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Vinchiaturo, le mattine di agosto, profumava di salsa di pomodoro.

I pentoloni ricolmi sobollivano nei vicoli, brontolando in una lingua arcaica e severa. I monti del Matese, all’orizzonte, osservavano curiosi quel minuto affaccendarsi di donne piccole e forti.

E loro, sentinelle di un Tempo distratto e incurante delle capriole dei secoli, con gli stessi gesti delle antenate distillavano oro rosso buono a riscaldare l’inverno. Le pietre delle antiche case vegliavano in silenzio, riscaldate da un sole nobile e fiero.

Fiero come il coraggio dei Pentri, guerrieri sanniti che qui alzarono le lance al cielo contro le legioni romane. Furono sconfitti, ma chi difende la sua terra, la sua famiglia e il suo onore non perde mai veramente.

Noi bambini, in bicicletta, squarciavamo l’aria immobile pedalando urlanti tutta la nostra allegria. State attenti agli asped’, ci dicevano i grandi.

Asped’, con la S onomatopeica e strisciante, proprio come quelle piccole vipere verdastre – aspidi appunto – che dai campi arrivavano al paese, acquattandosi tra gli stretti pertugi dei muretti a secco.

Ma noi non avevamo paura, perché da bambini si ha paura solo di non essere amati.

Correvamo fino al mattatoio, dove le strisce di sangue rappreso coprivano l’acciottolato, raccontando senza bisogno di parole il millenario bisticcio tra uomini e bestie.

A mezzogiorno, il sole cominciava a friggere i sellini neri delle bici. Era tempo di bagnarci alla fontana dei leoni, all’ombra del campanile della chiesa. Un campanile che a me sembrava arrivare al cielo. Era snello, elegante, ma forte e robusto.

Come le mio nonno, che passando da lì mi prendeva in braccio e mi stringeva al petto. Profumava di lavanda, di tabacco essiccato, di brillantina. Odorava di tutte le storie che mi raccontava.

Delle imprese dei fratelli, eroi di guerra e spericolati aviatori, vanto di Vinchiaturo che li aveva omaggiati intitolandogli scuole, vie e monumenti. Poi, io e lui, ci incamminavamo verso casa. Con una mano teneva la bici, e con l’altra stringeva la mia.

La felicità è una cosa semplice, quando è pura.

Ora di pranzo. Tempo di rendere grazie alla generosità di una terra schiva, ma gentile e generosa. Tintilla rosso, salsicce, bistecche, mozzarella di Boiano, focaccia appena sfornata, ciambelle all’anice.

Mia nonna cucinava per tutti. Era toscana, ma era come se la sua più intima essenza fosse delicatamente poggiata su una delle pietre miliari che portavano al paese. Dopo mangiato il tempo si fermava, sonnecchiava insieme a noi, mentre dalle fessure delle persiane una pigra luce striata cadeva soffusa come neve.

E poi, quando finalmente il sole si convinceva di aver fatto il suo dovere anche quel giorno, un timido refolo di brezza faceva capolino per annunciare che la giostra stava ripartendo.

I trattori diretti ai campi ruggivano per strada, le donne chiaccheravano dai balconi, le serrande dei negozietti riaprivano sferragliando.

Un mondo autentico, circolare, che bastava a sé stesso. Tanti, negli anni, erano andati via. Chi al Nord, chi in Canada, chi in America. Ma tutti, d’estate, si ritrovavano lì.

Perché il cuore può avere un posto solo dove stare. Io uscivo di nuovo, per respirare quell’aria così pura e godere di quei colori netti, puliti, definiti.

Appena fuori il paese, i campi coltivati avevano le sfumature dei dipinti di Antonello da Messina. Sprigionavano, quando il sole del pomeriggio li trafiggeva, una luce assoluta, trascendente.

Noi ci correvamo dentro, a quella luce. La attraversamo come si attraversa l’infanzia: con un felicità folle e smisurata.

La sera, poi, dopo cena si usciva tutti insieme. Zii, nipoti, nonni, genitori, cugini. Di Milano, di Genova, di Roma. Tutti lì, tutti insieme per pochi giorni l’anno.

Andavamo a prendere il gelato. E qualche volta arrivavamo fino al ponte dell’eco, poche centinaia di metri a piedi appena fuori il paese, tra il frinire delle cicale e sotto stelle così prepotenti da mettere soggezione.

Mio nonno, senza farsi vedere, tirava monetine per aria e ci diceva che cadevano dagli alberi magici ai bordi della strada.

Noi lo sapevamo che non era così, ma perché non credere al potere della fantasia nell’esatto istante in cui lo stai sperimentando?

Foto di copertina: Michele Monteleone

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