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Basta un profumo per riaccendere la memoria di un dolce ricordo, legato ad un sapore che sa di passato, di semplicità, ricco di storia e di tradizione.

 È questo quello che ogni anno si ripete nella mia casa, quando I primi odori dei dolci tradizionali della Pasqua di Rocca Priora preparati con amore e passione da mia madre invadono le stanze della nostra abitazione. Ed è cosi che mio nonno, giunto ormai alla soglia dei suoi 85 anni ripercorre ogni anno la sua Pasqua di bambino di una festa tanto attesa.

Ci racconta di come quelli odori sia così simili a quelli che si respiravano nella sua piccola casa di bambino e in tutti I vicoli del centro storico della sua amata Rocca Priora.

Tutte le donne del paese si preparavano alla festa, la colazione di Pasqua era l’occasione più attesa per riunire la famiglia intorno al tavolo davanti a tante prelibatezze che in tempi di povertà erano una rarità.

Le regine della colazione Pasquale erano le due pizze sbattuta e pizza cresciuta che mio nonno ama definire con parole di bambino le pizze dei ricchi e quelle dei poveri. Due ricette dolci e gustose.

Mi racconta di come tutte le donne si riunivano davanti I forni dei paesi per preparare sul posto la pizza sbattuta. In grandi bagnarole venivano versate le uova e sbattute con canne di bambù, anticipatori di fortuna delle moderne impastatrici.

Una volta montate a perfezione bastava aggiungere farina e zucchero e preparare l’impasto per essere cotto. Uscite dal forno le pizze, venivano appoggiate su spianotoie in legno. E cosi le piccole strade del paese si popolavano di donne che con le spianatoie sulla testa trasportavano dolci nelle mense delle loro case.

Le uova allora era un prodotto difficile da reperire e per realizzare una sola pizza sbattuta ce ne vogliono circa una decina: solo le famiglie più benestanti ne facevano in abbondanza. Le giovani spose, come pegno del loro amore, ne dovevano confezionare una da almeno un chilo da regalare alla famiglia del loro futuro marito.

Per le pizze cresciute invece si prendeva dal fornaio un chilo di lievito madre che poi veniva lavorato con uova, burro, ricotta, zucchero e anice. L’impasto veniva diviso in piccole quantità in recipienti di rame adatti per la cottura e lasciato riposare si aspettava che raddoppiasse il suo volume cosi che fosse pronto per essere cotto.

Con un chilo di lievito madre si realizzavano almeno 6-7 pizze e gli ingredienti come il burro e la ricotta erano più semplici da possedere per I paesani roccaprioresi che erano in maggioranza pastori.

Le pizze pronte venivano conservate nelle piccole abitazioni nelle arche delle cucine e non potevano essere mangiate fino a che il prete nel giorno del venerdì santo passava nelle case per benedirle.

Ma nonno ricorda che l’odore era talmente invitante e la fame era tanta che di nascosto da bambino mangiava la pizza privandola dell’interno mettendo a tacere la sua fame e preparando una bella sorpresa per il giorno di Pasqua per la sua mamma.

E per i tanti che la ricordano possiamo solo immaginare la reazione di ‘Peppina la gricia la sediara di Rocca Priora’.

 

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