Guerra e Pace su Lago di Bolsena: il cimitero militare del Commonwealth

Seguendo la Via Francigena in direzione di Roma, in una passeggiata domenicale iniziata la mattina presto a Proceno in Tuscia, siamo arrivati al lago di Bolsena a circa 100 km a nord di Roma e ci siamo fermati per una foto del lago in una piccola area dove poteva stare una sola auto.

C'erano un obelisco e un piccolo muro di pietra bianca davanti al quale abbiamo parcheggiato la macchina e abbiamo notato alcune parole incise sul muro.

Il "Cimitero di Guerra di Bolsena" e una piccola targa sul lato lo identificavano come un cimitero del Commonwealth.

Totalmente sorpreso. Un lungo sentiero di marmo portava in discesa verso il lago e non potevo fermarmi ma dovevo seguirlo.

Ho trovato la bellezza nel paesaggio e la tranquillità in me, a volte per le vedute del lago a volte associate al campo e alle fronde degli alberi.

Bolsena è conosciuta per i suoi resti archeologici pre-romani come quelli dei Volsci ma specialmente per il Miracolo dell'Eucarestia. In ogni caso è una meravigliosa città medievale con antichi castelli, vicoli, scale, chiese e porte.
Niente su un cimitero militare di guerra!

Quindi, che sorpresa guidare da Bolsena a Montefiascone e osservare la grande vista sul lago dalla strada intorno alla collina a circa metà strada da Bolsena. È un sito che deve sorprendere quasi tutti quelli che lo scoprono perché non molti sanno della violenza della guerra in questa zona pacifica.

Eppure, solo 75 anni fa c'è stato un trauma e un caos in questa regione.

Un poco di storia: dopo che la linea di Gustav fu aperta e gli alleati raggiunsero Roma il 3 giugno 1944, le truppe tedesche si ritirarono in questo luogo e nel giugno 1944 ci fu una grande battaglia tra la Divisione Panzer tedesca e i sudafricani con molte perdite.

Ora, approfondendo la storia, scopro che il sito di questo cimitero di guerra era quello del campo occupato dal generale Alexander e fu visitato dal re Giorgio VI alla fine del luglio di quell'anno, prima che il cimitero fosse iniziato a novembre.

Dopo alcune centinaia di metri, il sentiero di marmo che scende verso il cimitero raggiunge un cancello di ferro aperto con un monumento commemorativo e il registro del cimitero sulla sinistra. A destra 600 lapidi, tutte identiche tranne che per le insegne, che riportano il nome e la fedeltà dell'anima i cui resti riposano qui sotto.

Il cimitero registra i paesi di origine dei soldati e dei servi dell'esercito che hanno dato la vita così lontano da casa, circa 150 dal Sud Africa, circa 15 dalla lontana Nuova Zelanda e un solo australiano che condivideva la compagnia di molti partner britannici.

Passeggiare tra le lapidi è un'esperienza speciale che crea pace, timore e tristezza per la perdita di così tanti ragazzi agli inizi della loro vita, esseri umani distrutti dall'odio e dall'avidità che non emanano dalle loro anime. Una guerra senza vincitori tra coloro che hanno dato tutto.

Mentre tornavo sulla strada, risalendo lentamente il sentiero, mi sono voltato a guardare e ho sentito che potevo vedere le anime di tutti quei soldati legati insieme come uno in un alone sopra il cimitero.

Il sole splendeva attraverso i rami e un singolo uccello ha cantato. È ora.

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La storia di San Magno, immortalata nella cripta di Anagni

Pochi santi hanno l’onore di essere omaggiati come San Magno al quale è dedicato uno dei cicli pittorici più emozionanti del medioevo nella cripta di Anagni.

Ma come è possibile tanta devozione e tanto amore per un santo che ha vissuto nel secondo secolo dopo Cristo? Come è possibile che la devozione sia continuata tutti questi secoli?

