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A cosa sto pensando? (è facebook che me lo chiede, almeno lui).

È notte fonda e Venere, luminosissima, è tramontata da ore. Il 4 marzo, due mesi fa, chiudevamo le porte del Teatro Bernini di Ariccia.

Da quel momento il lavoro, l’impegno quotidiano, la pianificazione costante del tempo prossimo venturo, le programmazioni estive, tutto ciò che riempiva il mio tempo di possibili certezze per garantire una relativa fiducia nel futuro, mi è stato tolto.

Temporaneamente, sembra. Come a tantissime altre persone, in particolare ai compagni d’arte. E per proteggere la vita di tutti.

Sono trascorsi due mesi.

La percezione dello scorrere del tempo si è progressivamente modificata.

In un primo momento, nei primi giorni vissuti relegati in casa, era distopica, ancora modellata sui ritmi fino a quel momento adottati o subìti, scanditi dagli orari di lavoro, dalle scadenze, dagli appuntamenti.

Dalla, spesso insensata, corsa attraverso un presente non goduto per orientare un possibile, desiderato futuro. Ma soprattutto lo scorrere inesorabile del tempo percepito come una perdita.

Poi, di giorno in giorno l’orizzonte degli eventi ha cominciato a spostarsi, ad allontanarsi, a smarrirsi in un indefinito momento futuro comunque stravolto. E il tempo ha cominciato a strisciare, a esitare, per contrarsi improvvisamente, e dilatarsi subito dopo.

Un potente e tragico racconto di Kafka – Il Messaggio dell’Imperatore – offre una possibile metafora di quello che sta inesorabilmente accadendo al mio tempo.

Un messaggio che non arriverà mai a destinazione. E comincio ad avere paura.

Non del coronavirus, di cui posso al massimo avere una paura astratta (almeno per il momento, e grazie a Dio).

Potrei dedicarmi a nutrire la paura del virus se non fossi, ogni giorno che passa, abitato da un’altra paura, ben più concreta, che cresce, e che credo – anzi ne sono sicuro – stia contagiando più del virus.

Lasciateci uscire al più presto. Lasciateci uscire.

Restituiteci il mondo, domani. Vi prego.

Altrimenti, quando sarà il momento, uscire, per me, non avrà più senso.

 

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