I Castelli Romani  e la Cina, uniti da sapori, profumi e tradizioni.

Il legame tra Italia e Cina: più forte di quanto si possa pensare.
Due paesi uniti da tanti punti comuni. Una storia millenaria, antica e ricca di tradizione. Dove usi, costumi e la vita dei loro popoli è stata scandita dai ritmi della natura. Fiori, Sapori e profumi. Queste sono le tre qualità che ci accomunano, e con cui noi vogliamo unire la storia della Cina con quella di un’area che da millenni vive la sua storia al passo con la natura: i Castelli Romani.

Per millenni l’uomo ha vissuto seguendo i ritmi scanditi dalla natura. Le stagioni, il clima, le piante. Tutte queste caratteristiche, diverse ed uniche per ogni paese, hanno dato vita a tantissimi aspetti della nostra cultura. Dalle festività, fino ai piatti e prodotti tipici.

E’ da qui che si riconosce l’unicità di un popolo, e allo stesso tempo i punti comuni che ci uniscono, e che sono spunto di riflessione per cooperazioni internazionali.
L’Italia e la Cina sono tra questi. Sorelle lontane, unite da un antico legame che esiste ancora oggi e che possiamo rispecchiare in molte delle tradizioni e feste che celebriamo “in casa nostra”. Noi abbiamo deciso di portarvi in un viaggio tra i fiori, profumi e sapori che uniscono i nostri due paesi.

L’Infiorata di Genzano di Roma, 240 anni di storia, arte e tradizione.

La natura è armonia e bellezza, e chi esprime più bellezza dei fiori?
La Cina e l’Italia hanno una lunga storia e tantissime tradizioni che celebrano i petali e i profumi di questi messaggeri della bella stagione.
Ciliegi, mandorle, peonie e sono tra i protagonisti di dipinti e antiche opere d’arte Cinesi. I fiori sono apprezzati per le loro proprietà medicinali, fanno parte di feste e cerimonie. Proprio come in Italia, dove dedichiamo ai fiori una delle nostre feste più grandi: le infiorate!

Le infiorate sono un evento unico nel loro genere, che mettono in mostra arte e natura grazie alle creazioni che utilizzano petali di fiori, disposti in terra lungo le vie delle strade dei piccoli borghi, a formare disegni e decorazioni dagli sgargianti colori.
La più famosa infiorata, e anche la più grande del mondo, si svolge a Genzano di Roma dal 1778, dove ogni anno proietta questa città dei Castelli Romani sotto i riflettori internazionali.
Nel 2011 è stata riconosciuta dal ministero come ‘Patrimonio d’Italia per la tradizione’ e ancora oggi viene espertamente organizzata dai cittadini del borgo in maniera meticolosa.

Il fiore che diventa profumo e sapore, nella Sagra dell’Uva di Marino

La vite è una delle piante che più simboleggia la forza della natura. Rimane spoglia, imperterrita per tutto l’inverno, fino alla primavera, quando il cambiare delle stagioni permette ai suoi splendidi rami di sbocciare.

Per noi Italiani il momento più bello è lo sbocciare della vite, perché è l’inizio della vita di uno dei nostri prodotti più amati: il vino!

Anche la Cina ha una tradizione vitivinicola non indifferente. Pochi sanno che la Cina con 13,7 milioni di tonnellate è risultata il 1º produttore al mondo di uva, con la maggiore produzione nella provincia dello Shandong. Molte province si sono guadagnate un'ottima reputazione per la loro produzione di vino, che negli ultimi 30 anni è riuscita a stabilire un’importante produzione di vini di qualità, apprezzati in tutto il mondo.
Come per la Cina, sono molte le Provincie Italiane, in particolare quelle del Lazio famose per la produzione di vino, e per le feste dedicate a questo prodotto unico nel suo genere.

La Sagra dell’uva di Marino, è forse una delle più famose. Ogni anno questo piccolo borgo dei Castelli Romani si anima di gioia e brio, con un Weekend dedicato interamente al vino. Banchetti, cortei storici e spettacoli celebrano l’eccellenze del territorio, dove i vini fanno sempre da protagonista con l’evento clou di tutta la manifestazione: la fontana principale del paese fa sgorgare vino dalle bocche delle statue che sorvegliano questa tradizione da anni, per la gioia di visitatori e cittadini che riempiono i loro bicchieri.
E a proposito di vino...

I sapori che uniscono: la cultura vitivinicola dei Castelli Romani incontra la Cina

I Castelli Romani sono l’area del Lazio, e dell’Italia più conosciuta per la produzione di vino. Bianco, rosso e bollicine. Tra queste varietà spiccano il Frascati DOCG e il Roma DOC.
Il Frascati DOCG domina la campagna dei Castelli Romani con i suoi vigneti, che si estendono a vista d’occhio tra dolci colline e cantine storiche, già utilizzate dai potenti Papi Romani. Rosso, bianco o bollicine, l’area dei Castelli Romani è un pullulare di eccellenza in termini di vino, che viene utilizzato non solo da solo, ma in tantissime ricette locali come le tradizionali ciambelline al vino bianco o rosso. Il Roma DOC è un’altro vino di eccellenza, nella sua versione classica o spumante e racchiude alcuni dei vitigni più antichi del territorio, come la Malvasia e il Bellone.

