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Non esistevano i treni Alta Velocità e non esistevano neanche i voli low cost.

Non usavamo internet, non sapevamo cosa fossero la banda larga e la connessione superveloce.

Non si chattava, né si passava il tempo su Facebook e Instagram.

C’era però una piccola casa in un borgo delle Madonie, Polizzi Generosa, in cui vivevano delle persone care, le quali, ogni estate, aspettavano l’arrivo dei parenti romani.

Ogni anno, quando si avvicinava il periodo estivo, aumentava di giorno in giorno l’attesa dell’incontro.

Io e la mia famiglia a preparare la partenza, i nostri parenti a organizzarsi per il nostro arrivo.

In particolate io e mio padre eravamo i responsabili della “gestione tecnica” del viaggio. Si doveva andare alla Stazione due mesi prima della data prevista per la partenza, sperando di riuscire a prenotare il contingente dei posti a sedere messi a disposizione.

Questo poteva anche comportare il dover tornare più volte in biglietteria finché, io e papà, potevamo tornare trionfanti a casa con la conferma delle “prenotazioni dei posti”.

Il viaggio in treno aveva qualcosa di “epico” perché in estate quei treni erano pieni di persone che avevano lasciato i loro paesi, le loro terre, per andare a cercar fortuna in altro luogo. Ma non potevano mancare all’appuntamento estivo nel tornare nei luoghi natii.

Viaggi che spesso comportavano lunghi spostamenti, soprattutto dalla Germania, dal Nord Italia (in particolare Torino) con dispendi economici.

Erano gli anni delle “valigie di cartone“, degli assalti per prendere i posti a sedere che rimanevano a disposizione, dei treni superaffollati.

La mattina del giorno in cui saremmo dovuti partire, entrava in azione mia madre per preparare quello che ci saremmo dovuti portare con noi per il viaggio in treno.

Panini preparati in casa nelle ore precedenti la partenza, acqua, copertine per la notte, asciugamani e saponette per poterci quantomeno rinfrescare il viso al risveglio.

Non mancava mai il thermos per poterci prendere un buon caffè durante il lungo viaggio (si partiva da Roma alle ore 17.00 per arrivare a Palermo alle ore 10.00 del giorno successivo) accompagnato da un profumo familiare.

Affacciato al finestrino del treno (allora non esisteva l’aria condizionata), ero affascinato da tutto il movimento di persone che transitavano sui marciapiedi in attesa della partenza.

A un certo punto si sentiva il rumore delle porte dei vagoni che cominciavano a chiudersi, il semaforo da rosso diventava verde, il Capostazione fischiava.

Il treno cominciava a muoversi lentamente, mentre qualche passeggero che si era distratto nel comprare l’acqua prima di salire in treno, lo rincorreva, riuscendo a salire lo stesso.

Per raccontare tutti i ricordi legati al viaggio in treno, dovrei scrivere un intero volume per descrivere le mille storie vissute a bordo di questi treni. Le notti passate spesso a chiacchierare nei corridoi, l’alternarsi di persone che salivano e scendevano.

Si arrivava a Villa San Giovanni (ultima stazione in Calabria) la mattina presto.

Dopo una sosta di circa mezz’ora per attendere l’arrivo del traghetto, il treno era costretto a fare delle manovre di entrata e di uscita, finché era suddiviso in tre tronconi.

Ancora oggi, in attesa del ponte che dovrebbe unire la Calabria alla Sicilia, questa procedura è rimasta inalterata.

Al termine di queste operazioni si poteva scendere dai vagoni, che nel frattempo erano posizionati sui binari interni al traghetto, e i viaggiatori potevano salire sui ponti esterni.

Nel frattempo c’erano persone che erano in fila al bar per la colazione, i più temerari si mangiavano di prima mattina degli arancini non certo light.

Questo era il momento più intenso dal punto di vista emozionale: per me bambino era come se stessi partecipando a una “piccola crociera“, ma per mio padre e per tutti quelli che stavano tornando nella loro terra nativa, era qualcosa di “magico”, di “spirituale”.

Li vedevi completamente immersi nei loro pensieri guardare estasiati la loro terra d’origine che si stava avvicinando.

Su molti visi, compreso quello di mio padre, era facile vedere scorrere delle lacrime.

