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Un aneddoto ci rivela quale fosse la considerazione che altre grandi personalità contemporanee a Brunelleschi avessero per la sua straordinaria cupola.

Infatti, come riporta Vasari in procinto di partire per Roma dove avrebbe diretto i lavori per la realizzazione della cupola di San Pietro, Michelangelo avrebbe così commentato rivolgendosi figurativamente a quella di Brunelleschi:

“Vado a Roma a far la tua sorella, di te più grande si, ma non più bella”.

C’era quindi consapevolezza, già tra gli ingegni contemporanei, non solo della straordinarietà di un’opera che è la ‘summa‘ delle conoscenze tecniche e teoriche e che ha contribuito a rappresentare quella formidabile epopea che è stato il Rinascimento.

Un altro elemento l’ha resa modello per le generazioni successive: l’impegno e la complessità della sua realizzazione, che ha richiesto uno sforzo organizzativo fondamentale per portare a termine l’opera in tempi davvero ristretti.

Tutto questo si concretizzava proprio 600 anni fa, il 7 agosto 1420.

In quel giorno si apriva ufficialmente il cantiere che avrebbe portato alla costruzione della cupola del duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze.

L’impresa avrebbe segnato una serie di modernità che anticipavano il futuro. A cominciare dalla scelta del progetto che avvenne, come diremmo oggi, dopo un concorso di idee.

Ad esso parteciparono, oltre a Filippo di ser Brunellesco, Manno di Benincasa, Giovanni dell’Abbaco, Andrea di Giovanni, Giovanni di Ambrogio, Matteo di Leonardo, Lorenzo Ghiberti, Piero d’Antonio, Piero di Santa Maria a Monte, Bruno di ser Lapo, Leonarduzzo di Piero, Forzore di Nicola di Luca Spinelli, Ventura di Tuccio e Matteo di Cristoforo, Bartolomeo di Jacopo e Simone d’Antonio da Siena, Michele di Nicola Dini, Giuliano d’Arrigo (Pesello).

In un secondo momento, nel 1419, saranno interessati anche Giovanni d’Antonio di Banco (Nanni di Banco) e Donato di Niccolò di Betto Bardi (Donatello).

La realizzazione della cupola fu una grande opportunità di innovazione tecnologica e di organizzazione lavorativa. Il cantiere procedette così spedito che nel 1436 la cupola era completata ed entrava a far parte dello skyline di Firenze con le sue dimensioni incredibili: 45,5 metri di diametro e 116 metri di altezza.

Ma quale furono le innovazioni che permisero questi risultati?

Ve ne furono una serie, ma due strategie costruttive in particolare meritano di essere ricordate. La prima era il vincolo di non impiegare impalcature. Per questo era necessario lavorare su una struttura autoportante. Una sfida rivoluzionaria che richiedeva solide conoscenze geometriche e di tecnologia dei materiali.

Ordire una struttura di siffatta portata senza l’impiego delle armature interne in legno fu possibile facendo ricorso alla costruzione di una doppia calotta: una interna ed una esterna.

L’altra scelta costruttiva stava nell’impiego dei mattoni angolari e, soprattutto, nel sistema murario “a spina di pesce”. Tale tecnica richiedeva l’impiego di elementi orizzontali, alternati ad altri disposti in senso verticale.

Leon Battista Alberti celebrò la cupola struttura posta “sopra è cieli, ampla da coprire con sua ombra tutti e popoli toscani” (sopra il cielo, grande al punto da dare ombra a tutto il popolo toscano).

Mentre Giorgio Vasari annotava: “veggendosi ella estollere in tanta altezza, che i monti intorno a Fiorenza sembrano simili a lei” (si vede cos’ alta che i monti intorno a Firenze sembrano simili a lei).

In realtà la sfida partì prima, nel 1418 quando l’opera del Duomo indisse un concorso di idee per realizzare un progetto davvero formidabile.

Una volta incaricato, Brunelleschi che non aveva proprio un bel carattere, fece perno sull’organizzazione.

Un altro aneddoto svela la sua risolutezza.

Invitato a presentare il suo progetto, Brunelleschi si rifiutò, proponendo in alternativa una prova di abilità. Avrebbe conseguito la vittoria chi fosse stato in grado di far restare in piedi un uovo su un tavolo di marmo. Così, mentre gli altri concorrenti fallirono, Brunelleschi non fece altro che appiattire il polo inferiore del guscio picchiettandolo sul tavolo.

Poichè gli altri obiettarono recriminando per l’ovvietà della prova, dimostrò come per trovare soluzioni ai problemi bisogna pensare a quelle più ovvie.

Come ha avuto modo di dichiarare Timothy Verdon, grande conoscitore di storia dell’arte e docente all’università di Stanford, la costruzione della cupola fiorentina marcò l’inizio dell’era moderna e segnò l’inizio del concetto moderno di progresso.

Brunelleschi operò in un contesto difficile, come riferisce Vasari, tra sospetti e accuse continue.

Rivela infatti come praticamente ogni settimana giungessero all’opera del Duomo lettere anonime o firmate che attribuivano al Brunelleschi grossolani errori e mettevano in guardia dal collasso strutturale della cupola.

Quando ormai si era prossimi al completamento dell’opera, fu a tutti evidente l’infondatezza delle accuse.

Brunelleschi confidò a Buggiano, suo. figlio adottivo ed erede professionale, di aver visto nel corso di una passeggiata in collina sui colli le vele gonfie e rossastre della cattedrale sospese nel cielo di Firenze ben prima che si mettesse mano all’opera.

Brunelleschi in quell’occasione fece esperienza di quella che gli antichi greci chiamavano “theoreoin”: la capacità di vedere ciò che sarà.

Ed ancora, Brunelleschi, che era solito trascorrere tanto tempo sul cantiere, sosteneva di conoscere ogni singolo mattone impiegato per la costruzione dell’opera.

Affermava infatti che non ce ne possono essere di uguali. Ognuno di essi è fatto per essere collocato nell’unico spazio dove deve stare. La stabilità della cupola è garantita da ogni singolo elemento.

 

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