Due terre ricche di fiori, profumi e sapori, che condividono un patrimonio d’eccellenze, tutte da valorizzare!

 

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I promessi fidanzati siciliani di un tempo, “Lu zitu e la zita”

Quando il calpestio dei passi con le scarpe della festa risuonava per la piazza di Cattolica Eraclea, le persone che vi abitavano si affacciavano subito ai balconi per vedere cosa stesse accadendo.

Spesso si trattava di un corteo formato da fidanzati, che camminavano davanti, seguiti dalle coppie dei genitori e da una fila di parenti che si spostavano insieme alla coppia per poter controllare tutto.

Una volta, in tutte le loro uscite i due promessi erano seguito e spesso dovevano affrettare il passo per poter parlare senza essere ascoltati. Così si vedevano tutte le persone che li seguivano correre trafelate e affannate.

Prima del matrimonio la coppia non doveva avere nessuno spazio né per parlare né per allontanarsi da sola.

L’unione tra un ragazzo e una ragazza, tra l'altro giovanissima che non superava mai i sedici anni, era spesso vincolata da motivazioni ben diverse dall’amore.

I genitori, nella maggior parte dei casi, fidanzavano i propri figli per interessi economici o sociali. O più frequentemente per avere una bocca in meno da sfamare, dato che le donne non lavoravano e dovevano essere mantenute dai mariti.

Le ragazze promesse in matrimonio non potevano assolutamente opporsi alla volontà familiare ed erano quindi costrette a sposare l’uomo non amato.

Normalmente era la madre dello sposo che sceglieva la donna per il proprio figlio, chiamava a raduno tutta la famiglia e i parenti, si recava a casa della prescelta per fare la richiesta della sua mano al padre di lei.

Se il genitore accettava la proposta, la giovane avrebbe dovuto mantenere atteggiamenti riservati in pubblico e a casa.

 

Inoltre, alle promesse spose era vietato vestire abiti succinti e uscire da sole.

Il fidanzamento ufficiale avveniva prima del matrimonio e, in questa occasione, le famiglie dei due fidanzati rendevano “ufficiale” la relazione dei figli all’intero paese con un ricevimento fatto a casa della sposa.

Seguivano i contratti prematrimoniali, fatti alla presenza di un notaio, con l’elenco di ciò che le ragazze dovevano possedere al momento del matrimonio.

Spesso, durante questi incontri le famiglie litigavano e la figura della mamma dello sposo emergeva per la sua arroganza e per le sue pretese, distinguendosi dalla mamma della sposa. Questa sembrava più remissiva e più propensa ad assecondare la consuocera, manifestando la sottomissione della propria figlia nei confronti del suo figlio maschio.

Dopo i genitori si accordavano per il giorno delle nozze per inviti, invitati, festeggiamenti e pranzo. I matrimoni non si dovevano celebrare a maggio e a novembre perché c’era la credenza che non sarebbero durati, pertanto nessuno osava stabilire la data delle proprie nozze in quei mesi.

La suocera regalava alla nuora un abito nero, elegante, di velluto o di broccato, con le scarpe, la borsetta e i guanti. Questo era chiamato l’abito degli otto giorni, infatti la sposina doveva indossarlo per i primi otto giorni dopo matrimonio, quando usciva col marito a far visita a parenti e amici o a fare una passeggiata, per dimostrare che continuava ancora la festa delle nozze.

La coppia, per tutti gli otto giorni, era invitata a pranzo e a cena dai parenti.

Le famiglie più facoltose, invece, usavano regalare alle nuore due abiti completi di tutto, uno degli otto giorni e uno dei quindici giorni. Quest’ultimo era solitamente grigio o blu, ma sempre molto elegante.

In questo modo il periodo della festa di matrimonio durava una o due settimane in più.

Dopo riprendevano la vita normale di tutti i giorni, le donne preparavano da mangiare a casa loro, sbrigavano le faccende domestiche, facevano le visite ai genitori e ai suoceri, che chiamavano tutti e due ‘mamma’ e ‘papà’.

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Il Banchetto del Matrimonio ogni estate a Gavignano

Siamo a Gavignano, precisamente su un lungo colle che domina la Valle del Sacco, in un borgo dal sapore medioevale dove le macchine non possono entrare. Tutti i vicoli sono coperti con la tradizionale pietra bianca e le case sono in pietra.

E proprio al centro del paese, sotto l’antico Palazzo Baronale, ogni anno si può partecipare ad uno degli eventi più attesi dalla vallata: il Banchetto del Matrimonio.

Non un matrimonio di re e regine, ma una rievocazione di un tradizionale matrimonio contadino del secolo scorso, anzi della metà dell’Ottocento.