San Magno era un pugliese, nato a Trani, che finisce la sua vita in Ciociaria dove si impegna a diffondere il cristianesimo nella Prima Regio Campania, come allora erano chiamati questi territori del basso Lazio. Muore poi in Ciociaria a Ceccano il 19 agosto 251, e questo è il giorno in cui si festeggia in tutto il mondo.

Per molti aspetti la sua vita segue quella delle tradizionali storie di santi martiri. Da giovane si converte al cristianesimo e diventa vescovo di Trani da cui deve poi scappare per le persecuzioni. Si incammina lungo la via Appia e per qualche ragione si ritrova ad Anagni in Ciociaria giusto in tempo per battezzare Santa Secondina.

Ma la sua storia si sviluppa lungo l’Appia e i soldati dell’imperatore Decio lo inseguono a Fondi e lo trovano in una grotta dei monti Ausoni. I soldati cercano di riconvertirlo al paganesimo e lo spingono ad adorare gli dei e gli danno un ultimatum di tre giorni.

Ma quando i soldati tornano alla grotta lo trovano morto vicino l’altare. Allora prendono il corpo e lo portano a Ceccano, che allora si chiamava Fabreteria Vetus ed era una florida cittadina, e il 19 agosto lo decapitano.

Ma la storia non finisce qui perché la parte più interessante che porterà alla costruzione e agli affreschi della famosissima cripta della Cattedrale di Anagni avviene qualche secolo dopo.

Dopo la sua morte, il corpo e la testa vengono portati a Veroli nella Basilica di Santa Salome, una delle tre Maria testimone della Resurrezione e il cui corpo è stato seppellito proprio a Veroli. Con Santa Salome e San Magno, la cui reliquia valeva molto in quanto era stato vescovo di Trani (esiste una gerarchia anche per le reliquie), Veroli era diventata un centro cristiano di primaria importanza.

Nel IX secolo tutto il basso Lazio è stato terreno di predazione da parte dei Saraceni che arrivarono fino a Veroli e decisero di riparare i loro cavalli proprio nella basilica e precisamente nella cripta dove si trovava il corpo di San Magno.

La mattina dopo il loro arrivo trovarono tutti i cavalli morti e attribuirono la loro morte ad un maleficio di San Magno per cui decisero di sbarazzarsi del corpo del santo. Ma sapendo della sua popolarità decisero di guadagnarci qualcosa e di venderlo.

Si fecero avanti gli Anagnini che furono disposti a pagarlo a peso d’oro pur di averlo.

Gli dedicarono la migliore parte della cripta della cattedrale che decorarono con affreschi che narrano la sua storia. Molto onore anche perché la leggenda narra che San Magno apparve più volte in sogno al vescovo Pietro di Salerno, l’artefice della cattedrale, per esortarlo a completare la costruzione.

Intanto nei luoghi del martirio è stato costruito il Monastero di San Magno, a metà strada fra Monte San Biagio e Fondi, che per secoli ha ospitato pellegrini e persone in cerca di un ritiro spirituale che portasse loro la pace.

San Magno è venerato in diversi paesi del Lazio e oltre ad Anagni è il patrono di Colle San Magno e di Cittaducale, in tutti i paesi è festeggiato il 19 agosto.

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Torre Cajetani- Nicola Paoloni 7
Torre Cajetani- Nicola Paoloni 7

Come molti paesi della nostra penisola anche il nostro ha le sue leggende e le sue tradizioni. Una delle leggende più affascinanti e che dà lustro al nostro paese è quella legata a San Benedetto a Torre Cajetani, una leggenda che è anche una testimonianza “storica”.

La tradizione infatti attesta l’esistenza del Castrum di Torre Cajetani già nel VI secolo d.C. proprio grazie alla notizia del viaggio che San Benedetto ha fatto nel 529 da Subiaco a Montecassino, dove ha fondato il monastero ed è poi morto.

Il Chronicon Sublacense, redatto da Cherubino Mirzio, narra che San Benedetto in una fredda giornata di gennaio sostò a Torre Cajetani per riposarsi e dal suo bastone da viaggio, piantato a terra germogliò un vero albero di leccio, che per secoli rese testimonianza a quel fatto prodigioso. Il prodigio fu avvalorato dal tipo e dal tempo diverso di fioritura rispetto agli altri lecci che crescono nella zona.

