‘Peregrinos para Siempre’ il diario di un pellegrinaggio

Ogni anno decine di migliaia di persone, soprattutto in estate, si mettono in cammino per sport, per turismo, per curiosità, molti sulle tracce di una ricerca interiore che poi si intesse di silenzio, di grandi spazi di solitudine, ma anche di incontri di umanità sorprendente.

Da questo incontro con la decisione di raggiungere una meta nasce il pellegrinaggio, l'andare a piedi in solitudine con lo zaino sulle spalle, immagine per antonomasia.

Le possibilità di scelta sono ampie anche nel Lazio, i principali cammini di fede si dipanano sulla Via Francigena; nel Nord da Roma a Proceno fino ai confini con la Toscana; nel Sud da Roma a Minturno e a Cassino, ai confini con la Campania e il Molise.

Oppure il Cammino di Benedetto, che attraversa il Lazio dal territorio di Leonessa a Montecassino.

Molto ambito è pure Il Cammino di Francesco, alla scoperta dei luoghi francescani, dall'Umbria a Roma attraverso la Valle Santa reatina. Questa branca ha diversi sviluppi e si rannoda con altri percorsi intrecciandosi sulla Via di Santiago, via di pellegrinaggio che porta alla volta di un santo sepolcro.

La parola stessa, pellegrino (dal latino per agros, letteralmente colui che cammina attraverso i campi), già dal tempo di Dante era usata per indicare i viaggiatori diretti in Galizia sul sentiero del Cammino di Santiago, per rendere devoto omaggio all'Apostolo Giacomo.

In seguito, passò a indicare qualsiasi viaggiatore animato da devozione o intento religioso. Spesso il mettersi in cammino ha di fondo il bisogno intrinseco di una motivazione forte, che può essere scatenata dalle richieste dell'anima o dai circuiti elettivi del pensiero.

Da qui si aprono diverse chiavi di lettura ed interpretazione:

- Il Viaggio immersione nella natura e consapevolezza di un Creato che è dono

- L'incontro (con l'inscindibile legame tra uomo e Divino e con l'umanità)

- La Generatività che ne scaturisce

- La Contaminazione che apre al cambiamento e alla relazione.

Ogni cammino non è solo esteriore, ma è il processo che evolve nell'intimo legato ai ritmi del cuore, alle aperture e ai cambiamenti che rendono proprio il viaggio.

Ogni Cammino in sé costituisce un rito, ed è molto importante la modalità e la via per cui vi si giunge. E’ il percorso che mostra al pellegrino la ricchezza di una tradizione narrata dalle pietre e dalle immagini che si ripropongono come incontri, perché in ogni luogo c'è in attesa un evento di cui fare memoria.

Quindi non va sprecato fiato o tempo, ma, zaino ben fissato sulla schiena, regolando il passo sulla propria capacità di fiato si punta diritto alla meta, per poter giungere alla gioia della vetta acquisendo la capacità di vedere oltre la montagna. 

L'esperienza del pellegrinaggio diviene storia che è elemento vivo di ispirazione, materiale da utilizzare per condividere ciò che l'ha resa tale, ogni attore diviene protagonista, mentre l'andare si plasma sulle proprie esigenze.

Questi passi benedetti portano su un sentiero di antico stupore solcato dalle orme dei santi agli albori di ataviche radici d'amore e di fratellanza; probabilmente anche S. Francesco ha camminato fino a questa meta. Umili pellegrini, servi del Signore, bagaglio leggero di cuori in letizia, verificata incrollabile fede lungo le tappe del cuore attraverso la Spagna.

Il Cammino di Santiago di Compostela importante itinerario in ogni presupposto che ti chiama e ti sceglie, pellegrinaggio di tradizione ultramillenaria che stima una media di 200mila partecipanti all'anno, provenienti da tutto il mondo.

L'intero percorso misura 775 Km (Con inizio a S. Jean Pied-de- Port, versante Francese dei Pirenei). Il tempo stimato di percorrenza a piedi si aggira intorno ai 30 giorni, ma perché il pellegrinaggio sia valido Pietatis Causa bastano gli ultimi 100 Km. Nel 1985 “Il Cammino” è stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

La tradizione è indissolubilmente legata al ritrovamento nel IX secolo della tomba dell'Apostolo san Giacomo di Zebedeo, conosciuto come il “Maggiore” e di un campo illuminato da luci simili a stelle. “Santiago” deriva pertanto dallo spagnolo san Yago (san Giacomo) mentre il nome “Compostela” si pensa possa derivare dal latino Campus Stellae (Campo delle Stelle).

Emblema dell'ingresso a Gerusalemme erano le palme, a Roma le chiavi di Pietro: simbolo del pellegrinaggio verso Santiago è la Concha di san Giacomo.

Si dice che i Peregrinos che non si fermavano continuavano fino a vedere finis terrae; contemplando l'Oceano Atlantico giungevano simbolicamente al limite del mondo conosciuto. Qui raccoglievano le valve del “pecten maximum” la conchiglia larga simile alla nostra capasanta. Divenuta insegna del pellegrinaggio, ne distingue la meta e ne è documentazione.

 

L'intera segnaletica contiene questo simbolo, perciò i pellegrini scelgono di appendere una conchiglia allo zaino fin dall'inizio del viaggio. Tutta la rotta jacopea è segnalata anche da frecce gialle che servono come riferimento al pellegrino rassicurandolo: sono state dipinte verso gli anni Ottanta per poter rivitalizzare il percorso in epoca moderna. Anche le insegne del chilometraggio sono dipinte, colorate o firmate e scandiscono una sorta di conto alla rovescia.

Avendolo vissuto in prima persona in quei giorni santi che hanno incontrato il mio domani, ho sentito l'esigenza di condividerne l'esperienza forte che ha cambiato la mia vita. Da questo pellegrinaggio interiore verso il deserto come luogo fecondo è nato il mio libro: “Peregrinos para Siempre”, opera che è un diario di viaggio “fisico” ma soprattutto “spirituale”.

Un momento di buio divenuto occasione per una profonda riflessione sul senso della vita, dal quale è ripartita una vera rinascita, la dinamica di un limite divenuto coraggio intimo e   intenso, tramutatosi in un fuoco di puro ardore. La narrazione della realtà che propone i suoi episodi sincronizzandone gli elementi fatali all'avventura della vita.

