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Nel 2016, il ministero ha pubblicato il corposo Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani dove catalogava dettagliatamente il patrimonio della biodiversità (naturale e coltivata) che caratterizza il nostro Paese. 

Per quello che mi interessava, l’Abruzzo ha 13 differenti “cultivar” autoctone di melo con almeno 5 varietà di mele (gelata, limoncella, panaia, paradisa e zitella) che rivestono un ruolo storico-culturale del nostro territorio regionale. 

Il termine autoctono deriva dal tardo latino “autochton” e significa originario del luogo stesso in cui vive, in cui si sviluppa e nel nostro caso si riferisce a una pianta che si è originata ed evoluta nel territorio in cui si trova

L’atlante valorizza anche la nostra Valle del Giovenco descrivendola come “ambito in cui la frutticoltura della regione ha sempre avuto e conservato un rilievo considerevole”.

In più ci ricorda come “fino agli anni ’60 del secolo scorso, data la vicinanza con Roma, si era sviluppato un fiorente commercio di mele e pere invernali che rifornivano la capitale”. 

In particolare, “la frutta acquistata dai commercianti romani era immagazzinata nelle cantine del paese e sono ancora vive le testimonianze, soprattutto delle donne che la accudivano nel corso dell’inverno, la manipolavano per verificarne la maturazione, eliminare i frutti guasti, provvedere al confezionamento e all’allestimento dei carichi per la spedizione di quei frutti pronti per il consumo”. 

Maurizio nel suo Meleto

Devo confessarvi che mi ha molto inorgoglito l’immagine fotografica prescelta dagli autori dell’atlante per descrivere la valle in cui si rappresenta il nostro meleto con il profilo dell’abitato di Ortona sullo sfondo.

La mela limoncella (la più famosa delle mele ortonesi, con un caratteristico gusto asprigno), la mela cerina (detta anche zitella, per la tardiva maturazione ma estremamente serbevole), l’appia (molto gustosa e con proprietà antinfiammatorie), la mela pianuccia (appiattita ai poli), la mela cipolla (di grossa pezzatura con un retrogusto simile al sapore della cipolla) e la mela granettona (simile alla renetta ma di maggiore pezzatura), sono solo alcune delle varietà che caratterizzano il territorio ortonese e qualificano il prodotto della campagna. 

Nel 2017, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha pubblicato il volume “Frutti dimenticati e biodiversità recuperata: il germoplasma frutticolo e viticolo delle agricolture tradizionali italiane. Casi studio: Lazio e Abruzzo”, in cui trova spazio una specifica e dettagliata scheda riguardante la limoncella della Valle del Giovenco. 

La mela limoncella è un frutto di pezzatura media, medio-piccola, allungata, cilindrico-conica o tronco-conica, quasi sempre asimmetrica, con un peduncolo medio-corto, grosso, inserito in una cavità profonda e stretta, quasi acuta e una cavità calicina semi-aperta, poco profonda e pieghettata. 

La buccia della limoncella ha un colore giallo a maturità, leggermente ruvida, con poche lenticelle emerse. Il frutto si raccoglie a ottobre, molto serbevole, si consuma da novembre a marzo anche se conservato a temperatura ambiente (comunque in ambiente fresco). 

Caratteristico è il suo progressivo appassimento durante l’inverno che la rende man mano acida, senza diventare farinosa. 

Nel suo libro “Ortona dei Marsi, frammenti … “, Giancarlo Antonangeli ci ricorda le ben note proprietà curative delle mele:

Ad Ortona dei Marsi fino a pochi anni fa le proprietà officinali delle mele erano utilizzate essenzialmente per la cura delle affezioni bronchiali che affliggevano bambini e vecchi.” 

Ad esempio, ai mocciosi raffreddati e febbricitanti si faceva sorbire un decotto di mele Appie, Pianucce ed ènnas’ (anice – Pimpinella asinum – per le sue proprietà sedative ed espettoranti) dolcificato con abbondante miele di marrubio. 

E li si metteva a dormire con – ‘n matnij call’ ‘n bepp’ – un mattone di argilla riscaldato sulla brace e posto, avvolto in un panno di lana, direttamente sul petto dell’infermo. Al mattino i sintomi di costipazione erano pressoché scomparsi”.

Mi piace, infine, ricordare che la nascita e lo sviluppo delle città rinascimentali doveva seguire precise regole: un terzo della superficie doveva essere città, un terzo giardino e un terzo campo in modo tale da raggiungere l’autosufficienza alimentare e, quindi, la tranquillità delle persone. 

Il fatto che il nostro meleto di Ortona sia una propaggine del giardino e della casa mi mette in una condizione di coerenza con questa impostazione di pianificazione dei luoghi del vivere umano.  

Quest’armonia mi piace.

Nel 1305, Piero de’ Crescenzi scrisse un trattato sull’agricoltura e descrisse quello che secondo lui doveva essere un giardino ornamentale che “all’animo desse diletto” e che, “appresso, conservasse sanità del corpo” in quanto “la complessione del corpo sempre s’accosta e conforma al desiderio dell’animo”. 

Ecco, dunque, le sue indicazioni:

Il verziere desidera avere l’aere libero, e la troppa ombra genera infermilade. Ancora non devono essere i predetti arbori nocivi, si come il noce e certi altri. Ma debbono essere dolci e odoriferi in fiori, e allegri in ombra, si come sono le viti, i meli, i peri e gli allori e i melograni e i cipressi e simiglianti”. 

Ortona, arrivo…

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