Per conservare la memoria del famoso viandante e del prodigio che operò, fu costruita una piccola chiesa con annesso un monastero per le monache, che prese il nome San Benedetto in onore del Patrono d’Europa.

Il monastero venne eretto in epoca imprecisata sulla costa del monte a circa 750 metri dall’abitato. Per la prima volta venne menzionato in un documento del 1243, edito da Toti nella sua trascrizione di 248 pergamene dell’Archivio della Cattedrale di Alatri.

Nel 1328 esisteva il procuratore del monastero, un certo Giovanni Cortese, e il monastero era obbligato a versare una rata di 34 soldi e 3 denari. Questa notizia si può desumere dalle Rationes decimarum delle diocesi del Lazio, compilate tra il XIII secolo e XIV secolo. Tali elenchi indicano anche il nome delle religiose dimoranti nel monastero di San Benedetto di Torre Cajetani.

Ad esempio: nel 1331 l’oblata Maria Cortese versò la somma di 11 soldi e 3 denari per la prima rata mentre la seconda rata della decima biennale 1331-1333 fu versata da Nicola di Giovanni di Gregorio di Alatri. Maria Cortese e altre due oblate conducevano vita contemplativa, Francesca e Guisula, e sono queste due religiose che versarono la prima rata della decima biennale 1333-1335.

Durante il suo breve pontificato Celestino V emanò il 16 settembre 1294 una bolla con cui decretò l’annessione del monastero di S. Benedetto de Turre al monastero di San Matteo di Ferentino, monastero in origine benedettino, poi passato alle monache clarisse.

Tale aggregazione è attesta nella Rubrichella comunale di Ferentino, elenco compilato nel 1869 dei documenti conservati nell’archivio comunale della cittadina ciociara. Purtroppo tale bolla è andata perduta ma la notizia dell’aggregazione dei due monasteri benedettini, operata dal pontefice, è registrata nel Catasto del Monastero di Santa Chiara di Ferentino, compilato nel 1684.

Conserviamo però una testimonianza probante di tale annessione: l’elenco delle decime, già precedentemente citato. Nell’elenco della decima annuale del 1328 relativa alla diocesi di Ferentino, il monastero di San Matteo di Ferentino nella prima rata (15 agosto 1328) versò 10 soldi per mano dell’oblata Maria e 10 soldi nella seconda rata (marzo 1329) per mano di Pietro Vita, abate di S. Maria dei Cavalieri Gaudenti.

L’estensore nell’elenco della seconda rata aggiunse in margine una notazione molto importante: il monastero di S. Benedetto di Torre, per mano di Giovanni Cortese, versò 11 soldi per due rate della decima. Tale annotazione conferma che i due monasteri ciociari erano uniti. La notizia è tanto più vera quanto più si pensa che fu incaricato un solo collettore di raccogliere le decime per la diocesi di Ferentino e Alatri.

Dopo il XIV si perde memoria storica del monastero. Cosa ne resta oggi? Un edificio monastico molto rimaneggiato che oggi è una abitazione privata e una chiesetta al suo fianco.

Negli anni è continuata e tutt’ora continua la tradizione di celebrare la Messa il 21 marzo presso la cappella con i bambini e tutti gli abitanti del paese. Per l’occasione per l’occasione vengono offerte ciambelle, dolci e torte. Proprio per celebrare al meglio l’arrivo della primavera nella seconda metà del ‘900 venne costruito un forno da parte dell’ultimo custode (Paolo Ascani) davanti la piccola Chiesa apposta per la cottura delle ciambelle.

Potrei aggiungere molto altro ma nessuna aggiunta o conclusione potrebbe esser mai all’altezza delle parole del Maestro Giulio Cesare Gerlini (a lui si deve molto sia per le notizie storiche che fotografiche del paese) che così lo descriveva in uno dei suoi tanti scritti dedicati a Torre Cajetani:


Al visitatore che scende al bivio di Torre Cajetani, si presenta subito allo sguardo un caseggiato, quasi addossato al pendio del monte roccioso. Un piccolo campanile posto sul tetto potrebbe far pensare ad una chiesa… in verità è un caseggiato adibito ad abitazione familiare in cui si può vedere ancora oggi una minuscola cappella.