Santiago di Compostela” una meta da raggiungere, da conquistare, un impegno, un ideale di cui l'immaginario collettivo  ha fatto storia e romanzo. Un cammino imprevedibile, duro, emozionante, un percorso arduo, benefico, riparatore. Una forza inconsapevole, una sconcertante esperienza e una dolce avventura, che procura ferite al corpo, ma sicuramente cura e sana quelle dell'anima.

È la storia di un grande cambiamento del cuore, illustrato nei frammenti di un cammino di conversione, alla luce di questo provvidenziale pellegrinaggio. Il racconto di un vissuto provato durante “Il Cammino di Santiago”, storia di una vita in divenire immersa negli scorci di una natura preponderante.

La solitudine condivisa diviene apertura e accoglienza e la gioia dell'incontro esprime la verità della speranza. I piedi solcano una striscia brulla che fluisce come un fiume di terra, esondando nel verde acceso dal sereno abbraccio. Il Cammino assorbe e insegna già dalle prime tappe il senso dei giorni da pellegrino, itinerario di spine e rose di cui l'intenso profumo allevia i graffi e le punture.

Perché scrivere un libro? 

Un libro che narra di sudore e fatica, di incontri e persone, di sentimenti e ispirazione, d'amore e d'ombra, di coscienza e ravvedimento, di fede e speranza, di sentieri di vita e strade di esistenza. Perché il vissuto provato è la maggiore chiave per testimoniare che tutte le strade portano al cuore e all'introspezione, per dare le ali all'anima che sorvola la nostra eternità.

Questo libro non è una guida turistica né un testo di preparazione fisica, non è un romanzo né un testo geografico, ma è la forte testimonianza che illumina ogni pagina dell'ardore di una fede espressa a gran voce.

Una lettura empatica e coinvolgente, vera di emozione e vibrante di pathos, una storia d'amore e di piccole grandi gioie che danno senso al nostro terreno pellegrinare. Scritto per rendere chi legge partecipe di tutto questo e della gioia di poterlo raccontare e poter spandere il profumo dell'amore sul mondo attraverso le parole di ogni speranza.

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Un atleta unico: il Liri - Ilaria De Angelis

La fronte bagnata, gli occhi socchiusi, il petto propenso in avanti, e le punte delle scarpe, ormai consumate, che tracciano l’asfalto.
 
La fatica che riempie il corpo mista alla voglia di andare avanti, di giungere fino al traguardo prima degli altri. La sensazione del vento contro il viso, le mani che tagliano l’aria, la libertà che si prova nel voler sconfiggere il tempo.
 
Sin da bambini il nostro unico obiettivo è correre, si corre per venire alla luce, si corre una volta riusciti a stare sui propri piedi, si corre poi verso la propria formazione, verso l’età adulta.
Ma non siamo gli unici a correre, anche il tempo lo fa, ed è terribilmente veloce tanto che a volte, ci sfugge.
Come un atleta e come il tempo, però, anche le acque del nostro territorio corrono e il fiume Liri corre qui da un’eternità.
 
Anch’esso ha un obiettivo: sfociare nel mare, ma per raggiungere ogni meta ci vuole fatica e la strada da percorrere è lunga, non sempre però essa è spiacevole. Se il Liri potesse parlare, raccontare, ci direbbe sicuramente di ogni cosa vista in questi anni durante la sua continua corsa.
 
Ci parlerebbe di ogni persona vista passeggiare lungo i suoi argini, ci parlerebbe delle bombe che ha visto riversarsi sulle città che attraversa, o ancora  delle volte in cui ha visto intere case crollare lungo le sue sponde a causa dei terremoti.
 
Il Liri ci suggerirebbe anche, però, della volontà prorompente delle persone che si sono fatte forza e sono andate avanti, dopo ogni difficoltà. Sarebbe bello sapere, di tutti coloro che si sono stretti la mano e che hanno osservato le sue acque con stupore camminando lungo di esso.

Ogni coppia innamorata, seduta sulle panchine con i volti rivolti verso il fiume, quanti amori avrà visto nascere, e di quanti il panorama che il Liri offre sarà stato la causa.
 
Esso avrebbe anche qualcosa di cui lamentarsi però, con dispiacere, infatti,farebbe  notare quanto ora le sue acque e i suoi argini siano più inquinati che un tempo.

Il ricordo ancora nitido di una città più piccola, priva di fabbriche e di scarichi, di ragazzi meno egoisti e più attenti a non gettare cartacce  a terra o in acqua.
 
Sarebbe bello poter ascoltare, di ogni tempesta che ha portato le acque del Liri a straripare o quasi, di ogni giornata  di sole in  cui le madri hanno approfittato per far passeggiare lungo le sponde i loro bambini. Ne avrà sicuramente visti tanti crescere, tornare lungo le sue rive, giorno dopo giorno, e non essere più gli stessi.
 
Quanta gioia avrà provato, il nostro fiume, nel vedere persone sempre nuove e quanta tristezza nel vederne altre non tornare. Il Liri, correndo, deve raggiungere il suo obiettivo.

Tutti, nella vita, ci accorgiamo di avere un obiettivo, e per raggiungerlo non possiamo far altro che correre, correre verso di esso fino alla fine. I bambini corrono verso l’età adulta, ogni studente corre verso un futuro migliore, un malato corre verso la guarigione, la scienza corre verso nuove soluzioni, il tempo corre, fino all’eternità.
 
Ciascun traguardo rappresenta uno scopo ben preciso e quello in questione, di vitale importanza per il nostro fiume, è che giunga pulito verso il mare.

Il Liri sarebbe sicuramente felice di raccontare di ogni singolo atleta che affronta la propria corsa lungo le sue sponde. Gioirebbe nel correre con loro perché hanno obiettivi diversi, ma lo stesso traguardo.
 
Il mare appare lontano, l’azzurro Mediterraneo attende il “verde “ Liri al suo traguardo. I volti, le voci e le storie dei paesi che esso ha attraversato si immergono tra le acque del caro fiume che, procedendo fiero, accompagna i passi sicuri degli atleti che marciano lungo le sue rive.

Al traguardo il verde si tinge d’azzurro sino ad assumere i toni cobalto di un unico splendore. 

Il Liri ha raggiunto il suo traguardo, portare alla foce e verso l’infinito i sogni e i desideri di tutti coloro le cui vite corrono lungo le sue acque.

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Corsa - Evelyn De Luca

Questa è la storia di una strada, di una corsa, di Sacco e di Penna. Lettore, custodiscila: bella o brutta che sia, è la mia storia.

Io corro per scappare.
 
