Tra i 16 paesi dei Castelli di Jesi, Montecarotto assume un valore di particolare rilevanza per la sua semplice bellezza.

Montecarotto – Foto di Giuliano Betti

Un piccolo borgo abitato da duemila persone a 388 metri sul livello del mare, posto all’incontro delle due valli incantate del fiume Esino e del Misa.

Quello che rimane impresso nella mente del viaggiatore che si trova a scoprire questa piccola realtà, è la bellezza dei suoi panorami, i colori che li dipingono a seconda delle stagioni. L’incontro sulla linea dell’orizzonte tra il mare Adriatico e le dolci alture dell’appennino Umbro-Marchigiano.

Alla vastità del suo panorama si contrappone la bellezza del suo centro storico, raccolto come nella maggior pare dei piccoli e borghi italiani. Un centro all’interno di una cinta muraria lunga circa 600 metri che fa da fortezza a magnifiche chiese, a palazzi signorili e ad un piccolo teatro di estrema bellezza.

Le mura di Montecarotto, che proteggono il piccolo impianto medievale, conservano ancora oggi la scarpata, ossia quell’elemento architettonico con la duplice la funzione di opera difensiva e di opera di rinforzo. Infatti l’allargamento della base delle mura teneva il nemico più lontano del limite ultimo della città.

Ci sono cinque torrioni che intervallano la lunghezza delle mura cittadine e, sul lato orientale del paese, ne possiamo osservare uno ancora in perfetto stato. 

E’ il torrione cilindrico, coronato da un doppio ordine di “beccatelli”, mensole in legno o in pietra che sostengono una parte della costruzione, e da una merlatura ghibellina che terminano con la caratteristica coda di rondine. Simboleggiavano la supremazia dell’impero sul papato.

Ma l’immagine che dona l’identità a Montecarotto è il maestoso torrione che si affaccia sulla piazza centrale del paese, il torrione custode del tempo!

La torre cilindrica dell’orologio ci racconta una delle più grandi eccellenze del piccolo paese delle Marche, quella della produzione di orologi da torre

Montecarotto – meccanismo orologio del torrione, Foto di Giuliano Betti

Nella storia, i campanili civici hanno avuto la funzione di quantificare il tempo, di scandire il trascorrere delle ore e di regolare la vita di una comunità attraverso il loro suono.

Questo è stato possibile grazie alla presenza all’interno di queste torri di un orologio meccanico, con o senza quadrante a vista, che grazie ad un raffinato meccanismo batteva le ore sulle campane.

Nelle Marche si narra la storia di una lunga famiglia di orologiai e il più grande esponente dell’arte dell’alta precisione dell’ottocento è Pietro Mei, nato proprio a Montecarotto. Un uomo noto in tutta Italia per la sua genialità e per la sua innovazione nella costruzione degli orologi da torre.

Qui, nel suo paese d’origine, aveva messo su il suo laboratorio realizzando nelle Marche e nelle regioni direttamente confinanti tanti orologi. Opere tecnologiche e d’arte con meccanismi intuitivi e manuali in torre civiche e torri campanarie che scandivano le giornate di tante città attraverso i rintocchi di lancette e di campane.

Pietro Mei realizzava macchine che si presentavano più compatte rispetto a quelle costruite dai suoi maestri e, come le descrive lui con sue parole, le macchine erano costruite con “pulitezza ed eleganza”.

A Montecarotto è conservato intatto e ancora funzionante uno degli esempi di orologi marchigiani costruiti da Mei.

Al primo piano della torre, raggiungibile attraverso un camminamento di ronda, un percorso sulla cinta muraria e nascosto dietro alle merlature della cinta, si arriva al locale dove è custodito il quadrante dell’orologio. Qui possiamo osservare l’asta di collegamento, il pendolo e i pesi.

Da qui, percorrendo una scala in legno ci aspetta una grande sorpresa, ad attenderci per essere ammirato troviamo il meccanismo dell’orologio. 

Un meccanismo a pendolo azionato attraverso i pesi che scendono all’interno della torre e, sfruttando l’azione della gravità, muovono il meccanismo che a sua volta azione i martelletti che percuotono le campane.

Sulla ruota di scappamento leggiamo “P. Mei Montecarotto n° 22”. La matricola ci racconta che questo è il ventiduesimo orologio a carica manuale progettato e costruito da Pietro Mei nel 1849.

Abbiamo la possibilità di osservare da vicino il tratto di torre più alto, il campanile, che custodisce due campane poste ad altezze leggermente diverse. La più grande, “la campana delle ore” è del 1849 e la più piccola che scandisce i quarti è stata realizzata nel 1572.

Due martelletti collegati ai pesi batteranno i rintocchi sulla campana delle ore, un ritocco per ogni ora, un martello sulla campana piccola suonerà un rintocco per ogni quarto d’ora.

I due martelletti si uniranno contemporaneamente a suonare sulla campana delle ore nel momento della meridiana, un suono che si ripete tre volte al giorno: a mezzogiorno, a mezzanotte e alle cinque del mattino.

Una volta ogni ventiquattro è necessario ricaricare i pesi per le ore, mentre i quarti e la meridiana possono essere caricati con meno frequenza.

Un suono quindi che si ripete ogni 15 minuti, il tempo necessario per osservare, al di là dei tetti delle case, la Riviera del Conero, le cime dell’Appennino Centrale e la bellezza delle vallate circostanti.

Sin da bambina, ho sempre creduto che a Montecarotto il tempo si fosse fermato, perché la sua bellezza rimaneva invariata negli anni.

Oggi invece posso dire che qui il tempo assume un significato diverso, il tempo si è preso cura di questo luogo, rintocco su rintocco, conservando la sua arte e la sua bellezza. 

Un piccolo borgo che può far conoscere le sue meraviglie e Pietro Mei di Montecarotto, l’orologiaio per eccellenza del XIX secolo.

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