Dopo le fatiche della notte, arrivava il momento più “turistico” di questo lungo viaggio in treno.

Da Messina a Palermo il treno costeggiava tutta la Costa Nord della Sicilia e quindi era un tripudio d’immagini, di scorci marini, una carrellata di sensazioni ed emozioni.

Milazzo, Capo d’Orlando, Patti, Santo Stefano di Camastra, Cefalù, Altavilla Milicia. Pescatori che tornavano da notti in mare, contadini che iniziavano la giornata nei campi, i primi bagnanti in spiaggia, navi che si vedevano all’orizzonte, le persone che dalle terrazze delle case ci salutavano.

Quando si entrava nella galleria che precede l’arrivo a Cefalù, mia madre cominciava già a metterci in moto per prepararci alla discesa, ed io non volevo staccarmi dal finestrino… mancava ancora un’ora all’arrivo.

Arrivati a Termini Imerese, oppure a Palermo, dipendeva da chi ci avrebbe condotto a Polizzi Generosa, dopo i primi intensi abbracci e i primi pianti, iniziava la parte più impegnativa e anche quella più trepidante.

Finché non fu inaugurata l’attuale autostrada, ci attendeva un viaggio in macchina di circa tre ore, inerpicandoci per strade statali e provinciali che portavano verso Polizzi.

Curva dopo curva, ci si avvicinava alla meta.

La strada verso il paese lambiva le campagne sottostanti, le persone che erano in strada ci riconoscevano e ci salutavano.

A un certo punto in lontananza s’incominciava a vedere il nostro paese: quell’immagine che ogni volta che torni è sempre la stessa, eppure è come se ogni volta fosse la prima.

 

L’entrata in paese era un tripudio di saluti

Quando dalla Piazza del Belvedere, punto d’ingresso nel centro cittadino, imboccavamo il corso per gli ultimi metri che ci separavano dalla nostra casa, era come il maratoneta che entra nello stadio per percorrere gli ultimi passi della sua lunga maratona.

Ad attenderci non c’era però il pubblico dello stadio, non c’erano le medaglie d’oro.

Il premio di quel viaggio erano i parenti, gli amici, i vicini che si erano radunati vicino a quella casa per aspettare i “romani”.

Lascio immaginare a voi cosa fosse il momento in cui si scendeva dalla macchina e tutta la stanchezza del viaggio si dissolveva nel calore degli abbracci, nell’emozione delle lacrime.

C’era quasi una sorta di “tragedia greca” in tutto questo.

Un caos di abbracci, baci, strette di mano, in cui non capivi più chi stavi salutando: il parente, l’amico, il passante che si era fermato.

La casa della mia famiglia era già piccola per ospitare chi normalmente ci abitava. Ancora oggi sono qui a chiedermi come riuscisse a ospitare anche noi, che non eravamo certo una famiglia di poche persone, a cui si aggiungevano amici che ci venivano a salutare e spesso si fermavano a pranzo o a cena.

Quella casa non aveva i confort che oggi andiamo cercando per rendere “esclusiva” la vacanza, ma nonostante questo ci stavamo bene lo stesso.

 

Non ci si lamentava se l’acqua fosse troppo fredda o troppo bollente, se il materasso fosse adatto per la postura, se l’armadio non fosse capiente, se si stava stretti a tavola.

Quando era il momento del pranzo, c’era chi si sedeva sugli scalini della scala interna, chi si attrezzava di fuori e non ci disturbavano i vicini che passavano, anzi erano accolti nella nostra casa, condividendo il piacere della vicinanza.

Altro momento che non dimenticherò mai era la “prima passeggiata” nel corso principale.

Chiunque abbia vissuto i ritmi di un paese sa benissimo che c’è tutto un rituale che generalmente inizia intorno alle ore 18.

Dopo una prima pausa alle ore 20 per la cena, si riprendeva alle 21.30 e si proseguiva fino a notte inoltrata.

Dopo aver smaltito la “prima sbornia” di emozioni con le persone più vicine, ci si doveva preparare alla “discesa in campo”.

A quei tempi il paese era un posto che d’estate si riempiva di gente proveniente da ogni luogo e il corso principale si andava riempiendo di persone che si riunivano per passeggiare.

