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Sabato 6 gennaio 1968, ultimo giorno di vacanze natalizie.

Anche quell’anno festeggiai con la mia famiglia la Santa Epifania a Montevago. La messa al Santuario della Madonna delle Grazie, la visita ai frati, la sosta per ammirare il magnifico presepe e, per ultimo, un caldo thè a casa di amici. Amavo ed ho sempre amato quella chiesa, luogo ricco d’arte e di misticismo.

Quel giorno, durante la santa funzione, ero molto distratta e ammiravo insistentemente l’interno della chiesa, come a volere fissare nella mente a perenne memoria tutto ciò che i miei occhi vedevano.

Quella fu l’ultima messa, l’ultima visita al Santuario.

Tornai a Montevago il 3 febbraio 1968. Non più profumo di zagara. Non più i verdi e lunghi asparagi. Non più la zà Rusalia (zia Rosalia) con le uova fresche delle sue galline. Non più lu zù Caloiru (zio Calogero) con i buoni salamini e la sasizza (salsiccia) ricavata dalla macellazione dei suoi maiali.

Dopo il terremoto non c’era più nulla, solo pietre e fango. Intorno solo il vuoto e, tanto, tanto gelo. A stento, le mie gambe giravano tra pietre e neve, mentre con lo sguardo cercavo gente e case che non c’erano più.

Sono tornata dopo molti anni. Ho rivisto sotto un velo di lacrime, un paese nuovo e sconosciuto.

All’estrema periferia, accanto alle nuove case, vi erano alcune abitazioni molto malmesse: il vecchio centro storico. Piccole casette fatiscenti, che per mezzo secolo hanno sfidato il tempo, le intemperie ed il caldo cocente.

Prima del ‘68, quei muri sono stati i muti guardiani di una comunità felice, ma, in quella gelida notte del 15 gennaio, un boato li trasformò in fantasmi dolenti.

Sono tornata il 24 gennaio del 2021. È sempre una gioia rivedere un posto che ricorda l’infanzia. Pioviggina, non c’è gente per le strade e un silenzio nebbioso mi avvolge. Istintivamente mi dirigo verso il vecchio centro, lì, come sempre, sento il passato. Passo dopo passo raggiungo i luoghi a me cari.

Ad un tratto mi accorgo che la vecchia strada è stata ripulita, ora è sgombra da pietre e calcinacci. I marciapiedi sono pulitissimi. Le aiuole sono riquadrate e piantumate con delle palme. Piazza Belvedere, Corso Umberto I, uno sguardo alla valle e la certezza di essere in un luogo speciale, dove il passato incontra il presente ed insieme vanno verso il futuro.

I ricordi in pochi attimi si allontanano per dare posto alla realtà del momento. Un emozionante passeggiata visiva che ridesta speranza e sogni. Le ombre della sera calano lentamente, ma ad un tratto la luce dei lampioni illumina tutto intorno.

Quei lampioni rimasti spenti per 53 lunghi anni, ora illuminano un percorso d’arte, di storia, di affetti, di tradizioni, di sapori, di profumi e di cultura popolare.

Mi accosto alle casette e mi accolgono volti sorridenti ed espressioni nostalgiche, gesti d’affetto e momenti di vita quotidiana, sono dei bellissimi Murales che narrano di un tranquillo comune del Belice, sconosciuto fino alla tragica notte del 1968.

I montevaghesi con grande forza di volontà hanno ricostruito il loro paese, hanno ripreso in mano la loro vita e mantenuto la propria identità. Lungo i muri esterni altre opere si fanno notare per la forza dirompente dei colori e delle figure. Provo un’immensa gioia nel guardare quel luogo tornato a nuova vita.

Lì, ove la furia della natura ha distrutto, ora le abili mani, la sensibile intelligenza e la capacità di giovani ispirati ha ridato nuova vita. Un museo all’aperto, dedicato al passato, a chi non c’è più, ma, anche alle giovani e future generazioni.

Lascio il museo con un grande senso di serenità, direi di gioia, perché ogni opera che si realizza è un piccolo tassello di cultura e di storia. Sento in cuor mio che la realizzazione di questo museo all’aperto è l’inizio di un più grande progetto del quale non faranno parte solo gli artisti del Belice, ma anche gli artisti del mondo.

Ogni artista che verrà darà nuova linfa e andrà via rigenerato dalla bellezza e serenità dei luoghi, idonei ad ospitare varie forme d’arte contemporanea.

Montevago è il luogo naturale dove realizzare qualsiasi iniziativa culturale. I prodotti del territorio sono di eccellente qualità e si prestano a dare vita a tanti percorsi enogastronomici.

Il turista visitando Montevago godrà delle tante sfaccettature di un luogo dove si incontrano natura, arte, cultura, buon cibo e tanta voglia di fare.

La realizzazione di questi Percorsi Visivi ha degli artefici e mi sembra doveroso ringraziare: Francesco Mauceri, l’associazione culturale “La smania addosso” con l’inesauribile Michele Giambalvo e gli artisti: Ligama, Bruno D’Arcevia, Patrick Ray Pugliese, Pascal Caterine.

Grazie all’operosissimo consiglio comunale guidato dalla tenace sindaco Margherita La Rocca Ruvolo.

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