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Il sole scansò con un soffio un grappolo di nuvole e guardò lì sotto.

Quelle ordinate distese di filari, che interrompevano il verde dei campi incolti, lo riempivano d’orgoglio. Sembravano dipinte, tanto era precisa la loro disposizione.

Volse lo sguardo ad abbracciare l’orizzonte e quasi si commosse. Era sempre stato un sentimentale, uno dalla lacrima facile.

Le altre stelle a volte lo prendevano in giro per questo, ma lui se ne fregava. Perché poter contemplare il mondo da quella posizione privilegiata non era faccenda per tutti, e quello spettacolo non lo annoiava mai.

I borghi arroccati, i vecchi tratturi bianchi dei pastori, le fronde degli alberi al vento. In quel gomitolo di terra che si dipanava pigramente sotto i suoi occhi c’era qualcosa di magico.

La prova era che gli bastava allungare lo sguardo appena oltre quel paradiso e già cambiava tutto. Fabbriche, traffico, inquinamento. Tutte quelle cose che odiava, che gli facevano bruciare gli occhi e lo facevano starnutire.

Ma lì, proprio sotto di lui, la bellezza lo soggiogava fino quasi a togliergli il fiato.

Gli esseri umani, buffi personaggi che andavano sempre di corsa, quell’angolo di mondo lo chiamavano zona del Cesanese. Erano famose per il loro vino, quelle terre. Gli uomini lo bevevano da millenni, e a quanto si diceva lo apprezzavano molto. Un rosso deciso ma gentile, dicevano. Forte ma al contempo delicato.

Il sole ci si riconosceva, in quel succo d’uva così unico e inconfondibile. Perché era un po’ come lui, aveva il suo stesso carattere.

Per questo era orgoglioso quando contemplava quei vigneti. Sapeva che il merito di tutto questo in parte era anche il suo.

La luna, quelle volte che si incontravano fugacemente in cielo all’alba e al tramonto, smorfiosa com’era gli ricordava che anche lei faceva la sua parte.

“Ricordati che il momento migliore per imbottigliare il vino è quando sono piena”

le diceva schernendolo affettuosamente, e che il tuo lavoro sarebbe inutile se poi non intervenissi io. Il sole le sorrideva timidamente, senza nemmeno guardarla negli occhi.

Era sempre stato innamorato di lei, ma non aveva mai avuto il coraggio di dirglielo. Si vedevano così poco, d’altra parte. Lui poi si preoccupava, a saperla in giro tutta la notte. Ma sapeva che era necessario, e sapeva anche che le sue parole erano vere.

Questo gli infondeva una gioia tenera e profonda, perché pensare che c’era qualcosa che facevano insieme gli regalava una sensazione bellissima.

Il sole, d’improvviso, si scosse da tutti quei pensieri. Guardare lì sotto, alle pendici di quelle montagne, gli faceva sempre uno strano effetto.

Gli uomini quella strana ebbrezza la chiamavano felicità.

Lui non sapeva che nome dargli, ma poco gli importava. Si rifugiò di nuovo dietro quel soffice grappolo di nuvole bianche. In attesa della sera, quando la luna avrebbe sfiorato i suoi tremolanti raggi arancioni passandogli nuovamente accanto.

Felicità, la chiamavano.

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