La nostra casa aveva il vantaggio di essere posta nel centro del paese.

Una discesa di pochi metri, ci separava dal corso principale e quindi avevamo anche una percezione visiva del flusso di persone che cominciava a passeggiare.

 

Ci stava un momento d’indecisione che precedeva la prima passeggiata.

Mentre eri lì a pensare sul da farsi arrivavano le prime voci di persone che ci avevano riconosciuto e c’invitavano a fare una passeggiata insieme.

Era il momento in cui si rompeva ogni indugio e si andava.

La prima passeggiata era soltanto la prima di una delle ripetute camminate andata e ritorno tra le due principali piazze del paese.

Era abituale iniziare andando sotto braccio con il primo amico, al quale si aggiungevano man mano altri amici. Finché il corso era pieno di tanti piccoli gruppi che s’incrociavano, e spesso si univano tra di loro a formare gruppi ancora più numerosi che si distribuivano tra la strada, i bar, le piazze.

Chiunque t’incontrava per la prima volta ti abbracciava e ti chiedeva: “Quando siete arrivati, quando partirete, sei venuto da solo o con chi sei venuto?”.

Non era un interrogatorio di polizia, era solo un atto di cortesia e di rispetto verso l’ospite.

A quell’epoca non c’erano i telefonini a distrarci da questi semplici, intensi gesti di amicizia e di affetto.

Le giornate di vacanza scorrevano tra momenti di festa in casa e in strada, grandi mangiate senza stare a preoccuparsi di colesterolo, d’ipertensione, tanto c’era la felicità a fare da contrappeso ai rischi della salute.

Non si parlava di biologico, ma in realtà si pranzava e si cenava con i veri prodotti della natura, dal contadino direttamente in tavola.

Si passavano intere giornate nelle campagne sottostanti, accolti dai proprietari che mettevano a disposizione le loro case per ospitare le persone.

Si mangiava, si ballava, ci si divertiva con le cose genuine, anticipando la moda degli agriturismi, diventati poi una delle esperienze di vacanza più apprezzata.

Mi ricordo anche che mi piaceva girare da solo alla scoperta dei vicoli, delle piazzette, delle fontane, delle chiese, e dei palazzi storici di cui è pieno Polizzi Generosa.

In uno di essi: “Palazzo Notar Nicchi”, a ridosso della nostra piccola casa, ebbi modo di entrare grazie a dei parenti che ci lavoravano come camerieri.

Rimasi affascinato dalla mobilia, dagli arredi, dalle ceramiche e ricordo un pianoforte bellissimo.

Pur se bambino, potevo camminare per le vie del paese in totale tranquillità.

Non c’erano i rischi di essere investiti da un “pirata della strada”, non avevi paura di fare brutti incontri.

Le persone che abitavano nel paese sapevano chi ero, e quindi non mi sarei mai trovato in difficoltà.

Mi divertivo a passare davanti alle case, sentire il bisbiglio delle donne sedute sugli usci delle case, i loro visi dietro quelle tende ricamate.

Ci sono tantissimi altri ricordi nella mia mente.

Le trasferte per seguire la squadra di calcio locale, quando andava a giocare nei paesi vicini seguita da cortei di auto e di furgoni pieni di tifosi.

Le feste religiose, che ancora oggi sono momenti di alta intensità.

La Sagra delle Nocciole con la sfilata dei carretti siciliani lungo il corso da cui bellissime ragazze in costume folcloristico lanciavano sacchetti con le nocciole, vanto di questo paese.

La Festa del Patrono San Gandolfo, con relativa attesa di conoscere quale sarebbe stato l’artista che avrebbe tenuto il concerto nel palco posto nella Piazza del Belvedere.

Ricordi indelebili che ancora oggi a distanza di anni restano i ricordi più forti, pur se ho avuto modo di visitare nel mondo tante città e tanti luoghi.

In questi ricordi c’è l’infanzia, la famiglia, l’amicizia, il rispetto delle persone, il sano vivere, la semplicità di un gesto.

Non posso non terminare questo racconto, ricordando che da lì partì mio padre, subito dopo la seconda guerra mondiale per venire a prestare il servizio di leva a Roma dove conobbe mia madre.

Un incontro che dette vita a una lunga storia di amore.

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