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Insieme alle strade, gli acquedotti sono state le grandi opere di ingegneria con cui i Romani hanno stupito il mondo. Dal 312 avanti Cristo costruirono undici acquedotti per alimentare palazzi, fontane e terme.

Molti di essi seguivano un tracciato simile, più o meno lungo, dalla Valle dell’Aniene, sopra a Tivoli, attraversando Prenestina e Casilina, costeggiando via Latina e via Appia, entrando in città da Porta Maggiore.

Porta Maggiore infatti non era una porta ma un Arco di Trionfo costruito tra il 38 ed il 52 dopo Cristo, quindi ben 220 anni prima di diventare la Porta principale delle Mura Aureliane, per consentire agli acquedotti Claudio e Anio Novus di scavalcare le vie Prenestina (diretta a Praeneste) e la via Labicana diretta a Labico.

Nerone poi fece fare partire da Porta Maggiore l’acquedotto che alimentava la Domus Aurea, passando per San Giovanni.

Anche la Porta Tiburtina è diventata una Porta in seguito, prima era un Arco per scavalcare la strada.

Invece l’Arco di Dolabella è il caso opposto.

Prima era una Porta delle antiche Mura Serviane e poi è diventato un arco per consentire all’acquedotto neroniano di passare la strada.

Gli acquedotti alimentavano i palazzi imperiali e le grandi Terme, ma percorrere 80 Km con pendenza costante, portando fino a 3000 litri al secondo, non sarebbe stato facile neppure con le moderne tecnologie eppure ci riuscirono.

Due acquedotti invece arrivavano da nord, dalla zona di Bracciano, costeggiando la via Aurelia per alimentare Gianicolo e Vaticano.

L’acquedotto dell’Acqua Vergine del 19 a.C. è invece tutto interrato. Partiva dalla Collatina ma entrava da nord passando da Villa Ada, Parioli e Pincio.

È stato restaurato varie volte ed alimentava la Fontana di Trevi, la Barcaccia e piazza Navona. Le tubature passavano a “via Condotti”.

L’ultimo acquedotto antico fu l’Acqua Alexandrina, fatto da Alessandro Severo nel 226 d.C., e ha dato il nome al Quartiere Alessandrino.

Intorno al 530 durante la guerra Gotica gli acquedotti furono interrotti e non funzionarono per 1000 anni, tranne in parte quello dell’Acqua Vergine che continuò ad essere attivo.

Fino a quando Papa Sisto V nel 1585 non fece realizzare l’Acqua Felice, ripristinando vari tratti degli acquedotti Acqua Marcia e Acqua Claudia, dal paese di Colonna alla fontana del Mosè, passando per Porta Furba, Porta Maggiore e Porta Tiburtina.

Nel 1605 poi Paolo V fece realizzare l’Acqua Paola, restaurando la linea da Bracciano fino al Fontanone del Gianicolo.

Ma l’acqua Paola era meno buona, suscitando l’ironia dei romani, che dicevano “vale come l’acqua paola” indicando cosa di poco valore.

Per concludere questa storia bisogna ricordare che l’ultimo Papa Re, Pio IX, fece restaurare l’Acqua Marcia portando l’acqua fino a piazza Esedra, con l’inaugurazione avvenuta nel 1870, soli 9 giorni prima della presa di Porta Pia.

La bella Fontana delle Naiadi di piazza Esedra fu fatta invece 30 anni dopo.

Dal 2017 è visibile un tratto dell’Acqua Vergine, ritrovato sotto alla Rinascente di via del Tritone.

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