Colpisce subito l’occhio una grossa tela rappresentante San Benedetto, che occupa quasi tutta la parte… al di sopra di un piccolo altare snello ed estetico, dono dei signori Franchi di Trivigliano (oggi il quadro non esiste più).

La cappellina raccolta e silente nella sua semplicità fa ottima impressione e di colpo trasporta l’animo del visitatore in un mondo di raccoglimento dove tace ogni rumore e tutto è pace. Sappiamo che ogni anno il 21 marzo, ricorrenza della festa del Santo Patriarca, celebrano nella detta cappella la Santa Messa i sacerdoti di Torre Cajetani e Trivigliano.

Nelle immediate adiacenze si vede ancora un’alta pianta … non sono così puerilmente ingenuo da voler dire che questa pianta sia ancora quella che la tradizione vuole sbocciata prodigiosamente dal bastone lasciato dal Santo, ma nulla impedisce ritenere che essa sia uno dei rampolli venuti fuori dalle radici della prima.
La costruzione di una chiesina dedicata a S. Benedetto e la costante tradizione del prodigio tramandata fino a noi è un fatto che nessuna argomentazione di critica storica può annullare.”
 

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San Domenico di Guzman, protettore degli astronomi e fondatore dei Predicatori

San Domenico nasce in Spagna nel 1170, in un piccolo borgo della Castiglia, in uno dei periodi più difficili della chiesa in cui in tutta Europa gruppi di predicatori chiedevano il della chiesa al ritorno ad uno stile di vita più sobrio e chiedevano di occuparsi dei bisognosi.

San Domenico è attivo nello stesso periodo di San Francesco, che era nato nel 1181 e morto nel 1226, ed entrambi hanno fondato dei loro ordini. San Francesco fonda l’Ordine dei Frati Minori (più noto con il nome di Ordine Francescano) e San Domenico fonda l’Ordine dei Predicatori.

Anche Domenico è di bell’aspetto e signorile nei modi proprio come Francesco. I racconti dell’epoca di Cecilia Cesarini ce lo descrivono come un uomo da un fascino particolare.

Inizia le scuole religiose a 15 anni grazie ad un suo zio prete e si muove inizialmente all’interno dell’Ordine degli Agostiniani che aveva la sua missione di vita nel preservare e far riscoprire la cultura cancellata dalla caduta dell’Impero Romano.

Ad un certo punto parte con il Vescovo di Osma in un viaggio nel nord Europa dove erano in corso varie rivolte contro la chiesa come quella dei Catari. Venivano chiamati eretici e negavano la figura di Gesù come incarnazione del figlio di Dio.

Dopo aver convertito un cataro, San Domenico decide che quella è la sua missione di vita: diventare missionario e convertire le popolazioni del nord Europa. Con questa sua attività che era molto utile alla chiesa, papa Innocenzo III nel 1206 lo spinge a continuare anche dopo la morte del vescovo di cui era al seguito.

Nel 1212 ha avuto una apparizione della Madonna mentre era in Francia e per questo nella sua vita e nel suo ordine la figura della Madonna avrà un ruolo speciale.

Dal 1215 altre persone si uniscono alla sua attività ammirando il suo esempio, la sua forza e le sue parole e nel 1216 papa Onorio III approva la formazione del suo ‘Ordine dei frati predicatori’. Onorio III è il papa che approvò anche la Regola di San Francesco mettendo fine ad un contrasto fra il papato e i gruppi di frati che professavano una riforma della chiesa per renderla più umile e vicina alle persone.

Il gruppo di San Domenico predica in un modo nuovo, una predicazione itinerante legata alla carità e caratterizzata da una vita di preghiera e di povertà. Erano chiamati ‘frati bianchi’ per la devozione alla Madonna. Domenico muore a Bologna in una cella di uno dei 60 monasteri che aveva fondato. Sarà papa Gregorio IX a renderlo santo nel 1234.