Non c’è contentezza per me o punto di arrivo. Sono nomade fuori e nomade dentro. Le conseguenze di questo gioco crudele sono le ginocchia doloranti per la corsa, le mani infreddolite dal gelo della notte e un cuore lacerato dalla smania di possedere risposte.

“Corri, corri, corri”; lo ripeto come un mantra. Quest’imperativo categorico scandisce il mio andare e batte implacabile sui pensieri permeandoli, agitandoli, scuotendoli. Mi giro e, come un folle, sorrido un po’. Penna, ridendo, mi dice di smetterla: “Sembri un folle!”.

Fortunatamente lei, col suo colore brillante, equilibra il grigiore dell’asfalto. La strada percorsa con gambe stanche si erge solitaria in lontananza. Lettore, devi esserne informato: la strada su cui striscio, cammino, corro e volo non è una qualunque. La mia vita è una fuga, una incessante lotta per la sopravvivenza e l’autoaffermazione. E’ un moto convulso, incoerente, privo di un centro di consistenza. 

Corro per vincere.
 
Ho un testimone da passare disperatamente per affluire nel fiume in piena dei grandi uomini, per porre un mattone al tempio dell’esistenza e recitare magistralmente la mia parte.La via su cui mi affanno non è lastricata di persone, ma di parole da urlare.
 
Corro perché ho qualcosa di potente da dire.
 
Socchiudo gli occhi per scorgere qualcosa alle mie spalle. Sacco mi dice: “Appoggiami a terra. Non sei molto furbo..sono pochi i momenti in cui puoi liberarti del mio peso, non ne approfitti?”. Lo appoggio a terra per riposarmi. Sacco parla troppo, ed è comprensibile! Contiene solo parole, parole, parole. In lontananza non c’è nessuno.

C’è solo lui. Lui.

Lui c’è sempre, e corre molto più veloce di me. Lui è instancabilmente abile, un ladro scaltro dagli scatti rapidi, imbattibile in esperienza; rapisce e colleziona una ad una le corse passate, porgendole in dono a suo fratello e intrappolandole nel suo blocco spazio-temporale. Ricopre con un velo di polvere tutta la bellezza delle cose, vanifica l’atto dei ribelli. 

Desolato è colui la cui vita scivola e muta in massa informe senza che nessuno ne succhi il nettare fino al midollo: desolato ero io, fino a che non conobbi la parola, fino a che non iniziai a accarezzarla e pregarla di trasmettere quella che per me era una verità atemporale. Iniziai la mia corsa disperata contro Lui, armato solo delle mie suole ormai logore e di parole.

La corsa voleva acquietare un turbinio di domande: cosa resterà? Cosa resterà di questi giorni, di questo vortice di attimi? Cosa resterà di questa vita che scorre densa e copiosa nelle vene e che fluisce immensa e potente dalle mani, dagli occhi, dal cuore? “Una forza bestiale”, pensai, “ha sempre fatto pressione in me, per non lasciarsi dilaniare da Lui”. 

La paura di Lui, al punto da non poterne pronunciare il nome, chiude con la sua morsa di ferro il mio cuore, ingrigisce e toglie il fiato dagli occhi. Mi trascina con sé nel suo naufragio confuso; frena il procedere, impedisce il cammino con una totale paralisi.
 
Corro per non morire piano.
 
Intollerabile è l’idea di non esser parte determinante di qualcosa di grande, e di non contribuire ad inviare un unico grande messaggio in bottiglia a chi ne avrà bisogno. “Non so cosa sia” mi dico, riflettendo sulla fatica di un’interminabile corsa, sulle ampie falcate per acquisire terreno per ottenere come premio un orizzonte più nitido, un nuovo sguardo da condividere, un’idea da urlare dalla cima del mondo.

“Forse è innata paura umana della disintegrazione, o soltanto fisiologico bisogno d’esser in qualche modo ammirati o applauditi, o inclinazione naturale al dono”. Penso ai labirinti di pensieri inconcludenti in cui corro in circolo e sorrido ancora nella luce di un’unica e piena consapevolezza.
 
Corro per donare.
 
Mi fermo per riflettere. Sacco e Penna parlano tra loro; Sacco le manda delle occhiate ammiccanti, e Penna mette il suo inchiostro a disposizione per le parole. “Questa panchina sarà il trono della mia contemplazione” intanto affermo, e nel farlo rido di me e della mia vena melodrammatica.

Il dinamismo della corsa mi estenua e a volte penso solo una cosa: beata leggerezza. Vorrei fermarmi e planare sulle cose dall’alto con ali di gabbiano. Accarezzarle dolcemente coi miei occhi da bambino ogni giorno in grado di stupirsi senza l’oppressione di Lui.

Vorrei rinnovarmi nella luce maieutica di un’alba tenue, nelle mie piccole e semplici contemplazioni, nella dolcezza di un biancospino sulla strada e nel tendere in aiuto una mano. Vorrei solo volteggiare sull’increspatura dell’acqua con immensi slanci vitali.

Vorrei. Non vorrei invece la viscerale smania di penetrare a fondo, di portare i polmoni al limite, l’ossessivo bisogno di senso.

Vorrei amare e non capire, perché cosi la corsa sarebbe meno intensa e il dono più spontaneo e genuino.

Vorrei vivere senza la malattia del doloroso sentire che grava sulle mie spalle come una maledizione, una colpa senza perdono. Mentre corro mi inarco in avanti, e spesso il peso mi atterra; è lì, quindi, che inizio a strisciare per allontanarmi sempre e ancora da Lui.

Vorrei una strada che sia scrigno dell’essenza eterna delle cose; vorrei una strada che sia pura luce, ma so che la luce non è se non è buio. Così vorrei: correre libero e anarchico, da grande solitario.

Fine dei pensieri. Mi alzo; la pausa è durata così poco da non aver migliorato le mie condizioni. Sono esausto. Vorrei stendermi nel bel mezzo della strada e aspettare l’arrivo di un passante che mi dica: “alzati. Il mondo è finito. Sei libero”. Mi guardo ancora indietro e mi folgora la consapevolezza che no, non finirà mai. Sono destinato a correre.
 
Corro per affermare.
 
E per affermare, bisogna vivere. E per vivere non bisogna farsi macinare da Lui. Per questo ricomincio la mia corsa, riprendendo Sacco e Penna. Frugo nel mio Sacco di parole e tento di combinarle in maniera unica per seminare messaggi lungo la strada. Mi consola l’idea che Lui inghiottisce tutto tranne le parole.

