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Giuliano Mauri è un “poeta dei rami” e costruttore di “edifici vegetali”, definiti “architetture naturali” che vivono di temporaneità e che poi, inevitabilmente, ritornano alla Natura.

 

Operando con rami e tronchi di legno realizza edifici fantasticamente reali. Il presupposto, legato alla naturale caducità del materiale impiegato, è che la natura riempirà i vuoti lasciati dal disfacimento del legno operando, quindi, una sorta di dialogo con l’artista. Le sue opere temporanee vivono il tempo di un respiro, sono strutture imponenti ma che marciranno. Il simbolo di un pensiero altissimo che disorienta ma anche commuove.

Tutto il lavoro di Giuliano, la sua arte, si è fondata sull’ascolto dello spirito del luogo, da cui poi nasce l’improvviso, l’inatteso: “….Non è mai questione di inventare, ma piuttosto di scoprire, di cogliere qualcosa che c’è già, di sentirlo. E poi di dargli corpo”. Il suo atteggiamento rievoca quello di Michelangelo che pensava al blocco di pietra come a uno scrigno che conteneva già l’opera e che quindi bastava scoprirla, togliendo “il soverchio”.

In Val di Sella, nella rassegna Arte Sella, ha creato una architettura emozionale piegando i giovani alberi per concordare e condividere un’idea con loro. Sarà poi la Natura a prendere il sopravvento. Per lui gli alberi sono legno, linfa, foglie, frutto, ma sono anche vita, morte ma, soprattutto, rinascita. Ha piegato i rami non per dominarli, ma per invitarli a modellarsi in una idea ed un segno che è un processo di invenzione.

Realizzazioni come quelle dell’Albero dei cento nidi o le Isole Vaganti/Zattera dei migranti suscitano meraviglia e rivelano la grandezza del suo pensiero. Un lavoro sull’immigrazione del futuro come quello delle grandi “lastre” di legno ricolme di terra che, fecondate dal vento inseminatore, covavano futuri alberi, e una volta accostate alla riva diventavano alberi, arbusti, bosco. Non solo zattere, ma natura tra la natura in un inno alla fratellanza.

Per Giuliano Mauri l’autore non riveste importanza, è uno sconosciuto che interviene con la sua idea e riconsegna alla Natura ciò che ha fatto. Esattamente come gli architetti dei giardini cinesi che secoli fa progettavano e realizzavano opere grandiose senza apporre la loro firma, e ritornavano di volta in volta, silenziosamente a sistemare, a riordinare, perché la vera protagonista era la Natura e non l’uomo.

Quante forme, si possono creare, quanti orizzonti si possono aprire con ciò che nel bosco cade, perfino l’incredibile scenografia nello Sferisterio di Macerata per la Norma di Bellini per Abbado! Non è forse questa la realizzazione perfetta del concetto di Sostenibilità nell’architettura?


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