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Oggi è giorno di partenza e mi alzo all’alba.

Mio padre ha già preparato la colazione e dalla cucina arriva il profumo del caffè appena fatto. Mi avvicino e ne bevo un sorso dalla sua tazza. Lui mi guarda con aria triste, scuote la testa e mi arruffa i capelli.

“Non rimarrò per molto tempo. Sarò di nuovo a casa per le vacanze pasquali. Non ti accorgerai nemmeno della mia assenza”, concludo io scappando in fretta e furia.

Mamma è pronta per andare in ufficio, la saluto e sono già in macchina al volante della mia Alfa Cabriolet.

Imbocco la strada che porta alla statale e comincio a percorrerla in direzione Lucca Sicula, un paesino dell’entroterra agrigentino a 34 Km da Sciacca e da sempre scrigno delle tradizioni popolari.

Il luogo in cui si tramandano dialetti e storie antiche, ricette tradizionali e prodotti tipici.

Lucca Sicula si stende ai piedi della collina di Pizzo di Santa a circa 500 m di quota e da questa altura si può godere di una veduta paesaggistica sulla vallata del fiume Verdura.

Un tempo qui si trovavano i Sicani, gli antichi abitanti della Sicilia, che hanno lasciato testimonianze un po’ dappertutto.

Con il mio lavoro di insegnante alla scuola primaria, penso già di conoscere praticamente tutti i circa 2000 abitanti di Lucca Sicula.

Mi sono trasferita qui a settembre per una supplenza annuale, e in questo grazioso angolino sto riscoprendo una natura viva e rigogliosa al riparo dai frastuoni cittadini.

Ricordo ancora quando arrivai per la prima volta in paese.

Fervevano i preparativi per la Festa del SS. Crocifisso, che si svolge nei giorni tra l’11 e 13 di settembre con la caratteristica fiera del bestiame e la solenne processione con il simulacro del Crocifisso accompagnato da fuochi d’artificio.

La credenza popolare gli attribuisce il dono di essere miracoloso.

Una leggenda che mi affascinata narra di due simpatici vecchietti che, dopo le parole udite in Chiesa da un frate: “Il Signore dà cento a chi presta uno”, vendettero casa, campo, buoi e asino, ricavarono 2000 scudi e li dettero ai poveri.

Poi si recarono nella chiesa del convento di Lucca Sicula, dove c’era un Crocifisso. Rimasti soli si inginocchiarono a pregare.

Per ricompensarli del loro gesto, il Crocifisso lasciò cadere un sandalo che aveva al piede. Esso era tempestato di gemme preziose. Dopo un po’ gettò anche l’altro.

I vecchietti cambiarono i sandali con un sacco di monete d’oro, comprarono un podere e cominciarono ad ospitare viandanti e sperduti, lodando Dio. Da lì la grande devozione.

In occasione di questa festa non mancano sulla tavola dei lucchesi i tradizionali dolci fatti in casa a base di mandorle, come li napuli e la cubbata.

Nel pomeriggio, passeggiando per le tranquille stradine, mi dilettavo a sentire l’odore della salsa che viene fatta ancora in strada, all’aperto, in un grande pentolone di alluminio.

Ci partecipavano laboriosamente tutti i parenti e vicini, mentre i bambini si divertivano a rubare le mandorlestinnuti ‘ncapu li tenni” (stese su tende tessute) ad asciugare sui marciapiedi.

Che scrigno di paese. Non me ne andrei più via!

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