Ho sempre ritenuto che nelle parole risieda, ferma e irremovibile come un Buddha nella posizione del loto, l’essenza eterna delle cose. Converrai, lettore, che donarti i miei pensieri (banali e superflui che siano) sia una delle forme più alte di amore. Donare è ricevere; non smetto mai di correre donando ed in cambio ottengo la speranza d’esser in qualche modo utile a te, sfuggendo dalla dannazione della memoria.

Nella frenesia della mia corsa provo quindi, con l’unica arma che ho, a distendere le pieghe dell’anima troppo a lungo attanagliate da una spirale di silenzio, a svelarti il mio sangue misto e contraddittorio porgendo con cura nelle tue mani la mia verità. Spero cosi di vincere su Lui e aiutare te col mio inno alla vita e alla  speranza, in modo che tu possa imparare l’arte dei piccoli passi.
 
Corro per insegnarti a correre.
 
Voglio renderti tangibile il forte sentire della vita e accendere l’amore e il dolore nelle mie parole, per trasmetterti quel piccolo spiraglio di buono che è in me. Corro fino ad avere fiato; mi accorgo però di essermi nuovamente perso nella matassa di pensieri dentro me, e intanto fuori ha iniziato a piovere.

Piove spesso qui: le giornate procedono lente, ogni giorno si staglia all’orizzonte il presagio di un temporale e dopo un’esplosione di rabbia la luce ricomincia a colare piano e tutto tace. Sotto questa luce soffusa mi riposerei; aprirei un buon libro ai piedi di un albero e annullerei il mondo circostante. 

“Se solo la mia vita non fosse una eterna fuga” constato con amarezza. Una lacrima scivola velocemente sulla mia guancia e la solca, nascosta e protetta dalla pioggia. Mi soffoca il senso di responsabilità, quasi cado; sono schiacciato dall’impresa titanica a cui ho consacrato la mia strada.

Con dedizione ho donato tutto al mio obbiettivo; ho sovvertito ogni schema e ogni regola, ho frantumato la mia bussola morale. Il nord non lo segna più; il Nord ormai è Avanti. E’ Avanti il posto verso cui correre, non importa con esattezza dove. Importa solo correre.
 
Corro per andare. Andare e basta.
 
Sacco colmo di parole pesa sulla schiena, e mentre rischio di scivolare sento l’affannoso respiro di Lui sul mio collo, la sua oppressione mentale e il suo tentativo di dissolvermi. Penna sembra preoccupata per noi e per il mio procedere; ripete spesso che le sembra un’agonia. Agonia o meno, ho un disperato bisogno di correre.

E’ questa la mia triste storia; può finire anche qui, all’inizio della sua sgualcita terza pagina. E’ una storia lineare, lettore: non ho grandi gesta da narrare con esaltazione, non ho fiabe da mille una notte. Ti avevo già avvertito nell’esordio, ho molto poco con me. Non pensare che ti abbia nascosto l’identità di Lui per attirare la tua attenzione. No, non è così.

Il motivo è: ho paura. 

Però so che ora, grazie a te che ascolti le mie parole e dai un senso al mio correre, è giunto il momento di dirtelo.
Lui è il fratello di Oblio, che ti accennai in precedenza: è Tempo.

La mia è una corsa, destinata a fallire. La mia è una corsa contro Tempo nel tentativo disperato e ossessivo di arrampicarmi con le unghie al mondo, di seminare un germoglio che possa essere anche quando io, invece, smetterò di essere. Tempo mi è dietro, costantemente. Tempo è una ossessione. So di essere destinato a soccombere. Ho deciso però, ugualmente, di raggiungere il più

Avanti possibile, e di seminare più parole possibili alle mie spalle. Cammino con in pugno Penna. Lei spesso mi dice: “Stringimi più forte! Credo in te!” Io la amo ma lei è nello stesso tempo la mia eterna dannazione. Quello che mi crea mi distrugge. Mi unisce e mi spezza. Mi forgia e mi fonde. Ma non posso separarmi da lei: lei, ormai, sono io. E’ il mio mezzo. Lettore, credimi, non sono pazzo: ho solo un sogno, e il confine tra le due cose è spesso sottile.

 
Corro per realizzare un sogno.
 
Sacco, riferendosi alle parole che contiene, mi dice: “Ho le carte vincenti. Ora sta a te e Penna giocare”. E io, gioco.
 
Corro per giocare.
 
Tempo mi divorerà, lo so. E solo a pensarci mi fermo, alzo gli occhi al cielo e spero che le mie lacrime si confondano con la pioggia.

Ma questo, lettore, è il destino di tutti: non possiamo sfuggire. Possiamo però decidere di non fermarci, e fare il possibile per lasciare incisioni lungo la strada, segnali di fumo o messaggi in bottiglia; insomma, fare di tutto per correre. Chissà, un giorno, qualcuno li coglierà, ne capirà il senso profondo e li sfrutterà a sua volta per correre, in un eterno flusso. 

Forse questo è già successo: forse, mentre tu leggi, io non ci sono più. Forse Tempo è già arrivato.

Lettore, non dispiacerti per me: la saggezza sta nel capire quando non si può cambiare qualcosa. La saggezza sta nell’accettarlo. Conosco Sacco: lui non sa accettare. Quando Tempo mi annienterà, quando diventerò polvere o vento, Sacco andrà via. Lui e le sue parole cercheranno un corridore simile a me, disposto a consacrare la propria vita per donare un messaggio.

Sacco fa così dall’inizio dei tempi: cerca la vocazione al dono, e quando la trova in qualcuno, si dona a lui. Lo accetto: non sono né l’inizio né la fine. Sono un’unica piccola tessera di un mosaico eterno, di un progetto sovrumano che unisce tutti gli uomini esistiti, che esistono e che esisteranno. 

 
Non importa.
 
Combatto Tempo con la mia scrittura; io morirò, ma il mio Sacco e Penna mi renderanno eterni. Faccio parte di una Grande Storia, e ne sono grato: la storia di una strada, di una corsa, di Sacco e di Penna.

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La mia corsa con il Liri, un fluire di pensieri ed emozioni - Marco Cipriani

Scorre e va il fiume Liri; attraversa valli, paesi e regioni; la sua corsa è a volte lenta, a volte impetuosa, quasi a volersi ribellare a non so cosa, a non so chi.

