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“È bella questa nostra valle come bella può essere una donna agli occhi di un uomo innamorato”. 

Questa frase serve a chiarire, a chi ci viene per la prima volta oppure a quelli che non riescono a sentirla come propria, quale e quanto straordinario sia il rapporto che ci unisce alla Valle del Giovenco. Un territorio che da sempre ci regala i colori e i profumi delle sue stagioni. 

Ortona dei Marsi e Monte Genzana

Sicuramente c’è di meglio ma è altrettanto vero che soltanto qui riusciamo a sentire di essere al nostro posto, di essere a casa. 

Il mio libro Benvenuti ad Avalon in agro di Ortona dei Marsi nasce dall’acquisto di un meleto e dall’iniziativa “Adotta un melo della Valle del Giovenco” che ho condiviso con numerosi parenti e amici desiderosi di vivere un’esperienza di naturalità adottando una pianta. L’idea è stata quella di mettere a dimora (finora) 130 giovani piante di mele e di condividere il progetto. 

In cambio della quota di adesione, chi aderisce ha in cambio le mele prodotte dal meleto già produttivo e altri prodotti tipici del luogo come patate, fagioli, noci, mandorle, miele, etc… 

L’idea ha avuto successo e in poco tempo tutte le piante hanno trovato un genitore. A tutto ciò si è aggiunta una periodica newsletter inviata agli indirizzi di posta elettronica degli affiliati. 

Anche queste notizie sul mondo della mela hanno riscontrato interesse e, mese dopo mese, ho messo insieme moltissimi argomenti riguardanti il mondo delle pomacee. Tutto raccolto nel libro che, monitorando lo scibile umano, spazia dall’ambiente alla mitologia, dalla letteratura alla pittura, dalla geografia fino alla matematica e alle tradizioni popolari.

La conclusione è che veramente “mangiare una mela fa bene”, oltre che al fisico anche alla mente. Un libro, dunque, sano e sostenibile. 

Ma da dove parte la nostra storia con Ortona dei Marsi?

Era una grigia giornata invernale quando, a metà degli anni ’60, entrai per la prima volta a Ortona dei Marsi. Mia madre era curiosa di conoscere il piccolo borgo di montagna di cui mio padre era originario.

Castello di Ortona dei Marsi

Nonno Guido nacque a Ortona nel gennaio 1900, e qui ha trascorso la sua giovinezza prima di trasferirsi per lavoro a Roma dove, nel giugno 1929, nacque mio padre Mario nel villino di famiglia di Città Giardino a Monte Sacro che, poi, nel settembre 1958, accolse anche il sottoscritto. 

Dunque, avevo poco più di 7 anni quando, per la prima volta, mi si presentò Ortona. 

La giornata era particolarmente uggiosa (come avrebbe detto Lucio Battisti), con pioggia insistente e vento freddo. La mia prima impressione fu quella di essere entrato in un paese stregato con le case di sassi scuri che cadevano a picco sulle nostre persone mentre raggiungevamo a piedi, lungo le ruve del paese, la vecchia casa di famiglia. 

Quando nonno Guido lasciò Ortona, incaricò una persona del posto di manutenere l’edificio ma molti anni erano passati e quando arrivammo in fondo a Via Melonia lo spettacolo che si presentò ai nostri occhi non fu particolarmente edificante. 

La casa aveva subito gravi danni, le mura erano crepate, il tetto era in parte crollato e quando entrai la cosa che mi colpì maggiormente fu il colore plumbeo del cielo che entrava dal soffitto sopra la mia testa di bambino

Non so per quale motivo o per quale apparizione ma mia madre rimase folgorata dai luoghi e non ebbe dubbi nel chiedere a mio padre (provetto costruttore in Roma) di sistemare, quanto prima, l’immobile che sarebbe così diventato, ogni anno, alla fine della scuola, la nostra casa delle vacanze estive. 

In quegli anni andavamo in villeggiatura sulle Alpi, nel Veneto, alle pendici del Monte Grappa, a poca distanza da Vicenza, città di origine di mamma. Dunque, già dall’estate 1966 cominciammo a frequentare Ortona. 

