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La decisione di recarmi a Palermo con un mezzo pubblico si rivelò assennata.

Era un freddo mercoledì di gennaio e l’abbondante nevicata della notte dell’Epifania aveva lasciato il segno. Lungo i bordi della strada vi erano dei grossi cumoli di neve, una vista inusuale per il nostro territorio.

Il pullman era semi vuoto ed i passeggeri silenziosi, così mi immersi facilmente nella lettura di un libro acquistato la sera prima.

Ero così presa dalla storia che mi resi conto di essere arrivata a Palermo quando il pullman si fermò al semaforo di Corso Tukory.

Fu immediata la decisione di scendere approfittando di quella sosta. L’autista che mi conosceva, sorridendo mi disse:

“Oggi cu stù friddu un pari di essiri a Palermu (oggi con questo freddo non sembra di essere a Palermo)”.

L’aria fredda del mattino mi accarezzò il volto dandomi una carica in più. Avevo deciso: avrei trasformato quella giornata in un breve ritorno al passato.

Quel mattino ero andata a Palermo per recarmi a casa di una zia molto anziana che viveva in un antico palazzo vicino la chiesa di San Francesco di Paola. Scesi immediatamente dal pullman, attraversai la strada e andai in direzione di Piazza Indipendenza.

Percorsi alcuni vicoletti nel quartiere dell’Albergheria, a pochi metri del mercato di Ballarò da dove avrei proseguito a piedi per piazza Sant’Oliva. Durante il percorso avrei attraversato una delle zone più belle della Palermo storica.

Guardai l’ora, erano le sette e trenta del mattino e le strade erano semivuote.

Con passo lesto, giunsi nei pressi del Palazzo dei Normanni, attraversai Villa Bonanno e poi giunsi in via Vittorio Emanuele.

Rivolsi uno sguardo veloce alla superba Porta Nuova, e subito mi trovai davanti la magnifica e maestosa cattedrale di Palermo dedicata a Maria SS. Assunta.

Le grandi palme nello spiazzo antistante la cattedrale erano mosse da un leggero vento e nonostante il freddo ebbi la sensazione di trovarmi in un’oasi.

Conoscevo bene la cattedrale della città, ma, quel giorno, mi ritrovai imbambolata ad ammirarla come se la vedessi per la prima volta. Senza accorgermene iniziai, ad alta voce, ad elencare gli stili che la componevano: bizantino, romanico, normanno, islamico, gotico, rinascimentale, barocco e neoclassico.

Ad un tratto sentii un rumore inusuale, come quello di una spranga di ferro che scivola pesantemente. Girai il capo verso il portone e vidi un omino piccolo infagottato in un cappotto grigio, con sul capo una bella coppola a quadri e dei guanti di lana.

Appena mi vide, prima si fermò, poi mi venne incontro:

“Nun tinni potti sonnu, la prima missa è all’ottu emmezza. Cu stu friddu picchi un stavi a la casa (Non avevi sonno, la prima messa la celebrano alle 8,30. Con questo freddo perché non stavi a casa)”.

“Non sono qui per la messa. Posso entrare?”

L’uomo strinse gli occhi fissandomi bene e fece una smorfia di disappunto:

“M’ava scusari, sbaghiavi, la scanciavi pi la niputi di me cummari Rusina. Vassia unn’avi la facci di bacchittuna, ma di chiddri ca firrianu chiesi, musei e palazzi pì studiari li cosi antichi (Mi scusi l’ho scambiata per la figlia di mia commare Rosina. Lei non ha la faccia da bacchettona, ma di quelli che visitano chiese, musei e palazzi per studiare le cose antiche)”.

Intanto lentamente la città si stava svegliando, la gente apriva le attività commerciali e dai bar e dalle caffetterie veniva fuori un buon odore di pastarelle sfornate da poco. Tutto era pronto per la prima colazione dei palermitani e non.

 

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