Potesse ascoltare o meglio parlare, ne avrebbe di segreti da rivelare, alcuni belli, altri inconfessabili e se riuscisse a dire la sua, secondo me, un po’ si lamenterebbe del suo stato attuale, in quanto non è proprio in perfetta salute.

Ma lui è lì e continua a fluire, facendo da cornice ad un quadro che neanche il miglior pittore potrebbe dipingere più bello. Anch’ io, come il Liri e altri atleti, ho deciso di “scorrere”.

Siamo in tanti a gareggiare, qualcuno lo fa per passione, qualcuno per divertimento, qualche altro per esplorare nuovi territori.

C’è chi lo fa per il gusto di provare a vincere, ma credo che alla fine in ognuno di noi rimarranno l’emozione e la consapevolezza che si sta “scorrendo con il fiume Liri”, attraversando, come fa lui, paesi e paeselli e godendo dello spettacolo che il paesaggio circostante offre ai nostri occhi.

Mi sono chiesto: - Perché no? Quest’anno anch’ io voglio partecipare alla terza edizione della “Ecoultramarathon-Scorrendo con il Liri, una corsa lunga un fiume”.

Si tratta di una manifestazione patrocinata dal CONI e dall’UNESCO, che ha come obiettivi quelli di valorizzare il territorio e le sue radici storico-culturali, nonché di sensibilizzare le persone al rispetto dell’ambiente, rendendole partecipi della salvaguardia del nostro territorio e consapevoli del fatto che Madre Natura ci ha messo a disposizione acqua, terra, flora e fauna, ma tutto ciò non ci è stato regalato, bensì ci è stato solo dato in prestito per farsì che noi possiamo beneficiarne, senza però abusarne.

E allora eccomi qua: è il dieci settembre 2017; è una bella giornata di sole ed io, come il fiume Liri, insieme agli altri podisti, parto da Cappadocia, a quota 1108 metri s.l.m.

Si trovano proprio qui le sorgenti nascoste del Liri, in questo paesino di montagna che d'inverno si copre di una coltre bianca, lasciando allo sguardo del passante un suggestivo panorama fiabesco.

Si respira un’aria fresca, frizzante e impregnata dell’odore di erba secca, di margherite, violette, anemoni, arniche e altre varietà di fiori che circondano questo ambiente. Il paese è accogliente e ricco di fragranze e sapori autentici della buona tavola, fatta di piatti tipici e tradizionali che sanno come scaldarti il cuore anche nelle giornate più fredde. Meta di turisti che, come me, vi si recano per rilassarsi durante il periodo estivo per contemplare la natura in una tranquillità che oggi non è alla portata di tutti.

E' inoltre un punto di passaggio per molti pellegrini che l'attraversano per giungere al santuario della Santissima Trinità, posto ai piedi di una montagna rocciosa che lo sovrasta e lo domina.

Così, come il fiume, proseguo la mia corsa e arrivo a Castellafiume, con la sua frazione, Pagliara, di appena venticinque abitanti che sono fieri delle loro origini e legati alla loro terra, tanto bella quanto selvaggia.

Mentre sono immerso nella natura incontaminata e nei miei pensieri, ogni tanto vengo distratto dal piacevole scampanellio delle mucche al pascolo.

Qua e là, intravedo lo sterco di questi animali, ma non importa perché tutto ciò non va a danneggiare la bellezza dell’ambiente circostante, anzi, fa parte di esso: in alcuni di questi paesini si vive di pastorizia, di allevamento di bestiame, quindi perché stupirsi di ciò?

Continuo a correre, ma spesso vengo distratto dalla bellezza del territorio, fatto di piccoli sentieri, boschi con alberi altissimi e prati ricoperti di fiori selvatici che riempiono le mie narici di profumi dolcissimi. Tra i monti Simbruini e la Valle Roveto, sorge Capistrello, con il suo nome un po’ aspro ma dal paesaggio incantevole; gli abitanti sono ospitali e mi salutano con il loro tipico dialetto abruzzese marcandolo fieramente e volutamente quasi a voler sottolineare l'appartenenza al loro territorio.

Mi salta subito all'occhio un'opera d'ingegneria ferroviaria che non deturpa l'ambiente, ma lo completa: si tratta di una galleria elicoidale che attraversa l'abitato di Capistrello: è stata scavata nella roccia seguendo un percorso a spirale che gira verso l'alto della montagna.

Corre e scorre ancora il fiume Liri; le sue acque sono fiere di appartenere a questa meravigliosa terra, ma io, rispetto a lui, ho il vantaggio di potermi soffermare ed osservare.

Giungo a Canistro, famosa per le sue terme e la sua acqua oligominerale, limpida e tesoro prezioso di questo paese, come pure la castagna roscetta, IGP della Valle Roveto usata durante le sagre popolari.

Il Liri non sembra affatto stanco, io al contrario inizio ad avvertire un po’ di fatica, ma non posso darle retta, il percorso è ancora lungo e tutto da scoprire. In men che non si dica, eccomi giunto a Civitella Roveto, cittadina fiorente con un abitato più moderno ricostruito dopo il terremoto del 1915; a farla da padrona qui è la chiesa di San Giovanni Battista con la sua robusta torre campanaria medievale.

Proseguo il mio percorso e attraverso Civita D'Antino, un piccolo borgo situato a 904 metri sopra il livello del mare e circondato da mura che stanno lì quasi a voler conservare la naturale bellezza tipica degli edifici antichi che la caratterizzano.

A differenza del fiume, io sento il bisogno di rinfrescarmi e, tra un sorso  d'acqua e un altro, arrivo alla frescura che mi offre gratuitamente Morino, situata in una conca verdissima di boschi. Il suo nome è legato all'affascinante paesaggio della riserva di Zompo lo Schioppo, che ha come attrazione la superba cascata naturale di circa ottanta metri che precipita nel torrente sottostante.

A completare l'opera d'arte ci pensa l'ermetica chiesa di Santa Maria del Pertuso o del Cauto, immersa nella faggeta della Riserva; questa si trova a circa mille metri di altitudine ed è addossata alla roccia formando un tutt'uno con essa, quasi fosse una grotta. Al suo interno si sono conservati preziosi affreschi duecenteschi.

Che meraviglioso paese, ricco di bellezza, cultura e tradizioni legate alle più famose sagre! Penso alla sagra che Rendinara, frazione di Morino, organizza per esaltare il suo pecorino prodotto ancora con le tecniche antiche.