E pure se a Gavignano aveva una villa il grande Giulio Cesare e qui è nato Papa Innocenzo III, quello di San Francesco, i gavignanesi hanno scelto di ricordare la vita contadina legata alla vita dei campi e ai ritmi della natura.

E cosa c’è di più festoso di un matrimonio in estate?

Gavignano risplende sotto il sole del pomeriggio che tinge di rosa la vallata, il centro storico si riempie di persone felici e i profumi delle pietanze inondano l’aria tra i vicoli.

Il centro della festa è ovviamente la piazza davanti al Palazzo Baronale, dove si trova il palco con la musica dal vivo suonata da gruppi popolari e dove sono posizionati i tavoli degli sposi e degli invitati.

E ognuno di voi può essere un invitato venendo a cenare al nostro Banchetto di Matrimonio. E ognuno di voi potrà assaggiare i piatti della tradizione preparati con prodotti tipicamente locali, del nostro amato territorio.

Ma torniamo al matrimonio e al corteo nuziale che passa lungo le vie del paese rievocando le tradizioni del passato secondo un copione che è stato studiato dagli esperti del nostro Museo della Civiltà Contadina che è possibile visitare con le nostre guide.

Le musiche sono affidate ai ragazzi di una delle più prestigiose scuole musicali affiliate ad un Conservatorio. Giovani saltellanti seguono gli sposi e fanno rimbalzare le allegre note fra gli antichi palazzi medievali del centro.

Dopo il corteo, il banchetto!

Ci si siede a tavola e fra le portate si assaggiano i famosi formaggi, sia di pecora che vaccini, e la carne dei pastori di Gavignano, la frittata alle erbette, i fagioli co’ le cotiche, polenta al sugo di maiale, la pecora a jo callaro, il castrato alla brace, erbe di campo strascinate, la panzanella, la zuppa di pane, la trippa, baccalà co’ le patate….

Ovviamente il piatto forte, quello principale, sono i famosi Maccaruni Gavignanesi, ai quali il nostro borgo dedica una giornata di festa con la Sagra dei Maccaruni, proprio il giorno dopo quello del matrimonio.

Sono fatti dai volontari della Pro Loco che usano farine del mulino Iacquino di Vicalvi, sia nella versione 0 che integrale, uova pregiate e l’acqua della nostra amata Fonte Meo. Le tagliamo fini fini ed inutile dire che chi viene una volta non può far a meno di tornare ogni anno.

L’esperienza enogastronomica coinvolge anche il vino e ogni anno facciamo un accordo con una eccellente cantina locale per promuovere i vitigni del territorio come il Cesanese del Piglio, la Passerina o il Bellone.

E tra una portata ed un’altra si può partecipare ai giochi tradizionali del tiro alla fune ….. e soprattutto ballare al ritmo dei saltarelli.

Cosa posso consigliarvi ancora? Venite a conoscere la nostra festa e approfittatene per godervi un romantico tramonto dal terrazzo davanti la nostra Chiesa da cui si domina tutta la vallata.

Vi aspettiamo

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Una delle particolari feste che a Catania celebra la fusione tra sacro e profano è la Festa dei Morti.

Certo suona un po’ macabro, ma la Festa dei Morti racchiude in sé tante tradizioni: dai fiori offerti ai propri cari il giorno della commemorazione dei defunti alla fiera dei giocattoli e delle scarpe, come la chiamavamo tutti noi.

Mentre tutta l’aria era riempita dal profumo dei biscotti fatti in casa!

Quando ogni anno a Catania l’autunno fa capolino, proprio in questi giorni la gente comincia a prepararsi per il cambio di stagione perché, incredibile ma vero, abbiamo indossato finora vestiti estivi.

In questi giorni pieni di impegni, la sera era tradizione andare alla Fiera dei Morti tra stand di giocattoli per i bambini e le scarpe per l’inverno alle porte, un richiamo per molti siciliani da ogni dove.

Ma la tradizione narrava che tra la notte di giorno 1 e giorno 2, le anime dei defunti andassero a rubare giocattoli e dolci dei migliori artigiani e a cercare un pensiero solo per quei bambini dei loro parenti che si erano comportati bene e che avevano pregato:

"Armi santi, armi santi, sugnu unu e vuatri síti tanti: Mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai, cosi di morti mittitimìnni assai" (Anime sante, anime sante, io sono uno e voi siete tanti: Mentre sono dentro questo mondo di guai cose dei morti mettetemene tanti).


Per i bambini è un po’ una festa cercando di capire come possa avvenire questo “fenomeno”, che chiaramente viene superato abbondantemente dal pensiero dei regali!

Tipico infatti nel linguaggio d’uso diventa la frase di rito che i parenti chiedono ai bambini: “ chi ti lassanu i motti?” proprio a sottolineare che si focalizza ciò che si è ricevuto in dono, senza alcun riferimento alla provenienza!

Ma il pensiero dei catanesi corre lo stesso alle anime dei propri amati defunti, a cui si dedica comunque lo spazio di una preghiera ed un consueto mazzo di crisantemi.