La sua figura assunse un tale esempio positivo che Dante lo cita nel canto XII del Paradiso. Fra le persone particolari del suo ordine citiamo San Tommaso d’Aquino, Savoranola, San Pio V e Garrigou-Lagrange.

Una nube dei suoi denigratori cita l’ordine in associazione all’Inquisizione perché papa Gregorio IX, il papa che lo santificò, nominò alcuni frati domenicani a capo dei tribunali dell'Inquisizione

San Domenico è il patrono degli astronomi e il patrono di Bologna e di Gorga, un incantevole borgo sui Monti Lepini.

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Sant'Eleuterio: un mistero che lega Maenza e la Sicilia

Una festa per un patrono particolare per Maenza, vicino Latina, dove è venerato Sant'Eleuterio vescovo e martire nato nella lontana Sicilia.

Nella chiesa dedicata in suo onore, c'è un rilievo in marmo bianco che raffigura Sant'Eleuterio nel giorno della sua ordinazione di vescovo, insieme a sua Madre Anzia. Altre due statue si trovano nella chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo e nella chiesa di Santa Reparata. Un culto veramente sentito!

Mentre sulla vita di Eleuterio si conosce poco, il suo culto è molto antico e ben noto. Probabilmente Eleuterio era nato a Messina il 18 aprile del 121 e sua madre presto restò vedova del console Eugenio. Fu ordinato diacono e prete presto in giovane età.  

Dopo essere diventato vescovo fu inviato nell’Illirico, che oggi corrisponde alla regione della Dalmazia in Croazia, dove venne apprezzato per la santità della vita e per il dono dei miracoli. Per queste ragioni subì le persecuzioni dell'Imperatore Adriano e venne portato a Roma al giudizio dell’imperatore.

Dopo essere stato rinchiuso in un'orrida prigione, venne sottoposto ad un incredibile numero di torture: condannato a giacere sopra un letto di ferro infuocato, poi su una graticola rovente, così come nella vasca bollente di olio, pece e resina, infine esposto anche ai leoni per essere divorato.

Sopportando queste terribili pene grazie all'amore di Dio riuscì a trionfare restando fermo nella fede. L'imperatore decise alla fine di condannarlo a morte e fu sgozzato il 15 dicembre insieme a sua madre Anzia. Santo e martire.

Eleuterio molto probabilmente è da identificarsi con il martire Liberale (forma latina di Eleuterio) sepolto nel cimitero "ad clivum Cucumeris". Per la sua grande missione svolta in Sicilia, è molto venerato sotto il nome latino "San Liberale".

La chiesa di Sant'Eleuterio fuori le mura a Rieti, fu edificata nel V secolo sul sepolcro dei corpi dei Martiri Eleuterio ed Anzia sua madre, trafugati a Roma da una spedizione di fedeli guidati dal vescovo Primo.

Altre reliquie sono presenti a Roma e a Maenza dove nella chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo è custodita gelosamente una reliquia del Santo, un osso del braccio destro racchiuso in una struttura in oro e argento che raffigura un braccio e una mano che impugna un ramoscello di ulivo.

Recenti ricerche archeologiche hanno attestato che nel territorio di Maenza sono state trovate ceramiche risalenti alla Sicilia dell'età preistorica, il che mette in relazione il paese sui Monti Lepini e la sua presunta Sicilia.

Il motivo per cui viene festeggiato a Maenza è però del tutto sconosciuto. Altrettanto inspiegabile è il giorno in cui viene festeggiato in quanto i rituali greci fanno risalire il giorno della festa al 15 dicembre, quelli latini al 18 aprile, invece a Maenza viene festeggiato il 28 e 29 maggio.

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Sei gradi (o meno) di separazione - La vita dei nobili della Ciociaria

È vero, sono australiana e le mie origini sono in un piccolo paese del Lazio chiamato Sonnino. Non ditemi che sono maniaca ma mi capita di ritrovarlo ovunque. Pure in una mostra a Perth sulle nobili famiglie italiane. Ha ragione le regola che dice che soli “6 gradi di separazione ci dividono!”.

