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Un tempo, quando ero ragazzo, il giorno e la notte erano ben distinti: l’uno era il tempo della luce, dei suoni, del lavoro, l’altra era il tempo del buio, del silenzio, del riposo.

Durante la notte il buio e il silenzio non facevano paura, anche quando scoppiava un temporale con pioggia fitta e il vento fischiava con forza. Allora veniva istintivo rannicchiarsi tra le coperte e questo bastava per sentirci sicuri.

In questi luoghi il buio era anche misura del tempo: qui non si dice “ho lavorato dalla mattina alla sera”, ma “da buio a buio” oppure “da un buio a un altro”.

Poi sono arrivati l’illuminazione elettrica diffusa, i locali notturni, la movida, le discoteche e la notte è diventata una grezza appendice del giorno.

E il silenzio? Sparito!

Rimpiango queste dimensioni perdute, vissute e sperimentate a Sorano, un paese della Maremma toscana, sorto come per incanto sui fianchi di uno sperone di tufo, lanciato come la prua di una nave in una vallone solcato da un fiume d’acque limpide.

Un paese incorniciato da un incomparabile paesaggio fatto di canyon, di pareti a precipizio, massi enormi e creste emergenti da vallate verdeggianti.

In un simile scenario da Far West era facile fantasticare.

Noi ragazzi siamo cresciuti scorrazzando tra le rupi, i costoni, le valli, incuranti dei pericoli, anzi affrontarli ci rafforzava nel fisico e nel carattere. Quante volte sul ciglio di un precipizio ci fermavamo a contemplare le meraviglie naturali che avevamo intorno e in un simile ambiente nessuno di noi ha mai sofferto di vertigini.

Ma per noi ragazzi c’era a disposizione anche un centro storico straordinario, solcato da poche vie e molti vicoli che si intersecano dall’alto in basso, con scalinate di raccordo e piazzette seminascoste e con un mondo sotterraneo fatto di cantine, magazzini, stalle, antiche abitazioni rupestri.

Qui si sviluppavano i nostri giochi, molti inventati da noi stessi, stimolati da questo particolare ambiente in cui eravamo immersi tutti i giorni. Anche un gioco universale come “nascondino” qui non era la stessa cosa che altrove.

L’abitato di Sorano è un raro esempio di architettura spontanea, creato da un’originale cultura locale: la “civiltà del tufo”. Tanti anonimi muratori si sono susseguiti nei secoli, tramandandosi le stesse modalità costruttive, creando un insieme omogeneo e così ben inserito nel paesaggio che oggi nessun architetto, anche famoso, saprebbe realizzarlo.

Sorano è come un caleidoscopio, che cambia con il cambiare dei colori della vegetazione al passaggio delle stagioni e con tanti punti di vista diversi: se lo guardi da ponente ha un aspetto, se lo guardi da levante sembra un altro paese. Se non fosse per alcuni precisi punti di riferimento: il Masso Leopoldino e la Fortezza Orsini.

Il Masso Leopoldino è una gigantesca rupe, che emerge al centro dell’abitato, resa liscia intorno intorno dagli “scavini” soranesi, alla punta della quale si trova la Torre dell’Orologio, che fa il paio con il campanile della vicina chiesa di San Nicola.

La Fortezza Orsini, possente e ferrigna, si erge in alto con la sua mole tanto che riuscì ad impressionare il ministro plenipotenziario del Granduca di Toscana, venuto nel 1608 a prendere possesso della Contea Ursinea ceduta ai Medici:

“E sopra (a Sorano) risiede nobilissimamente una eminente e bella fortezza, che gli sta sopra come un falcone, veduta assai ben di lontano, e quando si è per la Terra, par cosa di stupore a rimirare una fabbrica e altezza tale che quasi pare che l’occhio vi si smarrisca”.

Questa fortezza, che rese Sorano imprendibile nonostante i numerosi assedi subiti nel tempo, fu la ragione principale dell’importanza militare e strategica della piccola Contea di Pitigliano, dominata dagli Orsini dal XIV ai primi del XVII secolo.

L’ambiente sociale di Sorano poi era come una grande famiglia. Eravamo quasi tutti poveri, ma nessuno toccava niente delle cose altrui. Era il tempo in cui si lasciava tranquillamente la chiave nella porta di casa.

C’era però chi era ancora più povero: un uomo, che non possedeva niente, salvo un misero tugurio e andava avanti a stento con un poco di carità. Tutti lo chiamavano “Cenciapane” perché spesso diceva: “Anche oggi so’ cencia (senza) pane”.

Un giorno d’inverno all’ora di pranzo se ne stava sbocconcellando un pezzo di pane duro su una panchina di fronte all’osteria, da cui provenivano gradevoli effluvi dalla cucina; passò un soranese che gli disse:

“Che fai lì al freddo, vai a casa tua a mangiare”, “Eh no -rispose Cenciapane-almeno qui mangio pane e odore!”.

Il personaggio è noto anche perché un giorno, stanco della sua indigenza, esclamò: “Voglio andà via da ‘sta schifa Italia, voglio andà a Roma!”. 

Il senso dell’umorismo e della battuta, anche paradossale, non mancava mai e rendeva piacevoli le relazioni con gli altri.

Noi ragazzi stavamo spesso ad ascoltare aneddoti e racconti degli adulti, un vero patrimonio orale, tra cui c’erano le storie delle “paure” notturne, legate a luoghi particolari come le “Grotte del Purgatorio” (antiche abitazioni rupestri) o le tipiche Vie Cave, antiche strade tagliate nella roccia, usate per superare i profondi dislivelli dei valloni intorno all’abitato.

Passandovi di giorno si ha l’impressione di entrare in luoghi arcani e misteriosi, figuriamoci di notte!

Le “paure” di cui parliamo non corrispondono alla “paura” cioè a quel “turbamento dell’animo, che suscita forte timore”, ma sono qualcosa di vago, di indefinito, un incontro con l’irreale, che mette addosso un senso di inquietudine o di spavento.

Le “paure” possono presentarsi nelle forme più varie: un albero che si contorce e si trasforma in un orrido mostro, un fuoco che serpeggia lungo un muro e non si consuma, figure diafane che appaiono in mezzo alla nebbia e così via.

Anch’io una volta ne ho fatto esperienza. Mio zio mi aveva portato con sé in un paese vicino per certi impegni, ma facemmo tardi e partimmo quasi a notte.

Camminavamo a piedi, accompagnati da un bel lume di luna, la “luna piena del cacciatore”, quando all’improvviso dalla mia parte apparve un grosso cane bianco che si mise a camminare con noi, senza sapere se poteva essere ostile o no.

Eravamo sconcertati e fummo presi da un certo timore, sentendo che il cane ad intervalli ringhiava sordamente. Avvertivo che mio zio era preoccupato e ad un certo punto mi prese per il braccio e mi spostò, mettendosi lui tra me e il cane.

Andammo avanti con il fiato sospeso per un tempo che ci parve infinito, poi all’improvviso il cane scomparve come era venuto. Allora cominciai a dire:

“Ma quel cane…” e mio zio subito replicò: “Era una paura!”. Non dissi altro.

Anche questa dimensione sospesa tra il vero e l’immaginario, un tempo patrimonio della nostra gente, è ormai perduta nell’attuale società tecnologica.

 

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