Anche lì la preghiera non corre a senso unico, bensì viene dedicata all’anima del proprio caro, ma si chiede anche supporto da lassù a chi lotta giornalmente nei meandri della vita terrena …

[caption id="attachment_125032" align="pull-right" width="292"] Reginelle[/caption]
Le case dei catanesi si preparano alla festa: ci sono i regali da comprare e nascondere accuratamente, le spezie e gli ingredienti per tanti tipi di biscotti, che si trovano solo ed esclusivamente in questo periodo.

Così il profumo di chiodi di garofano, cannella, cioccolato, polvere di pistacchio, mandorle e miele dell’Etna pervade molte cucine.

Si preparano anche le tovaglie più belle ricamate e inamidate, le teiere con i servizi di famiglia, un’alzatina a centro della tavola, non può mancare!!!

È periodo di visite e i catanesi, notoriamente ospitali, sono lieti di aprire le loro case e offrono ai parenti questi biscotti accompagnati da tè caldo e caffè.

Convivialità e tradizione trovano il loro solito binomio!

La cotognata realizzata nelle sue formine di terracotta, con le mele cotogne tipiche del periodo, Nzuddi a base di mandorle, le Ossa de motti o Mustazzoli, molto croccanti, bicolore aromatizzati con i chiodi di garofano, le Rame di Napoli al cioccolato.

[caption id="attachment_125041" align="center-block" width="750"]

Rame di Napoli[/caption]

Le Rame di Napoli sono state un tributo all’unificazione del Regno delle due Sicilie nel 1816, per cui fu coniata una moneta con una lega di rame e anche questo dolce.

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La Cotognata[/caption]

Questi sono solo alcuni degli esempi della tradizione locale che intrattengono gli adulti, mentre i bambini entusiasti dei regali ricevuti dai “morticini”, hanno già messo da parte la consueta domanda del come sono arrivati i regali” e, tra un biscotto in mano ed un giocattolo nell’altra, si godono la festa tra le chiacchiere di una parentela riunita.

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C'era una volta la festa dei morti. Tanti anni fa, la commemorazione dei morti in Sicilia era una delle ricorrenze più sentite dalle famiglie e più attese dai bambini.

La morte non veniva vista con tristezza e dolore bensì come momento di gioia. Gli antichi narravano che nella notte tra l'uno e il due novembre i defunti ritornavano sulla terra per portare doni ai bimbi.

In molti paesi della Sicilia si svolgevano le tradizionali fiere dei morti, strade e piazze si illuminavano delle luci delle bancarelle dove i familiari compravano giocattoli per i più piccini.

I nonni con l'approssimarsi dell'inverno, regalavano ai nipotini del vestiario e degli scarponcini, dicendo loro, che li avevano portati i murticeddri.

Il regalo più atteso era “lu Cannistru”, la tipica cesta siciliana realizzata a mano con canne e rametti d'ulivo, ricolma di Pupi di zuccaru (pupi di zucchero), crozzi i mottu (ossa di morto), taralli, frutta secca e coloratissima frutta martorana (dal nome del Monastero dove vennero fatti per la prima volta).

I regali venivano nascosti in casa e i bimbi, la mattina del due, si scatenavano alla ricerca dei doni portati dai defunti. Nei giorni che precedevano la festa, le pasticcerie avevano i banchi di esposizione stracolmi di leccornie ed era inevitabile essere attratti dal loro profumo speziato.

Come tutti i bimbi amavo la festa di ognissanti e il giorno dei defunti. 

All'età di sei anni, la notte tra il primo e il due novembre, udii dei rumori provenire dalla sala da pranzo, mi alzai e vidi la mia mamma che stava preparando i doni e le ceste per me e per mio fratello.

Feci finta di nulla e tornai a letto. L'indomani mattina, mentre mio fratello andava alla ricerca dei regali, mostrai il mio poco entusiasmo a mia madre:

- Ti ho vista questa notte.

Il suo sguardo ed il suo sorriso anticiparono le sue parole:

- Tienilo per te, non dire nulla a tuo fratello.

- Si mamma.

- Mi spiace, sei ancora piccola per smettere di sognare.

- Tranquilla mamma, a modo mio sognerò sempre.

La mattina del due novembre ci recavamo nel cimitero dove erano sepolti i nonni materni. Come ogni anno il rito degli orfanelli e delle suore che recitavano il santo rosario per i defunti mi metteva tanta tristezza nel cuore.

Guardavo i loro visi tristi, i loro occhi spenti e mi sentivo un po' in colpa per quello che io avevo e loro no. Durante le preghiere evitai lo sguardo di mamma, ma lei mi venne accanto, si chinò e mi parlò con voce sommessa:

- Potevi evitare di riempirti le tasche dell'impermeabile di dolciumi. Sempre la mania di fare di testa tua.

Alla fine delle preghiere, mamma si avvicinò ad una delle suore e con la sua solita discrezione prima porse un'offerta poi le disse qualcosa che nessuno di noi udì.

