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Si sa che la memoria ingigantisce le immagini nei ricordi, specialmente quando si riferiscono al lontano periodo dell’infanzia o dell’adolescenza.

Eppure, immergendosi in esse, si provano emozioni difficili da descrivere.

Rivedere poi, anche solo per immagini, i luoghi dove abbiamo giocato fanciulli, dove abbiamo passato momenti spensierati, quando tutto ci sembrava bello e amico, significa veramente sentirsi diversi e la realtà che ci circonda non è più tale.

Non ci pesa più sulle spalle con il suo carico di vita vissuta. Vissuta lottando, e sempre in salita.

Il paese dove sei cresciuto, è sempre il più bello proprio perché è fatto dai ricordi più belli e anche a mille anni di distanza, magari fosse possibile, vivremmo i momenti della fanciullezza come fatti accaduti ieri.

Ieri sera, in una pizzeria del centro, in compagnia di amici, certo più giovani di me ma sono loro adesso classe dirigente di questa amata comunità, mentre ascoltavo il loro modo di vedere Pedara e di guardare a Pedara, ho preso ad osservare i dettagli intorno a me.

Ho preso ad osservarli quei luoghi che alla fin fine non sono cambiati più di tanto, almeno nel loro aspetto più tangibile. Pensavo invece a quanto sembrano cambiati i pedaresi.

Alcuni se ne sono andati per sempre. Se ne sono andate quasi del tutto quelle generazioni che hanno insegnato alla mia, l’amore incondizionato per Pedara. Nonostante i suoi vizi antichi e le sue antiche, irrisolte debolezze.

Ogni volta che mi avvicino ai miei ricordi di ragazzo di Pedara, tra gli anni ‘70 ed ‘80, il cuore mi batte forte.

Eravamo felici e non lo sapevamo.

Passavamo da una partita polverosa di calcio ad una schitarrata con il complessino beat dell’oratorio salesiano.

Da un impegno laborioso nei carri mariani ad una festa in casa con i dischi complici dei primi teneri baci.

Eravamo felici in un contesto che sembrava proteggerci dalla contaminazione di una realtà che comunque percepivamo distinta dal nostro essere paesano, già, paesano.

Come teneramente mi chiamava la fidanzatina al tempo del mio liceo.

Ed io ne andavo orgoglioso di quel mio modo di sentirmi parte di un organismo che altri non potevano capire, e di cui io parlavo con fierezza.

Ieri sera i miei amici parlavano, e molto bene, di una Pedara di domani.

Io, per evitare di sentirmi straniero nel mio paese, ho fatto un giro nei ricordi, usando la bicicletta delle mie sensazioni.

Poi, ho alzato gli occhi al campanile della chiesa matrice, ed ho trovato casa alle mie emozioni.

Fatelo bello questo paese, amici miei, ma ricordatevi di ascoltare la sua anima.

Quella che ci faceva dire, orgogliosi,dapidarasugnu’ e ‘bello il mio paese’!

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