Se avete mai letto libri di storia o articoli sulle famiglie reali o nobili, avrete capito che erano la quinta essenza fra gli esperti in matrimoni combinati. A volte l'amore a distanza ha avuto una ‘visione’ che non era necessariamente dentro i confini di quel matrimonio!

Questo non è stato il caso di due sorelle della famiglia Colonna Barberini - Anna Maria e Luisa. Si sposarono a metà del 1800 con due fratelli Corsini - Tommaso e Pier Francesco - che provenivano da una famiglia nobile della regione fiorentina.

Come i Colonna, i Corsini hanno ricevuto e perso i loro feudi grazie all'aver avuto papi nelle loro famiglia. Alla morte dei papi, le famiglie avrebbero potuto perdere o tenere i loro beni terreni a seconda di chi fosse il successore. 

Lo zio dei giovani uomini era Lorenzo Corsini, altrimenti noto come papa Clemente XII, il papa che dal 1730 al 1740 ha presieduto la crescita delle finanze pontificie e ha dato il via a importanti sviluppi edilizi a Roma come la costruzione della nuova facciata della Basilica di San Giovanni in Laterano e l'inizio della costruzione della Fontana di Trevi. Ma è stato anche il papa della prima condanna pubblica alla Massoneria che si opponeva della Chiesa cattolica.

Il papa delle sorelle Colonna era invece Otto (Oddone) Colonna, noto come papa Martino V che resse il pontificato dal 1417 al 1431. Riportò luce a Roma sul seggio apostolico dopo il periodo molto buio noto come il "Grande scisma d'Occidente" che aveva diviso il papato tra Avignone e Roma. 

Questo fu di breve durata in quanto il successivo papa, che era alleato con la famiglia Orsini e nemico della famiglia Colonna, portò la rivalità tra le due famiglie in scontri continui fino al pontificato di papa Borgia, Alessandro VI. Questi sanguinosi scontri finirono con il trattato di pace, "Pax Roman" del 1511, che fu ulteriormente cementato dal matrimonio tra Marcantonio II Colonna e Felice Orsini nel 1552.

Marcantonio II, essendo un po' ribelle, fu diseredato dal padre Ascanio ma fu sostenuto da Papa Pio VI, e riuscì a riconquistare i feudi di famiglia. Era così nelle grazie del Papa, che fu nominato comandante della cavalleria spagnola durante la guerra contro Siena (1553-1554) e in seguito ammiraglio della flotta papale nella famosa battaglia di Lepanto nel 1571.

Nella famosa battaglia ha portato altri membri delle famiglie nobili della regione Lazio, come è oggi conosciuta. Una di queste famiglie erano i Mancini che provenivano dalla città di Sonnino, una città su un alto colle che diventerà famosa per il famigerato brigante Antonio Gasbarrone circa 300 anni dopo. Sotto il pontificato di Oddone Colonna / Martino V, la cavalleria sarebbe diventata la specialità delle famiglie. Francesco Mancini era il vicecomandante di Marcantonio durante la battaglia di Lepanto.

La paterna zia di Marcantonio II, Vittoria Colonna, era una rinomata poetessa. Dopo la morte di suo marito conobbe e sviluppò una stretta amicizia con Michelangelo per il loro comune interesse per la religione e l'arte e la convinzione che il modo migliore di migliorare tali esperienze religiose fosse attraverso le opere d'arte.

Vittoria commissionò un disegno della Pietà che Michelangelo disegnò usando gesso nero su carta. Questo può essere ammirato all'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston in Massachussetts, USA.

La loro amicizia era così stretta che Michelangelo dipinse la principessa nel suo capolavoro del Giudizio Universale nella Cappella Sistina. La prossima volta che vi trovate a Roma e riuscite a visitare la Cappella, guardate dietro l'altare e vedrete una donna in alto a destra di Simone di Cirene che sta tenendo la croce. Qui potete vedere anche l'autoritratto del pittore non troppo lontano dalla principessa.