Ero rimasta con le tasche piene di dolcetti e con tanta tristezza dentro. A casa degli zii trovai altri regali di “li murticeddri”: un maglioncino, un paio di scarpette blu ed un fascia-collo rosso in lana tutto ricamato e tanti, tanti dolciumi compresa una dama “la pupa di zucaru”.

Quel giorno non giocai con i miei cugini e neppure con i miei amichetti che erano venuti a trovarmi. Quel giorno ero troppo arrabbiata, ero triste ed avevo pianto, non ero riuscita a fare quanto desiderato.

Mentre i grandi discutevano sorseggiando il caffè lasciai la sala da pranzo, stavo salendo nella mia camera quando udii la voce di mia madre:

- Preparati per uscire, tra un po' Grazia e Tanina ti accompagneranno dalle suore e porterai ai bimbi tutti i dolci che hai ricevuto. La guardai felicissima:

- Grazie mammina.

Quel giorno la felicità per me era nel donare e non nel ricevere. I bimbi dell'orfanatrofio mi guardavano un po' diffidenti, poi Grazia aprì le inguantiere (vassoi) con i dolci e con un gesto della mano li invitò ad avvicinarsi al tavolo:

- Viniti, viniti a manciari i cosi duci, sunnu pi vuatri. (Venite a mangiare i dolci, sono per voi).

Ad uno ad uno, prima i più grandi, poi i più piccoli iniziarono a prendere i dolcetti. Bimba tra i bimbi ero felice.

Quel due novembre avevo veramente onorato la memoria dei miei defunti, avevo regalato agli orfanelli alcuni momenti di gioia.

Tornai da mia madre felice, ma non avevo più né il maglione né la sciarpa. Quando mi vide, prima si arrabbiò un po' poi un po’ severa sentenziò:

- Lo sapevo che ne avresti combinata una delle tue. Non cambierai mai.

Da un ventennio le nuove generazioni festeggiano Halloween, una festa di origine celtica, tipica dei popoli del nord. La notte tra il 31 ottobre ed il primo novembre con zucche intagliate e con vestimenti macabri, i bimbi bussano alle case della gente chiedendo scherzetti o dolcetti.

Le due feste sembrano distanti, ma non tutti sanno che le loro profonde radici hanno delle origini comuni. 

La festa di ognissanti non aveva nulla di cattolico o religioso. Furono per primi i popoli celtici a dare vita a questa ricorrenza.

I celtici dividevano l'anno in due fasi: la prima fase era il risveglio della natura che ricorreva a maggio mente la seconda fase era il letargo della natura che ricorreva i primi di novembre. Questa seconda fase si chiamava Samhain.

Questo giorno era ritenuto quello in cui il mondo dei vivi e quello dei morti erano più vicini. Papa Bonifacio VII fece di tutto per eliminare questo rito pagano, ma non vi riuscì e così istituì la Festa di tutti i Santi per il 16 maggio.

Due secoli dopo, papa Gregorio IV spostò la celebrazione al primo novembre. Nel X secolo la chiesa cattolica istituì il due novembre come giorno dedicato ai defunti.

La zucca colorata e illuminata dei celti e la gioiosa e dolcissima frutta martorana dei siciliani hanno delle comuni radici che si perdono nella notte dei tempi.

I bimbi, tra dolcetti e pupi di zuccaru manterranno vive le radici di chi ci ha preceduti.

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Novembre 2001. Erano trascorsi dieci anni dalla morte di mia madre.

Durante quei dieci lunghi anni non avevo ancora aperto il baule dove Lei aveva riposto parte del mio corredo, quello antico, tramandato dalle donne della nostra famiglia.

Quel mattino mi feci trasportare dalla nostalgia e pensai bene di “far prendere aria” alla biancheria della nonna.

Sollevai il pesante coperchio e la prima cosa che vidi fu una scatola in legno dipinta. La presi e la tenni stretta tra le mani. Era molto bella, aveva l'odore secco e morbido del legno di cedro, ma non avevo idea di cosa contenesse.

Poggiai la cassettina sul marmo grigio della toletta, sollevai il coperchio e sotto un foglio di carta velina blu, ragionevolmente scolorita, vidi alcune lettere legate da un nastro di raso tricolore, due fazzoletti da taschino, una penna stilografica e una foto che ritraeva una lapide funeraria in marmo con su inciso il cognome della famiglia di mamma.

Strinsi le lettere tra le mani e una miriade di pensieri mi confuse la mente.

Finalmente trovai il coraggio di aprire e leggere le lettere. 

Ero tesa, curiosa ed emozionata. Subito andai a guardare la firma del mittente.

Chi firmava le lettere era il fratello della mia mamma, quell'adorato fratello nato e vissuto e morto a NY, che lei non aveva mai conosciuto.

Lessi solo una lettera, e non tutta, mi sentivo un'intrusa.

Riposi, dopo averlo rilegato, il pacchetto in uno dei cassetti del mio comodino dove già tenevo, religiosamente conservati, dei piccoli oggetti appartenuti ai miei genitori ed agli zii.

