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Mia nonna ripete sempre che fa brutto tempo la Settimana Santa. È così. È Dio che lo vuole.

Ma stasera ci sono le stelle sopra i tetti di Corso Rosselli a Sassoferrato, e la signora Maria (delle gassose) e Rina (la materassara) e il conte (nostro vicino) e Tullio (il pittore) hanno già messo i lumini alle finestre e tutti ci salutiamo in un coro di dirimpettai.

In questa notte di Venerdi Santo a Sassoferrato.

Mio padre ha chiuso da qualche ora la serranda del nostro negozio di ferramenta, anzi la bottega, e nel pomeriggio dopo la scuola anche io sono stata con lui ad “aiutare”.

Ma anche a guardare e ad ascoltare i discorsi dei clienti che, mentre comprano “un etto di chiodi” trovano il modo di raccontarti qualunque storia, spaziando delle guerre e i suoi sfollati, alle ricette dei maccaroncini fatti con il ferro e l’ovetto non fetato.

Il tutto con disinvoltura estrema riproponendo, poi, il medesimo copione dall’orologiaio, dal macellaio, dal fornaio, dal fotografo, lungo tutta la via e fino alla piazza, con una certa risentita convinzione.

I bottegai di corso Cavour si conoscono tutti e si rispettano, lasciano le porte dei negozi aperti per andare a prendere un caffè. Incustoditi, perchè tanto il vicino ci dà un’occhiata e ti manda a chiamare se serve.

Stasera, però, noi del Borgo restiamo tutti a casa perchè dal Castello parte la Processione dei Sacconi, e non possiamo perdercela.

Ho sempre segretamente un po’ invidiato i castellani, sempre un po’ più privilegiati di noi, un po’ più nobili, perchè da lassù parte sempre tutto per primo… Loro hanno la Rocca e il bar più bello del paese, il palazzo comunale e la grande scuola. Ed è sempre da lì, dalla chiesa di San Pietro, che parte la Turba con i suoi temibili personaggi.

Tuttavia, in questa sera di aprile ancora così fredda sento che non potrei essere da nessuna altra parte che qui, su questo davanzale di una delle tante finestre del corso.

In questa casa arroccata su ripide scale, incastrata tra tutte le altre, dove occhieggiano gli antichi portoni di tutti colori diversi. Da dove riesce a vedere il Borgo da entrambi i lati, ad aspettare trepidante che il rito si ripeta, ancora una volta.

Bum, bum, bum.

È il suono dei tamburi. Bum, bum, bum. Arriva la banda.

Ci siamo.

Sale un mormorio nascosto di preghiere e canti da dall’angolo del mercato coperto. La dove le logge, non più tardi di stamattina, hanno ospitato le banche brulicanti dei fruttivendoli, dei formaggiari, dei pescivendoli che popolano il venerdi del mercato paesano.

E poi eccola: mentre il suono aumenta e la musica (solenne, cupa) e si fa sempre più vicina.

Svetta la Croce che incede e precede il lento corteo.

E là, lugubri e spettrali, ci sono loro, i penitenti col saio bianco ed il cappuccio. Per noi tutti i Sacconi con in mano oggetti raccapriccianti (primo fra tutti un inquietante gallo morto!) ma anche chiodi, martello, frusta, teschi e una corona di spine.

E mentre le mani si incrociano per devozione e timore e le lingue srotolano preghiere mormorate all’unisono, ecco che passa anche la triste statua del Cristo morto seguita dall’Addolorata, l’immagine più potente della morte.

La coda di gente che segue il corteo è quella delle grandi occasioni: c’è il Sindaco, c’è il maresciallo, ci sono i personaggi più illustri e quelli venuti da fuori, che si rivedono solo a Pasqua e Natale… E poi i paesani, quelli di sempre, quelli sui quali tra il sacro e il profano mormorare appena appena, quelli da salutare con la mano dall’alto della finestra…

E mentre la processione passa e anche l’ultimo pellegrino ha svoltato l’angolo di Piazza Bartolo, rimaniamo ancora alle finestre per un ultimo commento. L’eccitazione un po’ svanita e qualche sbadiglio trattenuto, ché qua la mattina ci si sveglia presto.

La notte ora è di nuovo silenziosa su Corso Rosselli, le persiane si chiudono e i gatti si riappropriano del proprio posto tra i portoni e i vasi color terracotta.

Mentre permane nell’aria l’odore dei ceri nell’attesa che il borgo ed i suoi abitanti si sveglino di nuovo, domattina, all’ombra dell’Appennino.

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