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Il grande giardino pullulava di vita, quella mattina di giugno. Il sole brillava alto e in cielo era tutto uno stridere di rondini.

Siamo a Sant’Agata li Battiati, nel 1969.

Sul largo viale che conduceva alla Fine del mondo – ovvero il punto oltre il quale era vitatissimo andare – i bambini si rincorrevano, gridando.

Anche loro, come rondini si muovevano disordinatamente, sudati e con gli occhi brillanti. Gli alberi grandi stormivano appena per una brezza leggera.

Sullo sfondo, l’enorme carrubo secolare si mostrava in tutta la sua maestosità, seppur contorto e curvo per la vecchiaia. Ai suoi piedi, i frutti caduti emanavano un odore intenso, che stordiva perfino le mosche.

Grosse lucertole si nascondevano fra le pietre. Due di esse improvvisarono una lotta: a morsi, a colpi di zampe, con le code saettanti, finché una delle code rimase lì, sul selciato, a muoversi e vibrare come cosa ancora viva.

Una pala di ficodindia cadde dal muretto e rotolò ai piedi della piccola statua della Madonna del Rosario, nascosta nella nicchia di lava.

Un gruppetto di fragoline selvatiche occhieggiava, lì nei pressi della lavanda profumata, quella sicula, antica, con le foglie esili e strette. La macchia violetta dei primi agapanthus fioriti brillava in un angolo ombroso, accanto alla grande aspidistra.

Lei era rimasta indietro, ferma a guardare la frenetica attività di un formicaio, incantata dall’andirivieni di mille e mille soldatini neri, carichi di larve e pezzi di ape morta.

Alzando lo sguardo, vide la scala che portava laggiù, giù, sotto terra. Il “rifugio”, lo chiamavano quelli che si ricordavano la guerra. Mentre gli altri improvvisavano una battaglia di pigne in fondo, alla Fine del mondo, lei decise che il momento era arrivato.

Certa di non essere vista, con piglio garibaldino si avviò. Appoggiata la mano alla ringhiera arrugginita, sentì un brivido freddo lungo le spalle. Dal basso, dal buio della scala di pietra arrivava un odore forte di umido e di terra.

Senza scoraggiarsi, scese piano i gradini sconnessi e quando uno tremò sotto la pressione del suo piede, ebbe un attimo di esitazione.

Inghiottendo la paura continuò a scendere, cercando di adattare la vista all’ombra, allo scuro improvviso, finché arrivò alla fine della scala.

Da lì, non si sentiva quasi alcun rumore. L’atmosfera era densa, ovattata. Una grande ragnatela pendeva dal tetto della grotta e una lama di luce filtrava da un buco, lassù.

Accostate alle pareti di pietra c’erano ancora due sedie rotte a raccontare che lì sotto, durante la guerra, donne e uomini e vispi ragazzini magri avevano cercato rifugio dalle bombe.

Concentrandosi, le sembrò di sentirne le voci, i racconti e di udire le nenie di preghiere bisbigliate, come quelle che la nonna mormorava ogni pomeriggio.

Addentrandosi e muovendosi piano (per non disturbare il Grande Mostro coperto di muffa che sicuramente la aspettava, in agguato) si forzò a esplorare quell’antro.

Piano piano, a piccoli passi. Vide un mucchietto di vermi (che schifo!) e un cumulo di foglie marce portate dal vento e poi…  niente, nella grotta non c’era niente.

Con un sospiro di sollievo e un tremito, la tensione si allentò di botto.

Non c’era niente, nonostante quello che raccontavano, ma lei aveva avuto il coraggio di scendere e guardare con i suoi occhi. Soddisfatta, risalì la scala ed emerse di nuovo alla luce di quella calda e tersa mattina di giugno.

Sotto il portico, sulla tavola, trovò il pane caldo condito con l’olio buono e il sale.

Accanto, Merlina preparava la coppa con l’acqua e le erbe profumate, la salvia, il basilico e il rosmarino.

Lasciata fuori di notte, l’acqua con quelle erbe avrebbe raccolto la brina del primo mattino.

Sarebbe servita a lavarsi il viso l’indomani, il giorno di San Giovanni.

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