Devo correre come il fiume, ma, mentre attraverso il paese, l'olfatto si acutizza e mi perdo in quei profumi dei piatti fatti in casa seguendo le più antiche ricette; sono gli ingredienti semplici, quelli della cucina povera che arricchiscono le tavole degli uomini instancabili lavoratori, quelli che svolgono i lavori pesanti tra campi e boschi, tra pascoli e alture, sfruttando, sempre nel massimo rispetto, quello che la natura gentilmente mette loro a disposizione.

Sono i giovani a dover essere sensibilizzati al rispetto delle risorse ambientali, in quanto rappresentano il futuro e non poteva dunque
mancare a Morino l'Ecomuseo che permette ai visitatori di poter interagire con l'ambiente circostante e cercare di capire cosa si può fare per tutelarlo.

La riserva lo Schioppo è percorribile a piedi attraverso un sentiero Natura che offre una frescura gradevole ai visitatori con un sottofondo dello scroscio dell'acqua, concerto naturale di strumenti che solo madre natura sa dirigere. Bella Morino, così bella che anche Ignazio Silone ha voluto raccontarla nel suo romanzo “Fontamara” e tu sei lì, caro Liri, a completare un quadro spettacolare.

Le tue acque in alcuni tratti scivolano silenziosamente via e ti dirigi, come me, al tuo traguardo. Inizi, anche tu purtroppo, a proseguire la tua corsa in maniera sofferente, appesantito dall’inquinamento che mostrano le tue acque, ferite e deturpate dalla mano dell’uomo che forse non si rende conto del male che ti fa o forse fa finta di non saperlo.

Tu non puoi urlare il tuo dolore, ma chi ti sa osservare ed ascoltare attentamente, avverte il tuo lamento silenzioso, ma al tempo stesso straziante, come quello di qualcuno che chiede aiuto senza essere soccorso.

Intanto io sono giunto a San Vincenzo Valle Roveto, paesino situato a fondo valle; mentre la percorro mi accorgo subito della maestria di uomini e donne che si cimentano a creare ceste di vimini o a ricamare il corredo delle future spose, proprio come si faceva una volta.

Da San Vincenzo a Balsorano il passo è breve e qui come si fa a non ammirare il fiabesco castello, sito in Balsorano Vecchio che maestoso, in tutta la sua bellezza, sorveglia il paese sottostante donandogli quel fascino che attira molti turisti che si recano a visitarlo e ad immortalarlo?

Che terra l'Abruzzo, fatta di gente adorabile, disponibile e accogliente ma soprattutto di persone che non si piegano davanti alle catastrofi naturali, come i terremoti che ieri, come oggi, mettono a dura prova la pazienza, la sopportazione, l'attaccamento, l'orgoglio e la fierezza di essere abruzzesi!

Questa gente ama la propria terra e non la tradisce e lo posso affermare con certezza, visto che mia madre è di origine abruzzese, precisamente di Morino ed è orgogliosa e testarda proprio come la sua amata Terra; mio padre, invece, è del Lazio e ama la sua bella cittadina che vanta una cascata meravigliosa come quella di Isola del Liri.

Intanto continuo ad inseguire il fiume e così arrivo a Sora, dunque in territorio laziale.

Qui il fiume riempie la bellezza della cittadina, l’attraversa e dona alle cartoline quel fascino in più, soprattutto se fotografato con le luci della sera. Altro elemento caratteristico del paese è l'antico castello dei Volsci che domina la città dall'alto ed è raggiungibile solo a piedi, attraverso dei piccoli sentieri.

Mi piace ricordare che questa cittadina è stata la patria di personaggi illustri come Cicerone e Vittorio De Sica. Corro e corro ancora, ormai vicino al mio traguardo, che mi vedrà comunque vincitore, in quanto partecipante. Nulla è scontato in tutto ciò che ho visto ed ammirato, tutto è come deve essere e madre natura ha fatto bene il suo lavoro.

Le tue acque fragorose, o Liri, sono la colonna sonora di molte sigle che raccontano la storia di comunità, personaggi e paesaggi.

Giunto a Isola del Liri, il mio paese di origine, mi rendo conto di quanto i suoi abitanti siano fieri di te, in quanto hai donato loro benessere e prosperità; molte furono infatti le cartiere e i lanifici che seppero sfruttare le tue acque.

Tu, con il tuo scorrere e saltare di quota, innescavi quei meccanismi che permettevano il funzionamento dei macchinari.

Che grande ricchezza sei stato, tanto da incuriosire e avvicinare molti imprenditori francesi che vollero prodigarsi introducendo macchinari e tecnologie avanzate importate dall'estero!

Dopo aver percorso 65 Km, eccoci alla linea di traguardo sita in via Cascata, nel centro del paese. Qui il Liri dà luogo a una spettacolare cascata di venticinque metri che con le sue acque spumeggianti fa da cornice al castello Boncompagni-Viscogliosi.

Incanto e poesia per chi ti osserva, esaltarti non è difficile; sei stupenda, o cascata e fiera ti mostri al passante che non desidera sfondo migliore per la sua foto più bella.

Meravigliosa, anche se a volte troppo impetuosa, ti lasci cadere con forza e dinamicità e vivi nel frastuono delle tue acque. Sei tu, o cascata, che dai splendore a questa cittadina e che riempi l’animo di chi ti osserva d’orgoglio e ammirazione.

Anch’ io, sfinito dalla corsa, mi fermo e mi perdo nel tuo spettacolo, attrice protagonista di un film senza parole. Il fragore delle tue acque racconta il tuo stato d’animo: sei raggiante in una giornata di primavera e spenta nell’autunno inoltrato, in ogni caso non perdi mai il tuo fascino e la tua bellezza.

E allora tu, o fiume, prosegui pure la tua corsa, attraversando territori altrettanto belli e ricchi di storia, e getta le tue acque al mare!

Io ti ringrazio per le emozioni che mi hai donato; sei un vanto per chi ti ha vissuto e per chi ti vive e ti può raccontare; spero solo che l'uomo non continui a fare del male a te e ai territori che tu accarrezzi e solchi e che riesca a riportarti allo splendore che avevi nel periodo pre-industriale.

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La famiglia Pamphilj e il sogno di Pamphilia a Valmontone

La famiglia Doria Pamphilj è una delle dinastie che hanno fatto la storia dello stato pontificio e di quello italiano. Il punto più alto del potere è stato il governo di papa Innocenzo X in uno dei periodi più floridi.

