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U Pani cunzatu è il ricordo di una tradizione familiare, un tesoro che mi arrivava dal mare “lavorato a mano”.

Vengo dal mare… Vengo dalle mattine d’estate sveglia all’alba… presto, molto presto per paura che mio papà non mi svegliasse per portarmi con lui a lavoro. Ero piccola e “femmina”… e la marina non era il posto ideale per una bambina.

Ma io non mi sono mai fatta problemi di questo tipo.

Vengo dall’alba vista spuntare dalla Coda della Volpe, la roccia sotto il belvedere delle terme dove un po’ tutti ci fermiamo per godere del panorama del mare durante le belle giornate.

Vengo dalle voci dei marinai che dalla banchina “abbanniavano” (gridavano) la “pezzatura” (dimensione) delle acciughe e il costo. La chiamano asta, ma per me era una gran confusione… gente che urlava per accaparrarsi il pesce.

Una volta comprato, il pesce seguiva una telefonata al “magazzino di salato” (adesso chiamate industria ittico conserviera) e si metteva in moto una macchina organizzativa di non poco conto.

Li fimmini” (le lavoratrici) che “aspettavano la chiamata” in un batter d’occhio si recavano sul posto di lavoro oppure aspettavano il furgoncino che andasse a prenderle.

Nel frattempo le acciughe arrivavano al magazzino, venivano scaricate e messe subito nelle tinozze con la salamoia in modo che il pesce “ntostava” (si induriva). Il racconto di questo faticoso lavoro, della loro gente e di una tradizione di Sciacca rivive in uno dei progetti di turismo esperienziale.

È la storia di 4 generazioni… partendo dal mio bisnonno Nicolò Barna, che era stata fatto cavaliere del lavoro dal re Vittorio Emanuele il 15 gennaio del 1932, poi mio nonno, mio padre… fino ad arrivare a me.

Racconti che dal mare di Sciacca arrivano lontano… molto lontano.

Le lavoratrici (li fimmini) durante i mesi invernali in cui si procedeva alla sfilettatura delle acciughe già mature per metterle sott’olio, erano solite pranzare con del “pane cunzato“, pane condito.

Era un modo gustoso e ingegnoso per risparmiare in tempi di ristrettezza economica. Quindi la lavoratrice comprava solo il pane al mattino prima di andare al lavoro.

Arrivata l’ora “di lintari” (staccare dal lavoro per la pausa pranzo), portava con sé in sala mensa un po’ delle acciughe appena lavorate, vi aggiungeva un pochino di olio preso sul posto e un po’ di sale.

Ne usciva una tra le più buone prelibatezze della cucina povera siciliana “u pani cunzatu”.

Molte volte le lavoratrici anche se avevano solo quel pezzo di pane erano solite spartirlo con “i salatura” (gli uomini che gestivano il magazzino e il prodotto lavorato).

Perché?

Perché dentro una piccola comunità di “magazzino di salato” non ci si sentiva colleghi ma parte di una famiglia.

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