Questa foto è racchiusa in una cornice in legno e oro con le due sorelle amorose Colonna Barberini che hanno sposato due fratelli Corsini, anche per amore.

Questa foto delle amorevoli sorelle della famiglia Colonna di Paliano mi ha portato in un breve viaggio non solo attraverso la storia, ma anche in diverse città da Firenze, Siena, nella regione Lazio fra Roma, Paliano e Sonnino, e a Palermo in Sicilia. Poi mi ha portato a Boston USA a Perth, in Australia, il luogo dove è stata scattata questa foto. 

Attualmente è esposta nell'ambito della mostra "Una finestra d'Italia - La collezione Corsini" presso la Galleria d'arte dell'Australia occidentale.

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Il Monte Circeo è l’esperienza di trekking più spettacolare del Lazio. Il panorama che si ammira nel salire fa dimenticare la fatica spesa.
Ci sono due percorsi. Quello sperimentato da Discoverpleces con la guida fantastica dell’associazione culturale La Miangola è quella con partenza dal mare. Il sentiero più panoramico del Lazio parte da Torre Paola e si arrampica sul Monte Circeo
Noi come Discoverplaces, abbiamo partecipato a quella del Monte Circeo. Il percorso si dimostra variabile:

Inizialmente dovrete affrontare una salita di almeno 2 km, con una pendenza di 10 gradi. Non possiamo mentirvi! ma dobbiamo ammettere che come inizio è veramente faticoso...il primo pensiero è di tornare indietro!

Successivamente si deve affrontare una vera e propria arrampicata.

Aggrapparsi alle rocce e cercare gli appigli migliori... La fatica in quel momento si fa sentire, dalle gambe sino alle braccia.

Quando però, il primo Step è superato, il bisogno d’acqua e di riposo prendono il sopravvento...proprio in quel momento, si raggiunge il primo spazio. Una piccola area dove si ammirerà la bellezza del Circeo.

In quell’istante con il corpo stanco e sudato, tutto passa in secondo piano! Quel panorama ti ipnotizza e ti ricarica per continuare...! Da quella postazione privilegiata, si ammira tutta San Felice dall’alto.

Da quel punto in poi, i terreni e il paesaggio cambiano... Salite, discese, rocce e piante... circondati da paesaggi completamente selvaggi e da un mare cristallino, che fa venir voglia di buttarsi.

La salita con passo medio, si può affrontare in circa due ore. Ovviamente questo tipo di attività, devono essere svolte con tutti i materiali tecnici... dalle scarpe, cappello ed acqua.

Arrivati in vetta, dopo la foto di rito, ci si concede uno spuntino sostanzioso, per recuperare le forze. Occhio però! a non portarvi alimenti pesanti... altrimenti la discesa risulterà più difficile. Altra cosa importante, è il cambio di maglietta... che sicuramente sarà, bagnata.

La discesa, per i meno esperti potrebbe sembrare più facile... non c’ è cosa più sbagliata! Anche durante il ritorno bisogna stare molto attenti. Non è detto che sia un sentiero facile.

Discoverplaces con l’aiuto delle 3 guide della Miangola ha seguito il sentiero della Direttissima. Il nome vi annuncia già, che non è stato un gioco da ragazzi. Infatti, anche qui, si dovranno affrontare diverse avversità.

    • Aggrapparsi a una corda e scendere di schiena...
    • Aggrapparsi ai rami e alberi per non cadere...visto il terreno morbido e scivoloso.

Qui il panorama non è affascinante come all’andata. La concertazione e la forza che dovrete applicare, vi rendere comunque orgogliosi e fieri.

Arrivati giù si provano un misto di sensazioni: si rimane come incantati dalla bellezza di un panorama così emozionante, che la fatica seppur tanta, passa in secondo piano. Guardando la montagna da giù, si rimane stupiti delle fantastiche sensazioni che questo monte possa donare.

Per finire in bellezza, vi consigliamo di portare un costume. Finita l’escursione potrete rilassarvi con un bel bagno e una fantastica spiaggia.

