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C’era una volta la festa dei morti. Tanti anni fa, la commemorazione dei morti in Sicilia era una delle ricorrenze più sentite dalle famiglie e più attese dai bambini.

La morte non veniva vista con tristezza e dolore bensì come momento di gioia. Gli antichi narravano che nella notte tra l’uno e il due novembre i defunti ritornavano sulla terra per portare doni ai bimbi.

In molti paesi della Sicilia si svolgevano le tradizionali fiere dei morti, strade e piazze si illuminavano delle luci delle bancarelle dove i familiari compravano giocattoli per i più piccini.

I nonni con l’approssimarsi dell’inverno, regalavano ai nipotini del vestiario e degli scarponcini, dicendo loro, che li avevano portati i murticeddri.

Il regalo più atteso era “lu Cannistru”, la tipica cesta siciliana realizzata a mano con canne e rametti d’ulivo, ricolma di Pupi di zuccaru (pupi di zucchero), crozzi i mottu (ossa di morto), taralli, frutta secca e coloratissima frutta martorana (dal nome del Monastero dove vennero fatti per la prima volta).

I regali venivano nascosti in casa e i bimbi, la mattina del due, si scatenavano alla ricerca dei doni portati dai defunti. Nei giorni che precedevano la festa, le pasticcerie avevano i banchi di esposizione stracolmi di leccornie ed era inevitabile essere attratti dal loro profumo speziato.

Come tutti i bimbi amavo la festa di ognissanti e il giorno dei defunti. 

All’età di sei anni, la notte tra il primo e il due novembre, udii dei rumori provenire dalla sala da pranzo, mi alzai e vidi la mia mamma che stava preparando i doni e le ceste per me e per mio fratello.

Feci finta di nulla e tornai a letto. L’indomani mattina, mentre mio fratello andava alla ricerca dei regali, mostrai il mio poco entusiasmo a mia madre:

– Ti ho vista questa notte.

Il suo sguardo ed il suo sorriso anticiparono le sue parole:

– Tienilo per te, non dire nulla a tuo fratello.

– Si mamma.

– Mi spiace, sei ancora piccola per smettere di sognare.

– Tranquilla mamma, a modo mio sognerò sempre.

La mattina del due novembre ci recavamo nel cimitero dove erano sepolti i nonni materni. Come ogni anno il rito degli orfanelli e delle suore che recitavano il santo rosario per i defunti mi metteva tanta tristezza nel cuore.

Guardavo i loro visi tristi, i loro occhi spenti e mi sentivo un po’ in colpa per quello che io avevo e loro no. Durante le preghiere evitai lo sguardo di mamma, ma lei mi venne accanto, si chinò e mi parlò con voce sommessa:

– Potevi evitare di riempirti le tasche dell’impermeabile di dolciumi. Sempre la mania di fare di testa tua.

Alla fine delle preghiere, mamma si avvicinò ad una delle suore e con la sua solita discrezione prima porse un’offerta poi le disse qualcosa che nessuno di noi udì.

Ero rimasta con le tasche piene di dolcetti e con tanta tristezza dentro. A casa degli zii trovai altri regali di “li murticeddri”: un maglioncino, un paio di scarpette blu ed un fascia-collo rosso in lana tutto ricamato e tanti, tanti dolciumi compresa una dama “la pupa di zucaru”.

Quel giorno non giocai con i miei cugini e neppure con i miei amichetti che erano venuti a trovarmi. Quel giorno ero troppo arrabbiata, ero triste ed avevo pianto, non ero riuscita a fare quanto desiderato.

Mentre i grandi discutevano sorseggiando il caffè lasciai la sala da pranzo, stavo salendo nella mia camera quando udii la voce di mia madre:

– Preparati per uscire, tra un po’ Grazia e Tanina ti accompagneranno dalle suore e porterai ai bimbi tutti i dolci che hai ricevuto. La guardai felicissima:

– Grazie mammina.

Quel giorno la felicità per me era nel donare e non nel ricevere. I bimbi dell’orfanatrofio mi guardavano un po’ diffidenti, poi Grazia aprì le inguantiere (vassoi) con i dolci e con un gesto della mano li invitò ad avvicinarsi al tavolo:

– Viniti, viniti a manciari i cosi duci, sunnu pi vuatri. (Venite a mangiare i dolci, sono per voi).

Ad uno ad uno, prima i più grandi, poi i più piccoli iniziarono a prendere i dolcetti. Bimba tra i bimbi ero felice.

Quel due novembre avevo veramente onorato la memoria dei miei defunti, avevo regalato agli orfanelli alcuni momenti di gioia. Tornai da mia madre felice, ma non avevo più né il maglione né la sciarpa.

Quando mi vide, prima si arrabbiò un po’ poi un po’ severa sentenziò:

– Lo sapevo che ne avresti combinata una delle tue. Non cambierai mai.

Da un ventennio le nuove generazioni festeggiano Halloween, una festa di origine celtica, tipica dei popoli del nord. La notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre con zucche intagliate e con vestimenti macabri, i bimbi bussano alle case della gente chiedendo scherzetti o dolcetti.

Le due feste sembrano distanti, ma non tutti sanno che le loro profonde radici hanno delle origini comuni.

La festa di ognissanti non aveva nulla di cattolico o religioso. Furono per primi i popoli celtici a dare vita a questa ricorrenza.

I celtici dividevano l’anno in due fasi: la prima fase era il risveglio della natura che ricorreva a maggio mente la seconda fase era il letargo della natura che ricorreva i primi di novembre. Questa seconda fase si chiamava Samhain.

Questo giorno era ritenuto quello in cui il mondo dei vivi e quello dei morti erano più vicini. Papa Bonifacio VII fece di tutto per eliminare questo rito pagano, ma non vi riuscì e così istituì la Festa di tutti i Santi per il 16 maggio.

Due secoli dopo, papa Gregorio IV spostò la celebrazione al primo novembre. Nel X secolo la chiesa cattolica istituì il due novembre come giorno dedicato ai defunti.

La zucca colorata e illuminata dei celti e la gioiosa e dolcissima frutta martorana dei siciliani hanno delle comuni radici che si perdono nella notte dei tempi.

I bimbi, tra dolcetti e pupi di zuccaru manterranno vive le radici di chi ci ha preceduti.

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