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Lo ricordo il forno di Annita in via Forno. Che originalità!

Era più che altro una stamberga buia, annerita da spessi strati di fuliggine accumulatasi sulle pareti durante anni e anni di un’attività tramandata da generazioni.

Il terremoto dell’Irpinia del 1980 ne fece macerie indistinguibili.

Non era l’unico forno di Sant’Angelo dei Lombardi, ma certamente era il più antico. Non era restato chiuso nemmeno durante gli anni di guerra.

Nessuno ha mai saputo come avesse fatto, ma la fornaia era riuscita a sopravvivere anche con le tessere annonarie e il contingentamento della farina che aveva interessato ogni famiglia del paese.

L’antro della fornaia era anche il luogo dove le donne del vicinato, e non solo quelle, s’incontravano non solo per infornare ma anche per fare quattro chiacchiere tra femmine.

E per questo oltre al pane si sfornavano anche confessioni, dicerie e cicalecci fini a se stessi. Insomma, era la bottega del pettegolezzo tra comari!

E già, perché tutte le donne in paese tra loro si chiamavano commara. Che poi lo fossero per davvero aveva poca importanza.

Annita sapeva sempre come alimentare i pettegolezzi, mentre rinfocolava la fiamma aggiungendo fascine e ciocchi di faggio.

Cercava di essere attenta, però, che le chiacchiere non scivolassero (cosa abbastanza facile, per la verità) in malignità, calunnie, insinuazioni, diffamazioni, macchinazioni.

Non sempre ci riusciva, però, cosicché le ciarle spese attendendo che il pane cuocesse a puntino andavano spesso ad alimentare dicerie e sospetti più o meno veritieri, più o meno leciti.

Come quella volta quando si sussurrò che la figlia della commara Gina all’altare era arrivata incinta già di qualche mese, infangando la bianca virtù dell’abito nuziale. Insomma un autentico peccato mortale!

«Certamente la mammana potrà dire che si tratterà di un parto settimino…», disse commara Carmela, prontamente ripresa da commara Memena che aggiunse compunta: «Non è la prima e non sarà neppure l’ultima a restare prena prima di andare in chiesa!».

«Il vestito, però, le stava proprio bene… Sembrava una principessa»,

soggiunse la fornaia, per alleggerire la conversazione e immaginare di salvarsi l’anima.

«Sì, la principessa Taitù!», chiosò sarcastica commara Peppinella, i cui rapporti con la mamma della sposa erano notoriamente logori a causa di precedenti incomprensioni.

L’illazione, però, quella volta non passò senza conseguenze.

Venuta a conoscenza che si erano fatti pettegolezzi sulla figlia, l’indomani irruppe nel forno di Annita la mamma della sposa che, mani ai fianchi e piglio deciso, si disse pronta a raccontare vita, opere e miracoli sul conto di tutte quelle loquaci comari.

E, se non fosse bastato, anche delle loro figlie, delle nuore e delle mamme delle mamme fino alla settima generazione.

«Gesù, Gesù… come se la conoscessimo ora a Peppinella!», esplose infine, prima di sbattersi alle spalle la mezza porta che divideva il forno dal vicolo.

Questa era Sant’Angelo dei Lombardi. E questo in modo diverso è ancora la vita nel nostro paese.

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