Balvano


Stemma di Balvano

Balvano è un borgo della Basilicata, nel sud Italia, e si trova su uno sperone a 450 metri di altezza circondato da monti, talvolta aspri e talvolta boscosi ma sempre spettacolari. Dalla sua posizione si domina la valle dove scorre il fiume Melandro e la Gola di Romagnano.

Proprio vino la stazione di Balvano si può ancora vedere il Ponte di Annibale dove, secondo una tradizione locale, passò Annibale nel suo viaggio in Italia durante la seconda guerra punica.

Ci sono molte opinioni sulla origine del nome Balvano che secondo alcuni deriva dalla sua posizione di ‘fortezza’ a guardia della valle e quindi di baluardo. Questa sua potenza è anche riportata nello stemma del paese che rappresenta una torre tra le rocce. Secondo altri, invece, il nome deriverebbe dal nome della famiglia Balbia che viveva in quest’area.

Del lungo periodo romano si hanno poche tracce, tra cui una lapide del I secolo d.C. della sacerdotessa Giulia Celerina, e la presenza di una antica strada e di un ponte fa supporre che potessi esserci una piccola comunità, magari per un cambio di cavalli. I romani vivevano nei fondi valle, vicino alle reti commerciali e dove si coltivava la terra: la storia romana è stata di pace per molti secoli.

La storia del borgo attuale, invece, inizia nel medioevo quando alla caduta dell’impero romano e all’arrivo dei barbari, le persone si rifugiarono in una fortezza su una altura. Il primo nucleo è stato una torre con un recinto che poi, nel corso dei secoli, si è trasformata in un castello.

I primi ad arrivare a dare un ordine amministrativo dopo la caduta dell’impero sono stati i bizantini che hanno introdotto i culti ortodossi, seguiti poi dai Longobardi del Ducato di Benevento, quello che era chiamato Langobardia Minor. Contemporaneamente la chiesa divise il territorio in diocesi vescovili e Balvano fu inserita in quella di Muro Lucano, mentre i monaci benedettini formarono piccoli monasteri. I monaci hanno avuto un ruolo fondamentale nel mantenere le conoscenze in campo agricolo e nella custodia del sapere antico.

Balvano entrò nel Principato di Salerno, che si era formato dalla divisione del Ducato di Benevento e intorno al 1100, nel sud Italia arrivarono i Normanni che furono signori incontrastati per un certo periodo.

I Normanni erano appoggiati dalla chiesa che voleva eliminare il rito ortodosso a favore di quello cattolico. Divisero il territorio in feudi e quello di Balvano venne dato alla famiglia Balbia di origine francese.

In questo periodo il castello viene fortificato e il paese si allargò. Il castello si estendeva su una vasta area e aveva due ingressi, uno a monte nel castello principale e uno più a valle nella corte interna.

Con l’arrivo degli Svevi di Federico II e poi degli Angioini, Balvano venne data in feudo prima a Matteo de Chevreuse e poi alla famiglia di Alemagna, di origine provenzale che era arrivata a Napoli con Carlo I d’Angiò.

Giorgio di Alemagna aveva fatto parte del consiglio di reggenza della corte reale dopo la morte di Giovanna II di Napoli ed era anche conte di Buccino e signore della Basilicata. Per il suo appoggio alla congiura contro gli aragonesi del 1460 venne però spogliato del titolo di signore della Basilicata.

Un grande terremoto distrusse il paese il 31 luglio 1561.

La famiglia Caracciolo di Sicignano subentrò poi al controllo di questa area, ma nel Seicento si ritrovò indebitata e vendette tutto a Domenico Giovine. Erano anni difficili per la Basilicata e Domenico venne ucciso nel 1647 da una insurrezione popolare.

Altri due terremoti nel 1649 e nel 1694 contribuirono a rendere ancora più critica la situazione e molti si diedero al brigantaggio e a forme di protesta contro le angherie dei feudatari. Sono leggendarie le figure di Gerardo Luongo e Donato Marando.

Per un periodo Balvano appartenne alla famiglia del Marchese Parisi fino al 1757 quando tornò al duca Vespignano Giovine. Con l’arrivo di Napoleone vennero abolite le leggi feudali nel 1806, ma la situazione non migliorò molto e la terra non venne ridistribuita.

Un episodio importante nella vita di Balvano si è avuto durante l’unificazione d’Italia e il tentativo di restaurazione da parte dei Borbone. Nel 1860 arrivò a Balvano Josè Borjes, il generale catalano a cui i Borbone avevano chiesto di organizzare una rivolta. Il generale era sbarcato in Calabria e passò per la Basilicata nel suo viaggio verso nord, ma non trovando truppe borboniche ad aspettarlo si unì a vari briganti come Carmine Donatelli detto Crocco.

L’obiettivo dei briganti era però soprattutto quello di vendicarsi delle angherie dei signori e furono tutti sconfitti a Muro Lucano. Il generale sostò una notte a Balvano e si dice che la popolazione espose la bandiera borbonica e iniziò a gridare “viva Francesco II e morte a Vittorio Emanuele!”.

Nel suo diario, Borjes narra che i signori e il vescovo cercarono riparo nel castello, forse non tanto per sfuggire alle ire dei briganti che non torsero loro un capello quanto per mantenere un doppio ruolo in caso di vittoria dei piemontesi. Il vescovo Valerio Laspro venne comunque portato davanti alla corte per aver appoggiato i Borbone.

A novembre del 1861, la piccola truppa lasciò Balvano dirigendosi al nord dove saranno sconfitti in Abruzzo a Sante Marie.

Dopo l’unità d’Italia, scoppiò una epidemia di colera che portò ancora più disperazione aumentando il fenomeno del brigantaggio. Iniziò una prima ondata di emigrazione in cerca di fortuna in America che si ripeterà dopo le guerre mondiali.

Palazzo Laspro, nel centro del paese, ha ospitato il re Vittorio Emanuele II, la regina Margherita e Francesco Saverio Nitti.

Tra il 2 e il 3 marzo 1944, a Balvano è avvenuto uno degli incidenti ferroviari più gravi di tutta la storia italiana che ha provocato la morte di 626 persone. Si trattava del convoglio 8017 che andava da Battipaglia a Potenza e aveva 47 carri merci, su cui però erano salite circa 600 persone in cerca di cibo durante la guerra.

Il convoglio aveva due locomotive a vapore in testa e si fermò all’interno della galleria ‘Delle Armi’ che aveva una notevole pendenza. Il fumo delle due locomotive riempì la galleria e fece perdere i sensi ai macchinisti e a quasi tutti i passeggeri che morirono intossicati. Si salvarono solo quelli delle ultime due carrozze che non erano entrate nella galleria.

Dopo il disastroso terremoto del 1980, che distrusse anche gran parte del castello, il paese è stato ancora una volta ricostruito con tutte le sue infrastrutture.


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Pillole di Turismo di Claudia Bettiol 

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