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C’era una volta un giovane uomo che con la guluppa in spalla percorreva a piedi le tipiche strade bianche delle Marche per andare al lavoro.

La guluppa era il famoso pasto senza il quale non si scendeva sotto terra.

Comprendeva l’acetello, l’acqua con aggiunta di aceto che dissetava e pure disinfettava, la panzanella, espressione massima del recupero degli avanzi fatta di pane secco bagnato d’acqua-aceto, con un po’ d’olio, aglio e pomodoro.

Infine c’era la fila, il pane dove al posto della mollica c’era una frittata, d’estate fatta con le foje o erbe di campo e d’inverno, con verdure e patate.

Erano i primi anni del ‘900 e questa è l’immagine che ho costruito nella mia mente di mio nonno Luigi mentre si recava alla miniera di zolfo di Cabernardi, per immergersi nelle viscere della terra ed estrarre il cosiddetto oro giallo.

Si trattava di un lavoro durissimo ed ogni giorno questi uomini, poco più che adolescenti, rischiavano la vita.

I ricordi tramandati raccontano che quando l’urlo della sirena vibrava tra le colline, le famiglie temevano per i loro cari al lavoro sotto terra: era il segnale di qualche incidente accaduto nelle gallerie.

Nonostante questo, tutti si ritenevano fortunati ad avere un lavoro pagato e sicuro.

La società Montecatini, responsabile delle estrazioni di zolfo nelle miniere, aveva costruito quello che oggi chiameremmo un “welfare aziendale” per i lavoratori, offriva loro gli alloggi, corredati di legna per scaldarsi, corrente elettrica e un orto per le necessità familiari.

Fu così che 100 anni fa nacque Cantarino, un villaggio ai piedi del Monte Rotondo creato dal nulla per i minatori.

Siamo nel cuore delle Marche, nel comune di Sassoferrato, e qui mio nonno Luigi, una volta sposato con mia nonna Anna, ebbe in assegnazione una casa e crebbe mia madre e le altre due figlie, lavorando per 30 anni in miniera.

Al raggiungimento dei 25 anni di lavoro ebbe un riconoscimento e la medaglia: non era da tutti arrivare a questo traguardo!

Nel frattempo, nel mondo si susseguirono eventi straordinari: ci fu il ventennio fascista, la tristemente famosa crisi economica del 1929 e la seconda guerra mondiale, durante la quale le miniere di zolfo furono addirittura incendiate.

Nonostante le grandi difficoltà mia madre “imparò il mestiere” di sarta, allestendo un piccolo laboratorio nel soggiorno di casa e insegnando, a propria volta, l’arte del cucito alle ragazze del posto.

Il dopoguerra e la chiusura delle miniere nel 1959 alimentarono l’emigrazione dei giovani, ma mio nonno Luigi e mia nonna Anna, ormai in pensione, rimasero a Cantarino.

Quando mia madre conobbe mio padre emigrarono nel nord d’Italia per lavorare.

Il legame coi nonni però rimase sempre vivo e io e mio fratello scrivevamo letterine ai nonni e trascorrevano immancabilmente a Cantarino, dove abbiamo costruito amicizie e relazioni durate nel tempo, tutte le vacanze estive.

Il forte legame con questi territori è stato trasmesso anche ai nostri figli nati tra gli anni ‘90 e il 2000 che, nonostante vivano e lavorino altrove e siano cittadini del mondo, si ritrovano a Cantarino all’insegna di queste origini comuni che comprendono valori e conoscenza del passato.

In questi ultimi 20-30 anni è stato bello vedere come questi luoghi, a me tanto cari, siano stati di nuovo messi al centro di una visione più ampia, riconoscendo loro il giusto valore legato alla storia, alla cultura, alla natura.

Una delle iniziative più sentite è il Palio della Miniera di Zolfo, una sfida tra contrade che rinnova la memoria degli antichi mestieri e del duro lavoro di scavo in miniera.

Si è avversari in gara, ma poi l’amicizia e la complicità la fanno da padroni.

Oggi l’impegno costante e instancabile di chi vive in queste zone ha permesso la nascita del Museo della Miniera di Zolfo ed il Parco Archeo Minerario di Cabernardi, di cui anche Cantarino fa parte con il suo piccolo tassello di storia.

 

Foto di copertina di Sassoferratoturismo.it

 

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