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Il brigante Gasbarrone (o Gasperone) è il più noto dei banditi che batterono le campagne del Lazio meridionale nella prima metà dell’Ottocento”, scriveva lo studioso Elio Lodolini nel 1951.

“Ha visto prostrati ai suoi piedi principi e signori, ricchi sfondati che sfruttavano i poveri Cristi. È colui che ha realizzato una rivincita contro le umiliazioni dei potenti. Ha umiliato i ricchi e ha difeso i poveri. Ha tolto poi ai ricchi e ha dato ai poveri”: è Antonio Gasbarrone di Sonnino, passato alla leggenda come ilRobin Hood” italiano.

Nato a Sonnino da un’umile famiglia il 12 dicembre 1793, a 15 anni perde entrambi i genitori, restando orfano con i fratelli a governare una mandria di vacche, in questo territorio montano a confine tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa.

Un episodio imprevisto, una storia d’amore finita in tragedia, trasformò Antonio in fuorilegge dando inizio alla sua celebre carriera.

Nel 1814 uccise il fratello della donna che voleva sposare dopo essere stato rifiutato dalla famiglia di lei poiché suo fratello Gennaro era già fuggito in montagna divenendo brigante. Quello di Antonio era un destino segnato a cui non restava che seguire le orme di chi lo aveva preceduto, come spesso succedeva da quelle parti ai margini di una terra di confine.

Al contrario del fratello però riuscì a mettersi a capo di una banda che controllando le alture dei Monti Lepini e Monti Ausoni si rese colpevole di efferati delitti ai danni dei potenti, tra il 1821 e il 1824, destando l’attenzione internazionale.

Fra le imprese memorabili di Gasbarrone si cita il rapimento di 34 ragazze che si trovavano nel convento di Monte Commodo: le giovani, i cui genitori potevano pagare il riscatto più alto, furono portate via a viva forza in pieno giorno.

Le tennero nascoste per dieci giorni sulle montagne ma, per una felice eccezione agli usi dei banditi, le fanciulle furono trattate con tutti i riguardi possibili in quella triste situazione: questo episodio ne alimentò la fama di “brigante gentiluomo”.

Nonostante questo, purtroppo per lui fu proprio una donna ad esser lo strumento di cui le autorità si servirono per distruggere la sua banda e impadronirsi della sua persona. La polizia romana allettò la donna con cui aveva una relazione con una ricompensa di seimila scudi ed il brigante, abbassata la guardia, cadde nella trappola.

Rimase in carcere per gran parte della sua vita, fino al 1870 quando con l’Unità d’Italia venne finalmente liberato.

La detenzione però non impedì al mito di Gasbarrone di crescere e diffondersi. Anzi. Proprio nei primi decenni di prigionia, suscitò inesauribile curiosità, tanto che numerose lettere gli furono indirizzate ai Bagni di Civitavecchia dove era recluso.

Ben presto la sua prigione divenne meta di talmente tanta gente che il locale console francese, il celebre Stendhal, il 29 gennaio 1840 scriveva stizzito ad un suo amico: “Su cento stranieri che giungono qui, cinquanta vogliono vedere il celebre brigante Gasperone, e quattro o cinque M. de Stendhal”.

Dunque, la fama di Gasbarrone varcò i confini dell’Italia, tanto da essere oggetto di altre celebri citazioni. Oltre a Stendhal, anche Alessandro Dumas lo cita nel Conte di Montecristo per dirne un’altra.

In generale, viene considerato da buona parte di quella letteratura del Nord Europa interessata a soddisfare le fantasie di un pubblico borghese attratto dagli echi avventurosi e romanzeschi che i “romantici” briganti italiani seppero suscitare.

E’ un mito duraturo quello sorto intorno a Gasbarrone, che lo ha fatto divenire uno dei più forti banditi della storia. Un mito di cui lui stesso si era reso conto e che contribuì ad alimentare dalla cella dove era recluso, scrivendo memorie da vendere come souvenir.

Oppure mettendo in scena, con i compagni di prigionia, assalti e rapimenti davanti agli occhi affascinati dei turisti che lo andavano a visitare. E questi non mancavano di versare un’offerta in segno di riconoscenza per il brivido di essere stati i protagonisti scampati a un autentico pericolo: dunque, anche un “brigante attore” interprete di sè stesso.

Rifiutato, tuttavia, dal suo paese d’origine, condusse gli ultimi anni della sua vita facendosi ritrarre mentre “faceva la calza” e raccontava le sue gesta fuori dalle osterie del quartiere romano di Trastevere, finché fu inviato a trascorrere i suoi ultimi giorni in una sorta di ospizio nel nord Italia. Morì ad Abbiategrasso nel 1882, all’età di 89 anni.

La sua storia e lo spirito del brigantaggio nella storia delle popolazioni del centro Italia si possono approfondire nel Museo delle Terre di Confine, dove la storia è raccontata con emozione attraverso installazioni d’arte contemporanea.

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