Secondo alcune leggende l’origine risale alla Gens Panphilia del re romano Numa Pompilio, ma molto più probabilmente la famiglia è originaria di Gubbio e inizia nel IX secolo con un certo Amanzio venuto in Italia con Carlo Magno.

Nel 1461 si trasferiscono a Roma ed erano così importanti da prendere il titolo di Conti del Sacro Romano Impero.

L’apice del potere si è avuto quando nel 1644 Giovanni Battista Pamphilj è stato eletto papa Innocenzo X, una delle figure più importanti e controverse. La sua elezione, ad esempio, era contrastata dalla Francia ma il cardinale Mazzarino arrivò tardi al conclave quando Innocenzo X era già stato eletto.

E’ stato sicuramente uno degli uomini di potere più forti circondandosi dei membri della sua famiglia, come quando ha eletto suo nipote Camillo come ‘cardinal nepote’, da cui deriva il termine ‘nepotismo’.

In modo pragmatico ha allontanato tutte le altre importanti famiglie romane: i Barberini furono accusati di malversazione e per qualche anno andarono a vivere in Francia, mentre i Farnese furono sottomessi distruggendo il loro ducato di Ischia di Castro a nord di Roma.

Ma Innocenzo X è stato anche un grande amante dell’arte e un collezionista di opere che ha iniziato l’eccezionale raccolta oggi visitabile al Museo Doria Pamphilj di Roma.

Con lui fiorisce il barocco romano di Bernini e Borromini con la realizzazione di capolavori come il palazzo di Via del Corso, piazza Navona con il palazzo Pamphilj, la chiesa di Sant’Agnese e la fontana del Nettuno, Sant’Ivo alla Sapienza (che è stata sede dell’università di Roma), il palazzo nuovo in Campidoglio e molti altri.

Suo nipote Camillo Doria Pamphilj ha cercato di fare in piccolo a Valmontone quello che suo zio faceva a Roma cullando il sogno di realizzare non un semplice palazzo ma una città ideale. Non è riuscito nel suo grande sogno, ma il complesso che ha realizzato con la sua imponente eleganza e le gioiose forme della chiesa sono il simbolo della città.

Per Valmontone Camillo aveva coltivato il sogno di Pamphilia, una sorta di città modello che avrebbe superato tutte le altre vicine e che sarebbe dovuta diventare sede vescovile. Potremo dire una di via di mezzo fra il sogno megalomane dei Farnese con il ducato di Castro e il sogno utopico delle comunità sociali come quelle di San Leucio dei Borbone.

L’importanza della famiglia Doria Pamphilj continua nei secoli e uno dei discendenti è stato il primo sindaco di Roma dopo la liberazione della città durante la II guerra mondiale.

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L’esperienza di un viaggio con una guida turistica

Molte volte sento dire: lì ci sono già stato.

Al che, a questa risposta, la domanda – di solito – è: ma con una guida?

E nove volte su dieci viene fuori che sì, il mio interlocutore in un posto c’è già stato, ma senza l’ausilio della visita guidata, quindi di una guida in carne ed ossa capace di spiegare bene ciò che stiamo vedendo.

Comprendo bene che nell’era della tuttologia “internettiana” si possa andare in un posto, che ne so anche ai Musei Vaticani, ed essere convinti di avere conoscenze infinite basandosi sulle nozioni di Wikipedia. Che basti fare due foto sul cellulare e metterle su internet per farsi un “download” da una parte e un “upload” di conoscenza dall’altra.

Tuttavia non è proprio così. Spiacente di deludervi. Non è così che vanno le cose. La guida turistica è una figura che si forma con tanto studio, approfondimenti e un continuo aggiornamento non riferibile all’attività di svariati social che, pure, possono aiutare ma non di certo completare.

Certo, sarebbe auspicabile per le stesse un indirizzo di studio dedicato a livello universitario, tanto per fare un po’ di selezione, tuttavia una guida d’esperienza sarà sempre meglio di un’approssimata visita dettata dalla curiosità più che dalla voglia di conoscenza.

Per dirla in termini più semplici: ci sono cose che si devono sapere spiegare.

E la bravura di una guida è quella di saper costruire un intero racconto di immagini, visioni, sensazioni anche dinanzi al più improbabile dei sassi lasciato a terra.

Una guida turistica, ancora, a costo di diventare ridondante, è quella figura capace di trasformare la visita domenicale fatta 1000 volte in quel di Trisulti in un appuntamento fatto di conoscenza e particolarità capaci di costruire un’attrattiva unica. Perché è proprio così.

In quel piccolo particolare che non avete visto su un muro, è in quella piccola perla di esperienza narrativa su cui non vi siete soffermati che invece si nasconde il segreto di un luogo.

Ascoltare una guida, guardarne la mimica spesso istrionica, è un valore aggiunto a un luogo visto e rivisto, perché se con la voce si racconta, con le mani si disegna.

Si aggiunga a questo che l’intervallo di tempo in cui vi è la spiegazione è prezioso poiché si resta di più e più a lungo in uno spazio. Si ha quindi il modo di osservare meglio, di saggiare l’aria, di vivere appieno l’atmosfera e l’energia di un luogo.

Di certo le guide turistiche sono tante e si deve saper scegliere, ma la loro presenza è quel in più che contraddistingue ViviCiociaria e Itinarrando da altre realtà associative e non che non prevedono la presenza professionale di una guida turistica a spiegare le bellezze di un luogo.

Sceglierne una, in sostanza, è farsi del bene e noi teniamo davvero tanto ai nostri soci; tanti – dei quali – sono tra quelli che rispondono “ci sono già stato”, senza però aver avuto la fortuna di incontrare una guida cui rubare un paio di nozioni qua e là.

Essere guidati.

Una fase importante che oggi forse abbiamo dimenticato.

Avere il privilegio di poter seguire dei passi che aprano la porta alla conoscenza è una fortuna cui forse internet ci ha disabituati.

Scegliete una guida, privilegiate iniziative con guide turistiche, perché questo è il primo passo per conoscere davvero un luogo in cui poi, solo poi, si potrà tornare altre 1000 volte con la contezza e la piena coscienza di ciò che si va a vedere.

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La storia dei Parchi Divertimento e di Magicland

‘Panem et Circenses’, questo è il modo in cui i romani governavano il loro popolo e cibo e parchi divertimento è quello che ancora oggi viene usato per avere consenso dai cittadini.

Ma come è cambiato il modo di divertisti? Non più sangue reale dei gladiatori ma comunque emozioni forti che alzino il livello di adrenalina.