Quel giorno, dentro di me nacque il forte desiderio di sapere di più dello zio e di tutto quello che era accaduto in America dopo la partenza del nonno. Immediatamente andai a prendere un vecchio album dove mamma aveva raccolto le foto della sua famiglia.

Mi sedetti, le guardai attentamente, una per una. Cosa cercavo? Cosa speravo?

Sui loro volti, nei loro sorrisi e nei loro occhi cercavo un aiuto per dipanare i miei dubbi, ma soprattutto cercavo la famiglia.

Quelle lettere mi dicevano che al di là dell'oceano c'erano altre radici della famiglia della mia mamma. Dopo avere consultato alcuni documenti, andai alla ricerca degli esecutori testamentari dello zio.

Un meticoloso lavoro vanificatosi nel momento in cui seppi che queste persone erano tutti deceduti da alcuni anni. Delusione e amarezza non mi fecero desistere, avrei continuato la ricerca.

Sentivo un forte richiamo verso quelle radici americane. 

Una calda mattina di fine giugno, casualmente mi trovai a transitare nei pressi dell'abitazione della mia amica Lina e decisi di andarla a trovare, ma non era in casa.

Un'anziana vicina mi suggerì di cercarla nella palazzina accanto:

- Arrivau Lucia di l'America, Linuzza è a sò casa (È arrivata Lucia dall’America, Lina è a casa sua).

A casa dell'americana ricevetti un'affettuosa accoglienza, conoscevo tutti tranne che Lucia perché era sempre vissuta a NY.  Dopo una decina di minuti Lucia si rivolge verso di me:

- Tu lu sai che li tuoi parenti miricani sono vinuti a cercarvi l'anno passatu e che ci hannu detto che della vostra famiglia non esisteva più nessuno? (Lo sai che i tuoi parenti americani sono venuti a cercarvi e gli è stato detto che non c'era più nessuno di voi vivo?)

Nell'udire quella frase ebbi uno scatto indignato.

- Cosa? Tutti morti? Chi è stato questo idiota?

Subito intervenne la sorella di Lucia:

- Non devi arrabbiarti con noi, ha commesso l’errore l’impiegato dello stato civile. Tu non vivi qui e quel poveretto si riferiva ai tuoi zii, che in effetti sono tutti morti.

- Ho l'impressione che voi sapete molte cose. Cerco i miei parenti in America da anni, ma non sono riuscita a trovarli. Potete aiutarmi?

Le due sorelle e Lina in coro annuirono. Parlò per tutti Giovanna:

- Io e Lucia abbiamo incontrato i tuoi cugini un mese prima di tornare, erano molto dispiaciuti di non avervi trovato. Tuo cugino Paul è il nostro medico a NY. 

- Ditemi di loro, quanti sono, come si chiamano, dove vivono…

Giovanna riprese a parlare:

- Sono tre Maria, Paul e Joseph e sono medici come il loro padre, due vivono a NY, uno ad Atlanta Ti cercano. Ti diamo il numero di telefono di Paul e così puoi parlare con lui. Tu parli miricanu (americano)?

- No, ma so cosa fare!

Uscii da quella casa con la testa che mi pulsava, salii subito in auto. Volevo fare partecipi mio marito e le mie figlie di quanto avevo saputo e di quanto fossi contenta.

Lungo il tragitto per arrivare in campagna pensai a quanto fosse strano il destino, avevo per anni cercato i miei parenti, loro stessi ci avevano cercato senza trovarci ed ora ho un numero di telefono con il quale posso comunicare con loro.

Non parlo l'inglese e chiesi aiuto ad una mia amica nata e cresciuta a Londra. La stessa sera telefonammo a NY. Sentire la voce di mio cugino Paul che pronunciava il mio nome e che mi chiedeva come stavo mi emozionò tantissimo e scoppiai in un sommesso pianto.

Ero felice per avere ritrovato le rimanenti radici della famiglia. Dopo quella telefonata, con i miei cugini oltre oceano, iniziò un intenso rapporto epistolare. Un pomeriggio arrivò una telefonata internazionale.

- Ciao, sono Virginia, tua cugina e chiamo da NY.

Ancora una volta provai la stessa grande emozione nel sentire qualcuno della mia famiglia lontana.

Un giorno ricevetti da mio cugino Paul l'albero genealogico della famiglia aggiornato con tutti i nostri nomi. L'esserci ritrovati destò in noi un forte desiderio di incontrarci.

La vita spesso dà delle gioie, ma stabilisce i tempi con il suo calendario, e ancora non aveva scritto quel giorno. In questi anni eventi belli, ma soprattutto, poco belli, hanno impedito che questo accadesse, ma sicuramente hanno fortificato le nostre radici ‘lontani, ma sempre vicini con il cuore’.

Virginia, Paul e Joseph (Maria ci ha lasciati da qualche anno) sono la mia famiglia lontana. Siamo legati dalle radici dei nostri avi e spero tanto che queste radici possano volare alto e finalmente ci si possa incontrare.

