnqǔ è ancora rappresentato in sette fra le maggiori città della Cina: Pechino, Shanghai, Suzhou, Nanchino, Chenzhou, Wenzhou e Hangzhou, oltre che a Taipei. Compagnie amatoriali sono inoltre attive in molte altre città, in Cina e all’estero e siamo sicuri avrà un futuro roseo perché per andare nel futuro bisogna avere solide radici nel passato.

E presto anche noi torneremo in Cina e andremo a provare l’esperienza dell’opera Kunqu.


Claudia Bettiol

IT Ingegnere, futurista e fondatrice di Discoverplaces. Blogger specializzato nella sostenibilità e nella promozione culturale dei piccoli territori e delle piccole imprese. Ama i cavalli ENG Engineeer, futurist, joint founder of Energitismo and founder of Discoverplaces. Blogger specialising in sustainability and in cultural promotion of small places and small enterprises. She loves horses

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