This post is also available in: Inglese

L’albero, tagliato a metà da un muretto, nasconde parte del paesaggio che sto ammirando.

Mi trovo in un posto dove di alberi ce ne sono pochi. Questo albero, che non mi consente una visuale completa di quello che ho di fronte, è uno di quei pochi che è riuscito ad attecchire in questa zona.

E pensare che, qualche centinaio di metri più a valle, di alberi ce ne sono a migliaia: sono i boschi della fascia mediana del vulcano più alto d’Europa.

Il mio albero solitario è riuscito a crescere fra le vecchie lave che il vulcano ha eruttato in migliaia di anni e io voglio, in questo momento, che faccia parte di quello che la mia vista sta trasmettendo al mio intero sentire.

Conoscendo quello che vedrò, avverto i primi brividi di piacere.

Qui dal costone in cui sono, faccio ancora qualche passo affinché quell’albero si sposti un po’ e mi permetta così, suscitando sensazioni sempre più intense, di ammirare nella sua completezza un immenso spettacolo che la natura ha creato: la Valle del Bove a Zafferana Etnea.

Ci si arriva percorrendo un sentiero che parte da Monte Pomiciaro, che dapprima si insinua in mezzo ai boschi di castagno, quindi, man mano che gli alberi si diradano, si inerpica fra le vecchie lave ricoperte di muschi e licheni, fino a che queste diventano nude e aride.

Qui il sentiero, tracciato dagli innumerevoli passi dei visitatori, avanza stretto fino ad essere il divisorio di due costoni. Il sentiero, oggi leggermente appiattito, e i due costoni rimandano ad un’immagine che evoca un mondo rurale ormai scomparso: siamo giunti sulla schiena dell’asino.

Quindi appena l’albero lascia libera la visuale, sulla mia destra si apre improvvisa la valle che, ad ammirarla ti costringe a sederti, ti fa immergere in quella natura diventando così un tutt’uno con essa.

Brividi di piacere e sensazioni di pace assoluta ti pervadono.

Serbatoio naturale di lave fuoriuscite da quel versante del vulcano, rappresenta un sicuro sbarramento al correre del magma verso i centri abitati vicini. Questa immensa conca si formò quando una parte dell’Etna collassò sprofondando per centinaia di metri.

Le sue pareti, spesso irregolari, prendono il nome di serre come quella chiamata delle Concazze. Questa, invece, che culmina con la schiena dell’Asino, è più regolare delle altre e viene chiamata serra del Salifizio (scorpione).

Riprendo il cammino e mi accingo a raggiungere il punto finale del sentiero sormontato da una croce di ferro. Lì mi siedo e il mio sguardo spazia a 360 gradi, ammirando la maestosità del luogo.

Quindi si spinge oltre.

Dopo il grigio delle lave vecchie e il quasi nero di quelle più giovani, ecco il verde dei primi pini, poi quello più fitto dei castagni ed infine il mare che brilla da lontano di un azzurro intenso.

La costa si svolge sinuosa fino ad intravedere Taormina e, ancora più lontano, il continente con i primi rilievi della Calabria. Mi giro e le lave, inerpicandosi e diventando sempre più indefinite, sfumano in un blu-grigio che è il colore dominante del vulcano visto da lontano.

Ogni volta che raggiungo questo posto è come se lo vedessi per la prima volta. Qualcosa appare cambiato, colgo qualche particolare nuovo o che non avevo visto, ma ogni volta si rinnova quella stessa sensazione di pace e tranquillità interiore.

Questo è un luogo dell’anima, quasi una medicina, o meglio, una droga, della quale non si può farne a meno. Purtroppo devo patire lunghi periodi di astinenza ma, ogni volta che torno in Sicilia, la mia dose è sempre a portata di mano ed io avido ne approfitto sempre.

Rimango un tempo indefinito a godere di questo spettacolo, facendo mio un verso del mio poeta preferito: “e il naufragar m’è dolce in questo mar”.

Poi sazio di quel cibo per la mente, riprendo il cammino verso casa, dando un silenzioso e speranzoso arrivederci alla mia valle.

 

Top