Sono la prima figlia di Giovanna e Matteo. Un matrimonio d’autentico amore.
Nascevo in un gelido giorno di gennaio del ’54, millenovecentocinquantaquattro, nella strada intitolata all’Erculea Proles di Palo del Colle, in terra di Bari.
Amo la strada che mi porta all’amore
amo il tamburellare del bimbo
al vetro dove gioca la pioggia/ nel rincorrersi delle gocciole.
Amo questo vento che s’infila dalla fessura della mia finestra
e amo il suo fischio
mi dice della vita di quest’Universo giovane
e della festa che i mandorli hanno fatto stamane
al primo raggio di primavera.
Amo i boccioli.
Amo lo sbocciare e quel gemmar di rami.
Gemmar di rami in questo mar di primavere.

Palo, una piccola Betlemme e poi Matera, le terre simili a quelle del Cristo. Una delle tre città più antiche del mondo, unica però ad essere stata perennemente antropizzata.
Che strano incantesimo la vita! Ci fa nascere in territori così speciali, così dentro il nostro intimo sentire! E ci spinge in luoghi simbolo.
Infatti, prima che a Matera giunsi a Grassano, il poverissimo comune nella provincia materana. L’esilio di Carlo Levi, che ebbe a dire: emigrante forzato, tra grassanesi esiliati nel proprio paese.
Ventotto anni prima, Nitti, il Presidente del Consiglio dello Stato italiano, più incisivamente disse: ciascuno poteva scegliere tra Giustizia e Fortuna; scegliere la giustizia significava farsi brigante, scegliere la fortuna farsi emigrante.
E gli uni e gli altri comunque scelsero senza neppure sapere se avrebbero trovato giustizia o morte, fortuna o morte.
Grassano, dalla Commissione d’Inchiesta Parlamentare sulla Miseria in Italia e sui mezzi per combatterla, era tra i quindici Comuni più poveri d’Italia.
Nascevo in una storia intensa, più grande di me e che indubbiamente ha determinato tutta me, il mio pensiero, la mia scrittura, le scelte professionali, gli interessi intellettuali e letterari, l’intarsio del mio cuore.
Fin da subito vissi una storia molto intensa, un parto difficilissimo in cui venni estratta da mani sapienti con l’ausilio del forcipe.
Mi fu dato il nome della mia nonna paterna, Antonia, che non ho mai conosciuto, morta di parto a soli ventidue anni.
Ma il fato sa fare equilibrio.
Mi diede, infatti, una super bisnonna, una bisnonna fantastica, una manager strepitosa. L’ho avuta solo per sette anni, ma è come averla potuta godere per duemila.
Mi ha fatto scoprire la preziosità dell’aurora, la potenza delle ore che brillano nelle sue mani. Levarmi alle quattro per la prima messa. Entrare in chiesa che è ancora buio e uscirne che timida s’appresta l’aurora.
Quante migliaia di cose mi ha insegnato!
Giunsi dunque là, a Grassano, a sei mesi, sulla scintillante Laverda di babbo, tra le braccia di mamma. Tra cielo e terra, giunsi, vento e colori.
Scarsissime gioie e tante tragedie. Una tra le più grandi, m’è stata più volte narrata. Il povero paesello, fra i poveri d’Italia, vantava la Banda da Giro tra le più rinomate del comprensorio, fin dall’inizio del ‘900.
In una notta scura, più scura delle altre, più sventurata delle altre, quando le prime luci dell’alba tentavano di sconfiggere l’oscurità, di ritorno dalla festa patronale in onore di San Cipriano ad Oliveto Lucano, il pulmino precipitò rovinosamente nella scarpata.
Dopo una delle tante curve a gomito del serpente viario che collegava Grassano al resto del mondo, i quaranta musicisti, con tutto il pulmino, finirono giù. E resta ancora la consuetudine di scendere dai pulman in quel tratto e di percorrerlo a piedi, in memoria dei bandisti che avevano regalato la medaglia al poverissimo paese, tra i più poveri d’Italia, eppure cultore della musica.
E poi? E poi Matera!
