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C’è un posto in questa città, nella mia città, in cui un solo scorcio, una sola briciola di tutto il paesaggio ti ricorda perché Sciacca ti sa di casa.

Perché riesci a dimenticare tutti quei difetti che rendono Sciacca un paese imperfetto.

Appena svoltato l’angolo, lasciandomi alle spalle l’odore forte delle panelle e della meusa, il caos della villa comunale e degli arrivi e delle partenze degli autobus, si concede a me il Mediterraneo che dolcemente dona le sue acque salate alle coste irriconoscenti della città.

Procedendo il mio cammino. Prima di affacciarmi completamente dalla lunga terrazza sul mare, sono obbligata a passare su un marciapiede di mattoni grigi che affianca un muricciolo in pietra alto poco più di un bambino ai suoi primi anni di vita.

Su questo muretto sta il mio rifugio personale e quello di tante altre coppie di innamorati.

Un’erbetta di qualche centimetro, spesso incolta, nasconde tra i suoi ciuffi verdi qualche fiore lilla e poche farfalle bianche.

Una panchina guarda oltre un corrimano di legno, verso il porto pieno di barche ormeggiate, o che si approssimano al ritorno in banchina, mentre i gabbiani bianchi volano in picchiata attratti dall’odore del pesce appena pescato.

Sono qui, incantata sul marciapiede grigio e un gatto dalla folta pelliccia nera mi sfreccia davanti, incurante di me e delle macchine, accucciandosi sotto l’ombra di un poderoso albero.

Un albero dal tronco inclinato e dalla chioma talmente grande da costringere tutti i rami a piegarsi verso terra, riservando per il gattino nero uno spazio al fresco tra l’afa estiva tipica della parte della Sicilia più vicina all’Africa.

Una moto passandomi vicina mi distoglie dal mio incanto, torno in me e riprendo così il cammino. Un lieve venticello mi scorre tra i capelli e mi conforta quel tanto che basta dal caldo.

Voltando il mio sguardo verso sinistra è inevitabile non notare il “tumore” della città.

Prorompente, maestoso, quasi faraonico, si staglia il frutto di uno dei maggiori architetti del novecento il Teatro Samonà.

Un’occasione per Sciacca di rendersi più affascinante, una vera “signora d’alta classe e di cultura”, eppure è lì con le spranghe alle finestre e le porte murate, un enorme cilindro di cemento grigio mai ultimato.

C’è chi propone di buttarlo giù così come si è fatto con l’antico teatro “Mariano Rossi”.

Ma così facendo tutti i topi e i gabbiani che vi si posano dove troverebbero rifugio?

Penso questo, e uno dei gabbiani che si riposava tra le vette del teatro si dà un forte slancio verso l’alto, le grandi ali bianche tese ad incontrarsi con il vento e il muso proteso in avanti mi costringono a seguirne il volo che taglia l’aria tersa.

Pochi passi più avanti dove la ringhiera diventa di ferro tra l’azzurro e il marrone della ruggine, posso finalmente immergermi nella vista del mare turchese.

Ogni onda infranta contro la costa scogliosa mi regala il profumo di sale e d’estate che ho aspettato per tutti gli interminabili mesi invernali.

Un piccolo sasso rotola sempre più veloce spinto forse dal movimento brusco di qualche animale e comincia a scivolare sul dirupo che precede la costa. Cammuddino se vogliamo chiamarlo con il suo vero nome.

In punta di piedi appoggiata alla ringhiera e con la testa piegata verso il basso intravedo il sassolino ancora in movimento, passa tra la vegetazione spontanea tipica del mediterraneo e si ferma su di una botola sul cui interno da piccola amavo fantasticare prendendo spunto dai brevi racconti di mia madre.

Si trattava di una botola di avvistamento per i soldati che nascosti lì dentro vedevano in lontananza le navi nemiche.

Allora la mia fantasia mi suggeriva le immagini di giovani soldati che veloci entravano nella botola passando attraverso uno stretto cunicolo buio, quasi claustrofobico che conduceva poi ad una grande e unica stanza con un grande vetro tutto sulla parete frontale.

Ma sono cresciuta senza mai scoprire cosa davvero ci fosse dentro quel tappo di pietra, e ancora amo fantasticarci su.

Lascio per un attimo il mare, la piccola macchia mediterranea e il cielo sulla mia destra, per indagare con la vista dalla parte opposta, tra i resti di una gloria antica e ora caduta, di un passato magnifico ma adesso tinto di un’amarezza quasi pietosa.

Il complesso delle terme era, fino a pochi anni fa, il centro vitale del mio paese. Un grande via vai di gente tra turisti e saccensi occupava le stesse strade che ora sto percorrendo nella più assoluta desolazione.

Le sale per i trattamenti termali e il grande bar adiacente erano sempre aperti. Ed era quasi una costante anche l’odore dell’acqua sulfurea che si mescolava a quello dei cornetti caldi appena sfornati.

Quanto amavo quell’odore.

Allora tutto aveva perfino un altro colore. Il rosa chiaro dell’edificio e il verde acceso degli alberi tutt’attorno, ora sono colori spenti. L’intonaco caduto rifiuta il suo grazioso colore e mostra le pareti grigie e nude, i pochi alberi rimasti, invece, perdono le loro foglie e si spengono.

Neanche il sole, che nel frattempo dipinge di nuovi colori il paesaggio, riesce a ridar vita all’atmosfera di abbandono.

Ormai sono le otto e il sole tinge il cielo di un leggerissimo arancione che vicino all’orizzonte si arricchisce di mille sfumature. Ai piedi del monumento ai caduti, due ragazzi che nella cornice del tramonto si scambiano un abbraccio tanto dolce quanto triste. I volti fissi nel vuoto guardano direzioni opposte tra loro.

L’ultimo raggio di luce insiste sulla terra abbagliando tutto, mentre l’orizzonte e il mare si macchiano di arancione e poi rosso.

Il sole muore e con il suo sangue macchia il mare che con ostinazione cerca di imitare la bellezza del cielo che, da azzurro è diventato rosa, arancione e poi amaranto.

Era l’ultima ora del giorno. Quello il loro ultimo addio.

 

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