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Cara Villarosa,

la tua gente se n’è andata, sei rimasta da sola e abbandonata. Ma ti porterò per sempre nel mio cuore.

È triste vederti giù, la chiusura delle miniere ha costretti i tuoi figli a fuggire via.

Ancora oggi i tuoi figli scappano, ma non scappano da te Cara Villarosa, scappano dalla fame e dalla miseria in cerca di lavoro.

Ricordo la maestosa festa patronale, le tante bancarelle lungo il tuo corso principale, le luci per le strade e il profumo dello zucchero filato.

Ero piccolo, ma mi stavo già affezionando a te e alle tue feste.

Ricordo quando in estate la gente si sedeva fuori. Nessuna poltrona, soltanto sgabelli e sedie apribili di legno.

Mentre la nonna raccontava le sue avventure al mercato io giocavo per le tue vie a nascondino. Quanti bei nascondigli che mi hai fatto scoprire, non mi catturavano mai!

Ricordo quando quella stessa nonnina che si sedeva fuori la sera, la mattina mi portava con sé al mercato e mi comprava le caramelle o le patatine, o le palline di Natale quando era dicembre.

Ricordo quando correvo in bicicletta nella tua diga.

Diga, che brutta parola, il tuo è un magnifico lago, se pur artificiale, e la flora e la fauna che vi abitano farebbero invidia a qualsiasi “Diga” del mondo!

Oggi il tuo laghetto è lasciato a sé stesso, un tempo c’era un chioschetto, una strada ben asfaltata e dei cartelli informativi sulla flora e la fauna.

Ora… Il silenzio.

Cara Villarosa,

come ti sei ridotta, avevi un cinema BELLISSIMO. Quanto ho sognato da piccolo affinché lo riaprissero. Volevo vedermi “Cars” o “Toy Story” nel mio paesino con i miei amici. E invece…

Il tuo treno-museo è mozzafiato, unico in tutta Europa. Alle elementari ho scattato tante di quelle foto che ho perso il conto: presepi antichi, attrezzi da minatore, attrezzi da contadino, ecc.…

Tanto ero innamorato che un mio compleanno, se ti ricordi bene, l’ho festeggiato in un vagone del treno-ristorante. Strambo non credi?

Villarosa mia, la tua torre dell’orologio è piccola ma ha il cuore grande perché è il simbolo di tutto il paesino. Mi piangeva il cuore quando le tue campane hanno smesso di suonare, dopo un anno sono state aggiustate e il mio cuore è tornato a sorridere.

Chissà a quanti rintocchi è arrivato il tuo orologio.

Le tue chiese non sono cattedrali, ma non importa. Sono bellissime lo stesso, abbine cura, ogni pietra racconta una storia diversa e avvincente.

Nessuno ci può capire. Solo i tuoi figli ti apprezzano veramente per quello che sei, nessuno sa quanto può essere grande l’amore che abbiamo verso di te.

Come noi non possiamo capire fino in fondo cosa provano i nostri fratelli di Villapriolo, il tuo fratellino minore.

Il Duca Notarbartolo, il tuo papà, ci ha fatto il regalo migliore del mondo: ci ha regalati il paese della pace, dell’aria pulita e di campagna.

Ero piccolo e tutto mi sembrava meraviglioso, cara Villarosa, ma ora sono un po’ più grande e presto toccherà anche a me lasciarti.

Sei bella sì, ma appartieni al passato e non puoi offrirmi più niente per il mio futuro.

Resterai sempre nel mio cuore. Abbi cura dei tuoi palazzi, delle tue chiese, dei tuoi piccoli boschi e della tua umile storia contadina e mineraria.

Infine abbi cura della tua stazione, la stessa dove un giorno partirò come fecero i nostri nonni e bisnonni abbandonandoti per sempre.

Io però tornerò, cara Villarosa, è una promessa.

Viva Villarosa!

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