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Fratte Rosa è piccolo gioiello incastonato in un territorio disseminato di antichi borghi. Siamo nella Valle del fiume Cesano, sulle colline pesaresi, e Fratte Rosa incanta il viaggiatore che si trova a visitarlo per la prima volta.

È il luogo dove si vuole tornare per apprezzare ancor di più la sua natura, la sua storia e le sue tradizioni.

E qui di storia da raccontare ce n’è!

per i Frattesi presenti tu sei il rifugio

per quelli che ritornano di tanto in tanto un’oasi

per quelli che sono lontani “un nostalgico sogno”

Così scriveva la nostra Laura Cesarini (dal libro Rivorrei la mia Vita) e queste semplici parole, dal significato profondo, racchiudono tutto il senso di appartenenza ad un paese. Anzi, per meglio dire al PAESE, un luogo unico e speciale sotto molti aspetti.

Le sue origini risalgono al medio evo quando, per sfuggire ai saccheggi e alla invasione dei popoli barbari, la popolazione della antica città romana di Suasa è stata costretta a rifugiarsi sulle colline vicine costituendo un tessuto fatto di piccoli borghi, tutt’ora splendidamente ben conservati.

Fratte Rosa ha subito prima l’influenza dei monaci classensi di Ravenna durante il periodo della Repubblica della “Ravignana” e, nel corso del Rinascimento, è stato un territorio conteso dalle potenti famiglie dei Malatesta e dei Della Rovere.

Un paese dalla bellezza incontaminata, a circa 419 di quota, con una vista sugli Appennini che è unica e magica soprattutto all’ora del tramonto. Ma il panorama arriva anche verso il mare permettendo di esplorare tutto il territorio marchigiano a 360°.

Fratte Rosa ha preservato e conservato nel corso dei secoli la sua tradizione primaria della terracotta.

Grazie al suo terreno ricco di argilla, sin dalle sue origini sono stati prodotti utensili d’uso per cucinare, cuocere, conservare. La ceramica d’uso fatta con i colori della terra è conosciuta ed apprezzata ovunque ed è ambasciatrice di tradizioni molto antiche nel mondo.

La Fratte Rosa che conosco, il mio luogo d’origine, ha attraversato purtroppo periodi difficili dovuti al suo lento ed inesorabile spopolamento. Una caratteristica soprattutto delle zone dell’entroterra.

Le vecchie botteghe artigiane dedite un tempo alla lavorazione del legno, del cuoio e del ferro, sono oggi solo delle porte chiuse, invecchiate dall’usura del tempo.

Purtuttavia, nel corso di tempi recenti, ho assistito ad un rifiorire delle attività paesane.

I giovani anziché abbandonare i loro luoghi di nascita, decidono di investire il loro futuro nel borgo dedicandosi ad attività ricettive, facendo risaltare il prezioso patrimonio eno-gastronomico locale.

Nei tempi difficili che stiamo tutti vivendo, sento molto evocare la necessità di un nuovo umanesimo e l’invito a tornare nei piccoli borghi, magari lavorando da casa.

Senza nulla togliere alla vita delle città, sicuramente caotica ma anche rassicurante dal punto di vista lavorativo e dalla grande disponibilità di servizi, ritengo ci sia la necessità di rallentare i tempi della nostra esistenza, riscoprendo aspetti umani e di vita dimenticati risucchiati dal vortice della modernità.

La vita nel piccolo borgo è semplice, scandita da ritmi a misura d’uomo, dove la solidarietà e la convivenza sono ancora le basi fondamentali della quotidianità di ognuno.

Il “salto di vita” dalla città al borgo non è poca cosa.

Si tratta di mondi e realtà opposte l’una all’altra, ne sono certa, ma il nostro piccolo borgo (come tutti gli altri) può rappresentare davvero una opportunità per una esistenza nuova per noi e le generazioni che verranno.

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