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Durante le ventidue ore di volo ho dormito poco, ma ho fantasticato tanto. L'aeromobile della Jetstar Airway atterra al Tullamarine di Melbourne in perfetto orario.
Dopo un accurato controllo ai bagagli da parte delle autorità aeroportuali, finalmente mi avvio all'uscita e la prima cosa che vedo è lo smagliante sorriso di Carmela D’Amore. Ci incontriamo per la prima volta. Primo sguardo, primo sorriso e grande simpatia.
[caption id="attachment_124579" align="center-block" width="712"] Carmela D'Amore - foto di Joe Vittorio[/caption]
- Dove andiamo?
- A Sorrento, a casa mia.
- Che strano, una città in Australia che si chiama Sorrento!
- Siamo nello stato di Vittoria, Sorrento è una deliziosa cittadina turistica sulla baia di Port Phillip. Vedrai, ti piacerà.
- Ne sono certa.
Inizia l'avventura australiana. Prima di lasciare Melbourne andiamo da Brunetti a mangiare qualcosa. Quando entriamo da Brunetti ho la netta sensazione di trovarmi nel regno dei golosi.
Tantissimi banconi da esposizione strapieni di dolci, trionfo dell'Italia pasticcera. Un cannolo e un caffè sono la mia prima colazione nella terra dei canguri.
Lasciamo quel paradiso di leccornie e ci immettiamo su un'autostrada a più corsie, credo a cinque. Il paesaggio è bellissimo, da lontano vedo le vette innevate dell’High Country ma siamo sulla costa.
Lasciamo l'autostrada direzione Sorrento. Pochi minuti e siamo a casa di Carmela. Mi sento subito a mio agio.
- Ti andrebbe di cucinare qualcosa insieme?
- Certo.
[caption id="attachment_124576" align="center-block" width="750"] Da un enorme frigo Carmela prende delle verdure. Il piano da lavoro della cucina si colora del viola delle melanzane, del rosso dei pomodori, del giallo dei peperoni, del verde delle zucchine e del sedano, dell'arancio delle carote e del rosa delle cipolle.[/caption]
Mi guarda sorridendo.
- Tutti questi colori mi ricordano la nostra terra.

Lancio la mia proposta di preparare una lasagna rustica siciliana e Carmela sfodera uno dei suoi smaglianti sorrisi e acconsente.


Ricambio il sorriso e ostento sicurezza. Confesso a me stessa la paura di dover cucinare con una cuoca internazionale molto famosa, ma non lo dico.
Iniziamo a pulire le verdure ed a chiacchierare come due amiche che non si vedevano da tempo.
- Di dove è originaria la tua famiglia?
Sorride ancora e le si illuminano gli occhi. Così inizia quello che doveva essere un dialogo ed invece è un monologo.
- Nel lontanissimo 1954, i miei genitori Sarina e Salvatore giunsero in Australia da Milazzo, un paese dalla Sicilia. Erano giovani, avevano pochi bagagli, ma tanti sogni. Anche i miei nonni paterni sono venuti in Australia fuggendo da guerre e carestie.
Questa terra lontana, sconosciuta ed immensa era per loro il domani sereno, un lavoro sicuro e una buona vita tanto sognata.
Nonno Stefano, il papà della mia mamma, era un Rais della tonnara di Milazzo, anche mio nonno e il bis e tris-nonno lo erano.

La mia nonna materna era una cuoca, figlia di cuoco, tutti nella famiglia materna erano dei cuochi, non potevo io non essere una cuoca.


