Gradara è un sonetto scritto in una lingua armoniosa e fluente

Sta lì, poggiata sul suo bozzolo. 

Assopita regina, sospesa tra terra e mare. 

Da una parte ammira le colline marchigiane sgargianti di girasoli, dall’altra il suo sguardo si tuffa nell’orizzonte dell’Adriatico. Declama la sua unicità con parole sontuose. 

La storia di Paolo e Francesca, che nel suo castello si amarono di un amore struggente e disperato, ammaliò Dante, che nella Divina Commedia la narrò con l’assordante fragore del suo genio. 

Gradara è una visione cinta tra due giri di mura merlate, che la proteggono come farebbe un’ostrica con la sua perla. 

E come fecero per secoli i Malatesta, gli Sforza, i Della Rovere. Tutti quelli che combatterono per difenderla. 

Quando si entra dalle sue pesanti porte di legno il mondo resta fuori, con le sue miserie e le sue bugie. 

Qui tutto è incanto, splendore, meraviglia. Le sue stradine, strizzate tra i bassi caseggiati medievali, brulicano di locande, osterie, botteghe. 

Palpitano di una vita che ha in sé i prodromi dell’eterno, le stimmate dell’assoluto. 

Sono il Big Bang della pura bellezza, della capacità dell’uomo di rivaleggiare con gli dèi quando a guidarlo sono ideali alti e nobili. 

La ragnatela di strade e vicoli si inerpica poi verso il castello e la rocca; una visione a sé. Una straripante, fiabesca esaltazione dell’immane talento italico per l’armonia delle forme e dei concetti. 

Il castello sembra nascere naturalmente dalla terra che lo circonda, per quanto ne asseconda le geometrie con una naturalezza quasi incomprensibile. Il mastio si arrampica solido, svettando tra le torri e i bastioni che gli fanno da corona. 

Lassù, solitario, si inebria col profumo della salsedine e degli ulivi

Poi, quando scende la notte, chiude le sue finestre come fossero grandi occhi di pietra. Per riaprirli all’alba davanti a uno spettacolo sempre unico e sempre diverso. 

Uno spettacolo che si chiama Italia. 

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