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Cos’è questa confusione letteraria, vi chiederete!

Ma datemi pochissimo tempo e capirete perché, durante le vacanze estive di una giovane, i romanzi di Salgari e i miti Omerici si sono incontrati o meglio hanno preso vita e corpo nel suo cuore.

Siamo nell’inverno del 1976 quando la TV trasmette lo sceneggiato Sandokan che cattura l’attenzione di grandi e piccini. Magari per l’ambientazione esotica in un’isola del Borneo e nel mare dei pirati, per la bellezza dei protagonisti Sandokan e Lady Marianna, interpretati da Kabir Bedi e Carole André, e magari per la loro avvincente storia d’amore.

Avendo ottenuto un grandissimo successo di pubblico, rimane nella storia della televisione italiana e nell’immaginario collettivo.

Anche la giovanissima Micky rimane affascinata dalle avventure delle Tigri di Mompracen, dal coraggio di Sandokan, dall’astuzia, simpatia e amicizia di Yanez (interpretato dal bravissimo Philippe Leroy), dalla forza dell’amore, espressa con determinazione e dolcezza dalla Perla di Labuan.

Ma tutto termina in sei puntate.

La vita scorre e il tempo che passa sembra far dimenticare quella storia e quei personaggi.

Poi finalmente finisce la scuola ed iniziano le vacanze, vi ricordate quelle che duravano quasi quattro mesi? Allora siete della mia generazione!

Si parte per il mare.

Per me è sempre significato andare a Gaeta, che a quei tempi era conosciuta dai giovani militari di leva perché il suo castello Angioino-Aragonese ospitava il carcere militare, dove per anni fino al 1975 soggiornò Herbert Kappler, comandante delle SS e della Gestapo a Roma. Ma questa è un’altra storia.

Per lunghi anni non ho avuto un termine di paragone, ma consideravo bellissima (e lo è ancora) questa cittadina del Lazio che prende il nome dalla nutrice di Enea, Cajeta.

Una località da sogno, senza dover andare nelle isole caraibiche per correre o prendere il sole su spiagge dorate, immergersi in acque cristalline popolate di pesci, molluschi e ricci di mare (la mia passione) e arrampicarsi sulle rocce che si stagliano a perpendicolo dalla superfice marina.

Poi tuffarsi e andare a scoprire grotte, anfratti e pozzi marini. Il Pozzo del Diavolo è famoso e stupendo per i colori e i riflessi dell’acqua e a volte è inaccessibile a causa delle alte maree.

Questa bellezza era accentuata o addirittura era modellata dal senso di libertà che mi dava essere immersa in una natura incontaminata, ancora (per alcuni anni) selvaggia.

Come le rocce sono modellate dal vento e dal mare, così la bellezza di una terra baciata dal sole e dissetata dall’acqua piovana scolpiva il carattere di una ragazzina sognatrice.

Ed è proprio qui che nelle estati successive a quell’inverno del 1976, sempre sotto l’occhio vigile della mamma, Micky con altri ragazzini ha viaggiato con la fantasia, arricchendo le avventure salgariane di nuovi e inediti episodi.

All’inizio bastava un pattìno o una tavola da surf per trasformare l’equipaggio di “mocciosi” in pirati, padroni di fare scorribande da un punto all’altro di una caletta, senza paura di essere travolti da una moto d’acqua o da un gommone.

In quegli anni erano rare le barche che non fossero quelle da pesca o i gozzi di qualche amante del mare. Bastavano le pinne e la maschera per andare alla scoperta di fantastici, quanto immaginari tesori marini, per lo più fatti di conchiglie o sassi.

Ma c’erano anche le “mocciose principesse” che spesso rimanevano a prendere il sole su di uno scoglio in attesa che il “pirata spasimante”, tornato dalle imprese marine, prestasse loro riverente attenzione.

Così, immedesimandosi in Sandokan e Lady Marianna (la perla di Gaeta), tra le rocce, le onde e la sabbia nascevano precoci ma innocenti amori.

Poi, nelle estati successive, fino a quelle della metà degli anni ’80, quando si aveva a disposizione un laser con la sua piccola vela o un catamarano, si solcavano i mari fino a lidi più lontani di quella costa famosa per le sue sette spiagge (Serapo, Fontania, Quaranta Remi, Ariana, Arenauta, San Vito e Sant’Agostino).

Una più bella dell’altra e in ognuna c’era un motivo per andare: una nuova amicizia, un panino pomodoro e mozzarella mangiato in comitiva, uno spicchio di tiella con il polpo (slurp), una partita di pallone “romani contro napoletani” con gelato offerto dai perdenti ai vincitori, un tuffo nella piscina dello stabilimento più bello (oggi rinomato Resort), con l’acqua gelida che sgorgava direttamente dalla roccia.

In quella piscina c’era anche uno scivolo (oggi non più) ripido ed alto, credo una ventina di metri, dal quale volare in acqua.

La prima volta era una prova di coraggio, quasi un’iniziazione per far parte della comitiv,a e poi (le successive) una schicchera di adrenalina prima di tuffarsi pigramente in un bagno di sole sull’antistante battigia.

Lungo quella costa, dove il mito vuole che approdò Enea (e per questo la località è conosciuta come Aeneas’ Landing) risuonavano le voci di giovani felici, immersi in chiacchiere che potevano durare fino al tramonto, quando iniziavano a salire le note musicali delle discoteche all’aperto.

Negli anni del liceo, soprattutto chi faceva il classico, diventava il narratore preferito di storie, come quelle omeriche o quelle che traevano una vaga ispirazione da questi luoghi conosciuti ed amati già dagli antichi romani.

Così, se si parlava del non lontano Circeo qualcuno iniziava il racconto della Maga Circe e dei compagni di Ulisse trasformati in porci, oppure qualcuno riferiva di aver visitato la Grotta di Tiberio e annessi resti dell’antica villa imperiale nella vicina Sperlonga.

Allora la costa del basso Lazio ancora non la si conosceva e promuoveva come “Riviera di Ulisse” eppure, a ripensarci, quelle estati mi sembrano una magnifica Odissea!

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