La storia dei moderni Parchi Divertimento nasce più o meno a fine Ottocento con le grandi Ruote Panoramiche e i Luna Park.

In quei parchi si entrava gratuitamente e si pagavano i singoli divertimenti e le attrazioni erano soprattutto meraviglie meccaniche che non volevano creare illusioni.

Tutto cambia negli anni ’50 con Disneyland, vicino Los Angeles, una città da sogno in cui si paga per entrare ma che poi offre tutto gratuitamente. Un sogno particolare se il castello della Bella Addormentata riprende le forme di uno dei castelli di uno dei maggiori sognatori di sempre: Ludwig di Baviera.

Il sovrano aveva riempito il suo regno di castelli, mandando in bancarotta le casse dello stato, in quello che oggi è conosciuta come la Via Romantica e che attrarre milioni di visitatori. Oggi tutti i soldi spesi da Luigi II si sono dimostrati uno dei migliori investimenti di sempre.

Walt Disney continua i sogni del sovrano bavarese portandoli ad un altro livello onirico e Disneyland è un mondo parallelo dove si entra e ci si perde nelle meraviglie. Continuano anche le meraviglie meccaniche e le montagne russe si fanno sempre più ardite: il primo giro della morte risale al 1976.

Una bella curiosità è la storia del nome di ‘Montagne russe’ che prendono il nome dalla moda degli scivoli sul ghiaccio in Russia tra il tra il Cinquecento e il Seicento. Sono famose quelle volute da Caterina II di Russia nella reggia di Oranienbaum che erano strutture in legno alte 15-20 metri, coperte di ghiaccio e che venivano percorse da una slitta che poteva raggiungere una velocità di 70 km/h.

In Russia vengono invece chiamate «amerikànskije gòrki», cioè «colline americane», e in America si chiamano ‘roller coaster’, sicuramente tecnicamente più appropriato.

In Europa nascono parchi divertimento con eroi nazionali come quello dedicato ad Asterix in Francia, il Port Aventura in Spagna o Gardaland in Italia. Il parco diventa una attrazione turistica aggiuntiva dedicata alle famiglie e si cercano le località già note ai turisti.

Nel frattempo anche gli Zoo e gli Acquari si trasformano diventando sempre di più dei parchi divertimento dove il contatto con gli animali assume non solo aspetti didattici ma ludici.

Tutti i parchi ospitano spettacoli tutti i giorni ed eventi in ricorrenze particolari per aumentare il livello di emozione da parte di chi li frequenta.

Una rivoluzione in Italia la ha fatta il parco Rainbow Magicland di Valmontone che ha creato un suo proprio mondo ispirandosi alle Winx, le bambole italiane diventate più famose delle Barbie. Le Winx sono poi diventate cartoni animati e film tridimensionali.

Le Winx sono solo una delle attrazioni e il parco di Valmontone è stato il primo ad unire esperienze virtuali e reali nelle sue montagne russe e in altre attrazioni. Un segno di come i parchi sempre più si avviano ad essere un mondo magico in cui perdersi divertendosi.

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“007” in una moschea durante l’ora di preghiera

Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di entrare a documentare fotograficamente nella mia città quello che succedeva in una moschea durante l’ora di preghiera.

Non ricordo l’ora esatta. Ero a Brescia.

Mi recai dall’ imam con il quale avevo appuntamento e mi presentai. Ricordo che la maggior parte dei presenti storceva il naso alla vista di una fotocamera.

I componenti di un nucleo religioso così particolare sono sempre molto diffidenti a rendere pubblico quello che è il loro luogo di preghiera, e quello che succede al suo interno. Ma ce la feci.

La moschea inizialmente era deserta. Aspettai qualche minuto, e in pochissimi istanti vidi arrivare centinaia di persone improvvisamente con ogni mezzo: a piedi, in auto, in moto, in bicicletta.

Avete presente un flash mob in piena regola? Stessa ora stesso posto con estrema precisione. 

Feci per muovere i primi passi verso l’interno quando un componente mi ricorda che non si può entrare nella moschea senza prima aver tolto le scarpe.

Senza battibeccare faccio come da istruzioni e ripongo le mie scarpe in borsa.

La prima cosa che mi stupì infatti fu quella immensa e interminabile scarpiera dove ogni persona posava il suo paio di scarpe, mescolato alle altre, prima di accedere alle sale di preghiera. Dalla sala principale parte una flebile musica di sottofondo, uguale a quelle melodie che sentiamo solo nei film girati in paesi mediorientali.

Nel bel mezzo della melodia si appresta a salire su una specie di altare con un leggio un componente della moschea, bardato sul capo con il classico foulard bianco e rosso a piccoli quadrati e greche. Mi sfugge l’esatta definizione dell’indumento.

Doveva essere il secondo imam della moschea perché all’improvviso a tono alto di voce inizia un interminabile discorso dai toni sempre più accesi, come quando litighiamo con qualcuno, o come quando un politico al comizio del suo partito punta il dito contro il più acerrimo nemico all’opposizione.

Mi spiegarono invece che era tutto calmo e tranquillo, era il rito, la preghiera, era colui che guidava il resto della moschea nella venerazione di Allah.

La sala principale era un immenso capannone che presentava forse un migliaio di posti a sedere. Si fa per dire perché non vi erano sedie ma un gigantesco unico tappeto sul quale ognuno poteva chinarsi alla preghiera, chi con le calze, chi a piedi nudi.

Approfittando di un momento di distrazione delle mie “guide” turistiche della moschea, vado a perlustrare le zone adiacenti e con mio grande stupore mi accorgo che in una stanza totalmente separata vi era un angolo preghiera per sole donne.

Ogni religione ha il suo credo, ha le proprie usanze e regole, ma in quel momento mi chiedevo la differenza fra pregare insieme o separati.

Mentre ritorno verso la moschea principale noto che nei vialetti circostanti vi erano persone chine a pregare ovunque, anche all esterno. Erano passati circa 30 minuti dall’inizio della mia visita, e uno dei responsabili mi fa notare che era giunto il momento che io abbandonassi il luogo.

Non chiedetemi perché.

Forse quel poco di islam che avevo appena scoperto era abbastanza per loro, e non sarei potuto venire a conoscenza del resto. Questo purtroppo non lo saprò mai. Resto contento però del fatto di essere riuscito a penetrare in una realtà come quella islamica e ad aver potuto documentare questo mondo poco conosciuto. 

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