Mio padre incaricò Giulio Maggi di seguire i lavori di ripristino della casa e, per i primi due anni, fummo ospiti di Marietta Venti su Viale Roma, all’ingresso del paese. 

Alla fine dell’estate 1967, facemmo ingresso nella casa di famiglia, finalmente accogliente e spaziosa per tutta la nostra numerosa famiglia: papà Mario, mamma Rita, il sottoscritto, Massimo, Marco, la piccola Marilena, il nostro cagnolino Lillo e, qualche volta, nonno Guido, zia Esterina e zio Celestino. 

Per noi si sarebbero aperte, con regolarità, le porte dei tre mesi estivi all’insegna del gioco e della libertà, stati eccezionali per bambini di città condizionati dai limiti e dai pericoli degli ambienti urbani.

In quegli anni anche in un paese come il nostro, di poche anime già allora e che oggi sono tristemente ancora meno, il commercio era ben vivo e dimostrava, così, di essere una delle attività peculiari della razza umana. 

La comunità, che se consideriamo anche le frazioni arrivava a contare poche centinaia di presenze, era servita da un nutrito numero di negozi che provvedevano a soddisfare le primarie esigenze di tutti. Mi piace ricordare che i tre negozi di generi alimentari vendevano anche altro. Ed è in questo altro che trovavano la loro unicità. 

Ad esempio, da Edmondo&Peppe, oltre a salumi, pasta e sementi varie, si potevano acquistare anche capi d’abbigliamento e articoli di merceria. Il negozio era composto da due vani comunicanti tra loro: uno per la vendita di generi alimentari e l’altro per la merceria. 

Era molto probabile che i clienti bisognosi dell’una e dell’altra merce venissero serviti dalla stessa persona la quale, dopo una velocissima e sommaria pulizia delle mani, passava con assoluta naturalezza da una mortadella ad una pezza di fresco lino e viceversa. 

Se poi a servire era Peppe, il tutto si svolgeva con il sottofondo musicale del suo fischiettare continuo e quasi afono, che non taceva nemmeno quando faceva il conto finale. Per questa operazione utilizzava il primo pezzo di carta che gli capitava a tiro, una scatola di rigatoni o l’incarto della pagnotta per esempio, e tra una fischiatina e l’altra sommava i vari importi con il solo ausilio di quel suo spezzone di matita che portava perennemente sopra l’orecchio. 

Da Evelina si andava, invece, per comprare caramelle e cioccolata, cartoline postali e francobolli, giornali e riviste, ma soprattutto si andava per telefonare. In paese erano rari, all’epoca, gli apparecchi telefonici privati, mentre erano solo il frutto di una fervida immaginazione i cellulari, internet e pure Facebook. 

Per poter parlare con amici o parenti lontani c’era solo il telefono pubblico a scatti di Evelina. Qui, per la necessità di comunicare notizie importanti a qualcuno o per il piacere di sentire la voce di persone importanti solo per qualcuno, ci trovavamo tutti e soprattutto di sera. 

A distanza di oltre cinquant’anni dal mio arrivo a Ortona, ho deciso, dunque, di imitare mio padre (costruttore e agricoltore) impegnandomi, per ora part-time fino alla pensione, come coltivatore della Valle del Giovenco. 

A seguito dell’acquisizione del meleto, ho un nuovo codice attività (coltivazione di pomacee e frutta a nocciolo) e mi sono attrezzato per il lavoro sui campi (recuperando l’espressione “braccia rubate all’agricoltura”). 

Attraverso l’iniziativa “Adotta un melo della Valle del Giovenco” ho cercato di inquadrare la coltivazione delle mele in una visione ampia (sociale, ambientale, culturale, artistica, etc.) e descrivere il territorio della valle in una condizione empatica. 

Il libro è nato da questo desiderio. Grazie di invitare a visitare la Valle del Giovenco, porta d’ingresso del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. 

Maurizio Urbani (con il contributo di Vincenzo Buccella)

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