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Era un giorno di maggio del 1875 quando Alberto Maniscalco, detto Bertu Ammareddu, decise di portare la sua piccola barca di pescatore in quella secca a sud ovest di Sciacca dove si pescava con il palangaro dell’ottimo pesce.

Sembrava un giorno come gli altri, ma presto si trasformò in uno di quei momenti che cambiano la storia.

Agganciato ad un amo emerse dai fondali uno splendido ramo di corallo.

Cosciente di aver trovato un tesoro, Bertu ritornò trionfante alla sua Sciacca e riuscì a vendere agli altri pescatori la posizione del banco di corallo per la somma, per lui favolosa, di 250 lire, l’equivalente di molti mesi di lavoro.

I pescatori di Sciacca accorsero sul posto e, resisi conto che pescare il corallo non era cosa semplice, decisero di chiedere aiuto ai pescatori di corallo di Trapani, da sempre adusi a quel tipo di pesca.

Ma Trapani era punto di passaggio delle barche di Torre del Greco, che ogni anno si recavano nei mari d’Africa per la pesca del corallo. La notizia si diffuse rapidamente ed un numero enorme di barche si riversò nel mare di Sciacca.

Il banco sembrava inesauribile, nonostante l’intenso sfruttamento continuava a fornire ingenti quantità di corallo.

Un secondo banco più grande fu scoperto nel 1878 ed un terzo, ancora più grande, nel 1880. Fino a 2.000 barche giunsero da ogni dove, con un popolo di pescatori di 17.000 uomini.

La pesca con alterne vicende durò fino al 1914 quando, con l’inizio della prima guerra mondiale, i sommergibili tedeschi invasero il Canale di Sicilia rendendo impossibile la pesca.

La quantità di corallo pescata in quegli anni fu enorme, quasi 20 milioni di chili, il doppio del peso della torre Eiffel.

Il Corallo di Sciacca fu esportato in tutto il mondo ed enormi magazzini si riempirono delle quantità invendute facendone crollare il prezzo.

Il motivo di questa immensa ricchezza fu scoperto solo dopo molti anni. Si trattava di depositi di corallo fossile, che estirpato dalle falde dei vulcani sommersi di cui il mare di Sciacca è ricchissimo, si era accumulato, nel corso di migliaia di anni, in profonde sacche in fondo al mare.

Lì, immerso nei fanghi vulcanici, aveva cominciato a fossilizzarsi, divenendo più duro ed assumendo straordinarie tonalità di colore introvabili nel corallo pescato vivo.

Oggi il Corallo di Sciacca, rispettoso dell’ambiente naturale in quanto di natura fossile, è preziosissimo. Divenuto quasi introvabile, viene lavorato da pochissimi laboratori per la creazione di gioielli inimitabili.

La sua storia è indissolubilmente legata a quella dell’Isola Ferdinandea, un vulcano che nel luglio del 1831 emerse dal mare di Sciacca fra boati, fiamme e fumi e che, pochi mesi dopo, scomparve. Infatti era costituita solo da ceneri e fu immediatamente erosa dalle tempeste invernali.

Nelle sue immediate vicinanze fu scoperto il secondo di quei miracolosi banchi di corallo.

Nel 1905, in piena epopea del Corallo, nasceva a Sciacca la gioielleria di Concetta Nocito, moglie dell’ultimo rampollo di un’antica famiglia.

Da lei fu creato un numero enorme di Gulere, le classiche collane formate da trentatré sfere di corallo (quanti gli anni di Cristo) finemente sfaccettate e di dimensioni degradanti.

Oggi, dopo quattro generazioni e centoquindici anni di storia, la gioielleria Nocito è ancora lì nello stesso palazzo di famiglia dove era nata. Laura Di Giovanna, pronipote della fondatrice, è la creatrice di gioielli unici lavorati con la maestria degli antichi maestri corallari siciliani.

Il Museo della Storia del Corallo di Sciacca, frutto di venticinque anni di ricerche ed allestito nei locali dell’atelier Nocito, è pronto a raccontarvi la magia di quella straordinaria epopea.

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