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Sermoneta è un’epifania a cielo aperto.

Un punto esclamativo urbanistico accoccolato tra la pianura pontina e i monti Lepini.

All’interno delle sue mura tutto comunica in una lingua ferma al medioevo. Non c’è una sola costruzione moderna.

Non c’è nemmeno un unico, fuggevole richiamo architettonico alla contemporaneità.

Per certi aspetti è la migliore cartolina possibile dell’Italia dei borghi. Quella che resiste e attraversa la penisola come una brezza antica e curativa.

Il centro storico di Sermoneta è uno schiaffo agli orrori edilizi, ai palazzi di cortina cresciuti come un’erba infestante nei cuori stessi delle città, alla negazione del bello inspiegabilmente assurta a virtù in nome di un progresso che asfissia e brutalizza identità secolari.

Oggi – nel mezzo di una pandemia sanitaria che ha preso le sinistre sembianze di un delirio mediatico – si straparla, si strascrive, si strafarnetica.

Qualcuno però, intelligentemente, ha proposto un recupero dei borghi come panacea per una prossima, auspicabile guarigione dell’anima e, perché no, dell’economia.

Un ritorno a una dimensione più umana (anzi, umanistica) che a prima vista può sembrare utopico, ma che racchiude in sé i prodromi di una sorta di rivoluzione al contrario.

Valorizzare questa rete di piccoli borghi pressoché infinita che formicola sotto il tessuto dell’Italia industriale, può rappresentare una chiave di volta per un rinascimento culturale, sociale e economico.

Nessun luddismo, nessuna ingenuità bucolica, nessuna intenzione vanamente nostalgica.

Solo la pragmatica volontà di affiancare all’Italia che conosciamo un’altra Italia, altrettanto produttiva.

Un Paese in cui i campanili dei vecchi paesi rivaleggino con le ciminiere delle aree industriali non solo in altezza, ma in punti di PIL.

Sermoneta, nella sua incantata meraviglia senza tempo, questo lo ha capito da un pezzo.

Il castello Caetani, la loggia dei Mercanti, la cattedrale e le sue antiche viuzze che straripano di storia sono lì a dimostrarlo.

In quegli avamposti dove la bellezza non è stata sacrificata, si è assistito a una (de)crescita sana e vitale.

Non tutti i vecchi borghi possono godere di queste attrattive, certo, ma tutti invece possiedono in nuce potenzialità culturali, enogastronomiche, paesaggistiche che attendono soltanto di essere riscoperte e valorizzate.

Ognuno di essi, anche quelli che oggi sono praticamente dismessi, può rappresentare una tabula rasa su cui disegnare una nuova mappa del futuro e nuove forme di socialità.

Il nostro straordinario passato è lì che ci aspetta.

Andiamocelo a riprendere.

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