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Pitigliano appare dietro una curva.

Perché Pitigliano non è. Appare.

Come una visione, come un sogno sognato da un’anima pura e folle. Aggrappata alla sua rupe, disegna geometrie non euclidee, spazi altri e impensati.

Buca il verde della foresta e si piazza lì, altera, tra la storia e l’eterno.

È uno schizzo color terra, una tufacea rappresentazione dell’umana capacità di pensare oltre il già pensato, di competere con la perfezione della natura attraverso una sapienza costruttiva istintiva prima ancora che razionale.

Un borgo così non si progetta.

Cresce, invece. Pietra dopo pietra. Un colle di tufo che diventa esso stesso città, sfidando la noia della gravità e del già visto.

Come un castello di sabbia pietrificato dai secoli, sperso in una terra prepotentemente verde e bella più di una carezza.

Le case a torre, il Belvedere, Palazzo Orsini, la cattedrale, l’antico ghetto.

Un florilegio di meraviglie arcane e orgogliose della propria unicità, che si snodano in un aggrovigliarsi di vicoli e di piazzette, messe lì a guardia di una bellezza austera e senza fronzoli.

Una bellezza che non ha bisogno di gridare, di agghindarsi per farsi notare. Talmente sicura di sé che se ne frega del tempo che passa.

Pitigliano è lì, e si mostra per quello che è.

Senza orpelli e senza trucco. D’altra parte è figlia della Maremma.

È il parto di una terra che non è mai stata illuminata dai riflettori, ma dalle stelle e dalle lucciole che la notte la rischiarano appena, selvaggia e brada com’è.

Capalbio, Sorano, Sovana, Saturnia. Nomi dolci, che si sciolgono in bocca e ci ricordano che non esiste una sola Italia, ma decine, centinaia, migliaia.

Tante quante sono i borghi che ci parlano una lingua che tutti noi dovremmo conoscere a perfezione.

La lingua della bellezza di un Paese di abbacinante splendore.

 

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