La guardavo fiera nel narrare la storia della sua discendenza, tra Rais e cuochi traspariva l'orgoglio di una siciliana lontana dalla sua terra. Smette di parlare ed inizia a sbucciare le cipolle.
- Sai, sono cresciuta nel ristorante dei miei genitori tra il gustoso e profumato cibo che cucinavano. Mi hanno portata sempre con loro, quando ero una bimba di poche settimane, la mia mamma mi metteva a dormire in una bacinella.
Come vedi sono cresciuta in mezzo al cibo. Ho sempre cucinato le antiche pietanze delle donne della mia famiglia per non dimenticare e soprattutto, per non fare dimenticare la Sicilia. Ho visto sempre ricette, pietanze e dolci come se fossero delle lunghe e robuste radici che mi legano a quella lontana terra tanto amata.
Carmela rimane in silenzio alcuni secondi, si ode solo il rumore del coltello sul tagliere dove sto affettando le carote. Poi riprende a raccontare con voce squillante e sopraffà il rumore del coltello.
- Dopo la morte dei miei genitori ho sofferto molto, ma è stato anche un momento di crescita e di grandi decisioni. Ho conservato le ricette delle donne cuoche della mia famiglia e ho deciso di raccontare la storia della cucina povera siciliana.
Da questa mia idea è nato il mio primo libroCucina povera di Carmela”. In quel periodo sono entrata a far parte della Federation of Italian Chef e sono stata Presidente della Lady Chef.
Ho imparato ad amare tutte quelle pietanze ed a pensare al grande patrimonio culturale che portavano con loro. Poi ho scritto il mio secondo libro “Il cuore della tavola”.
Faccio parte di un'organizzazione di donne che hanno lo scopo di promulgare la cultura siciliana attraverso la cucina per mantenere vive le tradizioni, così periodicamente organizziamo dei viaggi culturali in Sicilia per le nuove generazioni.
Da questa esperienza prende vita il mio terzo libroUnstoppalbe Women of Faith”. Donne che hanno sofferto e che attraverso la fede hanno combattuto quel dolore trasformandolo in fonte di sostegno per chi soffre.
Poi, per quelli che non sanno cucinare, ho scritto “101 modi per trasformare il modo con cui cucini”.
Nel mio ristorante si mangia siciliano e sono ben lieta di quello che cucino perché piace ai miei ospiti.
Tutto ad un tratto smette di raccontare e mi invita a cucinare questa lasagna.
- Tra un po' verrà Marco, mio marito, lui è palermitano, apprezzerà questa pietanza.
La osservo muoversi con velocità e maestria, tra le padelle, la pentola e la spianatoia dove sta tirando la lasagna.
Mentre ascoltavo il suo racconto, ho pensato ad una bimba in terra straniera che parla solo il dialetto siciliano affrontando e superando tante difficoltà.
Chiudo gli occhi e cerco di immaginare la famiglia di Carmela. Le donne cuoche e gli uomini Rais. Tutti hanno lasciato in lei il seme delle profonde radici della Sicilia.
Carmela ha un'indole socievole e collaborativa, frutto dei grandi valori inculcatele dalla sua splendida famiglia. Da grande chef ha scritto dei libri di cucina molto interessanti, dove oltre al cibo ha dato risalto all'infinito amore per la terra dei suoi antenati.
Carmela D'Amore vive in Australia, ma, conosce i segreti dell'accoglienza siciliana e si sta prodigando affinché le nuove generazioni non dimentichino le proprie radici.
La osservo mentre sta mettendo la teglia di lasagne nel forno e le chiedo:
- Carmela hai un sogno nel cassetto?
- Si, come tutti. Vorrei abitare parte dell'anno in Sicilia, cucinare siciliano come i miei avi, costruire le fondamenta per un legame invisibile ma reale tra la mia generazione ed i giovani attraverso il cibo.
Un buon odore viene fuori dal forno, la lasagna rustica siciliana è pronta. Due donne e una lasagna.
L'Australia e la Sicilia. 
Carmela, la grande chef che sogna di cucinare nella terra dei suoi avi le loro antiche e povere ricette.

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Ho visitato ieri con Piera la bellissima mostra di Raffaello presso le Scuderie del Quirinale a Roma e, ovviamente, mi sono soffermato sulle opere che ritraevano mele.
Il 6 aprile 1520 moriva, a trentasette anni, Raffaello Sanzio, il più grande pittore del Rinascimento.
A distanza di 500 anni (nonostante la pandemia), la mostra racconta la sua storia con un percorso che illustra a ritroso l’opera del grande Maestro da Roma a Firenze, da Firenze all’Umbria, fino alla nativa Urbino.
Un percorso eccitante e fantastico che consiglio a tutti di intraprendere.
Oggi, quindi, parliamo d’arte ma con il solito richiamo alla nostra passione: la mela.
Fra i tanti e famosi quadri presenti nella mostra, mi soffermerò su due di essi.
Il primo è un dittico che Raffaello dipinse nel 1504 composto da due tavole: il Sogno del cavaliere, proveniente dalla National Gallery di Londra, e la seconda tavoletta è Le tre Grazie.


La prima tavola, Sogno del cavaliere, è interpretato anche come Ercole al bivio e forse connesso al poema Punica di Silio Italico. La seconda parte, conservata presso il Museo Condé di Chantilly in Francia, la avevo scelta per la copertina del mio libro “Benvenuti ad Avalon in agro di Ortona dei Marsi”.
Inutile dirvi che è fra i miei preferiti.
Il secondo quadro è, invece, il Ritratto di giovane con mela, un olio su tavola appartenete alla collezione della Galleria degli Uffizi di Firenze che Raffaello dipinse nel 1504.

L’opera raffigura un nobile giovane, identificabile con Francesco Maria della Rovere, designato ad erede del ducato di Urbino dallo zio Guidobaldo da Moltefeltro.
La mela d’oro che il giovane regge con la mano destra allude simbolicamente alla futura carica temporale.

Così si esprimeva Giorgio Vasari nel 1568. “E nel vero che l’altre pitture, pitture nominare si possono, ma quelle di Raffaello cose vive: perché trema la carne, vedesi lo spirito, battono i sensi alle figure sue e vivacità viva vi si scorge”.


E non aggiungo altro di quello che questo immenso artista ci ha lasciato in eredità.
Semplicemente magnifico!
Devo dire che le mele di Raffaello Sanzio sono decisamente molto più belle di quelle del nostro meleto di Ortona dei Marsi.
Ma le nostre sono più buone!

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