Città che solo nel 2019 ha finalmente vissuto il riscatto nazionale ed internazionale, anzi mondiale, da un passato in cui ancora la storia reggeva il miserevole titolo di “vergogna nazionale” a “Capitale Europea della Cultura”.
Arrivai da adolescente nel musicalissimo silenzio che è Matera, con la sua terra di boschi cedui e macchieti, dove viaggiano gechi kctoschi e natrici dal collare, falchi e columbri leopardiani, vipere e capovaccai, tassi ed istrici e ghiandaie e gazze birichine, e rospi bufo bufo e raganelle, testuggini e, meraviglie delle meraviglie, gli ultimi rari esemplari di Tritoni italici.
Là dove strapiombi e altipiani brulli son letto per mille colori e mille odori d’asfodeli e zafferano, colchino e timo arbustivo, ruta d’Aleppo e santoreggia, e armonia, armonia silenziosa e scoppiettante insieme.
Civiltà, e chiese, e jazzi, cisterne e grotte, un fantasmagorico progetto d’amore e civiltà progettuale.
Gesti progettuali d’amore. Quanta poesia!
E poi l’altro valico, le vocali e le consonanti del silenzio lucano, note divine, eterne ed eternanti. Emozione che perdura, che si compone d’un brivido sull’altro, che null’ altro al mondo sa darmi.
Se è possibile, e lo è, direi che la più giusta delle metafore è quella per la quale mi viene offerta la possibilità di tornare nell’utero materno.
Là tutto è ovattato, nulla può offendermi. Bisogna provarlo, e scoprilo!
Nella terra delle tue radichette niente violenta la tua aura, tutto accarezza poiché tutto viene deliziosamente filtrato dal corpo di tua madre. Anche la musica, che è di per sé sublime, prende un tasso d’ineffabilità superiore.
È un qualcosa che dà al contempo respiro lungo, libertà di pensiero, apertura di tutti i pori; pare mi spuntino le ali e prendo il potere di librarmi nell’aria, di espandermi e riuscire a vedere, contemporaneamente, il Monte d’Isabella a Valsinni e il mare di Pitagora a Metaponto.
Il magico Castel del Monte e il Vulture dei briganti, i diamanti di Monticchio e le creste delle Dolomiti Lucane; e ancora, ancora, e ancora tutto il crogiuolo di uomini e storia che, casa su casa, s’affastellano in quei Sassi che parlano note e sillabe antiche e nuove.
E mentre inspiro leggo la mia pelle, si, la mia pelle sono i boschi di Accettura e la Murgia che di là dalla Gravina guarda Matera.
E Matera, sovrana e misteriosa, sta.
Il mio cuore palpita d’azzurro, le grotte dei primitivi sono gli scrigni di tutti i miei pensieri e i calanchi gli anfratti intimi del mio corpo, quelli sui quali sono scritte le parole segrete.
Io scrivo con due azzurri, con pennini ricavati da vette diverse e inchiostri di differente salsedine, pagine in equilibrio, la mia anima pugliese e la mia anima materana e lucana.
Entrambe resistono alle mie peregrinazioni.
Ma la mia Puglia non era così povera come la mia Lucania e allora il piccolo mondo antico lucano, solido d’umanità e calanchi impervi, di vita e di morte rispettate con pari dosi di forza e tenerezza fanno scudo alle mie lagrime.
Palpita in me quel mondo arcaico, poverissimo, dai camini che scrivevano storie tenerissime di anime anelanti.
La quotidianità povera ed eloquente è stata ed è la mia suggeritrice, non lo scempio d’una elezione che ha portato migliaia e migliaia di turisti a inquinare l’energia millenaria, inchiostro e colori per poeti e artisti.
Di tanto in tanto ritorno
colgo angosce e stelle.
Le stelle le porto a te
figlio che all’alba mi saluti
con poesie tessute all’anima tua di musica.
Amo questo ritorno alle perenni pietre
ove ogni sasso ha l’orma della mia fanciullezza.
Amo i germogli d’angoscia
e quei silenzi
e i battiti che si fermano ad ascoltare il cielo.
Amo la rondine solitaria
il suo garrire
e il falco che alla murgia porta il suo volo.
Amo il manto che il cielo pone alla terra
là
dove ho nascosto l’anima del mio cuore.



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