Questa è un’esperienza dove poter unire montagna, fatica, bellezze e mare.

L’associazione Miangola è di giovani ragazzi, che spinti dalla passione della montagna e per l’amore per il loro piccolo borgo, Segni in provincia di Roma, organizzano delle uscite. Dove tutti possono partecipare. Semplicemente tesserandosi con un piccolo contributo annuo.

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Il potere terapeutico della Natura: tra silenzio ed erbe medicinali a Fara in Sabina

Si narra che Esculapio, figlio del dio Apollo, avesse una piccola pecora ammalata che guarì dopo aver mangiato un’erba selvatica. Così gli uomini iniziarono a curare le malattie con le parti di alcune piante ed erbe, che loro stessi raccoglievano ed utilizzavano.

Mentre gli uomini si dedicavano alla caccia e alla pesca, le donne raccoglievano e imparavano ad usarle. Col semplice ausilio di foglie, rametti, erbe o radici, preparavano decotti, infusi, tisane, sciroppi, creme, pomate, unguenti ed olii.

Anche gli antichi Romani coltivavano tutte le piante nei loro orti e molte di esse, essiccate negli erbari, servivano a preparare medicamenti.

Nel Medioevo, i monaci approfondirono lo studio delle piante per curare gli ammalati negli ospedali. Fu proprio in questo periodo che si diffusero i ricettari, libretti illustrativi della preparazione dei prodotti, rivolti ai farmacisti, all’epoca detti “speziali”, poiché vendevano le spezie, piantine sminuzzate e secche.

Con il progresso vi è stato un allontanamento dalla campagna e le piante medicinali per un certo periodo sono state trascurate, preferendo medicine in apparenza più efficaci e veloci.

Oggi c’è una riscoperta delle erbe e un ritorno alla natura: l’uomo ritorna a raccoglierle e a utilizzarle. Ma ci sono dei centri dove questa sapienza si è tramandata nei secoli e dove si può apprendere l’arte dell’erboristeria e uno di questi si trova a Fara in Sabina.

Il monastero delle Clarisse Eremite di Fara in Sabina, vicino Rieti, con sede nello storico Castello, è spiritualmente lontano dal frastuono del mondo moderno. Un silenzio naturale quanto interiore: un immenso tesoro e una fonte di rigenerazione che tutti possediamo a cui è però difficile attingere, immersi come siamo nella frenesia della vita quotidiana.

In questo monastero, le eremite vivono in un’atmosfera particolare al di fuori della vita della comunità. Ed è proprio in questo clima di silenzio e meditazione che le sorelle del monastero hanno deciso di omaggiare, attraverso la celebrazione di Santa Ildegarda di Bingen, il potere terapeutico delle piante. 

Ildegarda è stata una religiosa e naturalista tedesca nata nel 1098 e dichiarata santa nel 2012. Oltre ad un grande lavoro di classificazione delle piante era famosa per le sue visioni “visioni non del cuore o della mente, ma dell'anima”, come le definiva.

Ha fondato abbazie, scritto di filosofia, musica, poesia ed ha creato una delle prime ‘lingue artificiali’, la Lingua Ignota, che aveva 23 caratteri nuovi e che utilizzava per fini mistici.

Ripercorrendo attraverso varie conferenze la vita della Santa, famosa per la sua sapienza erboristica, si avrà l'occasione di approfondire il legame alle piante come Virtutes, fonte di benessere.

La giornata prevede un pranzo basato sulle ricette “erboristiche” medievali di Santa Ildegarda e ha l'obiettivo di mettere in luce la tradizione monastica dell'utilizzo delle piante a scopo medicinale.

Si tratta quindi di un evento ad hoc, quasi irripetibile, che ha suscitato non poco interesse e che sta riscuotendo notevole successo.

Immersi in un'atmosfera che ci riporta indietro nel tempo e che ci permette di poter partecipare a “celebrazioni” alle quali non è facile assistere. A poco serve complicarsi la vita cercando rimedi alternativi quando la natura ce ne propone di naturali.

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